I cittadini del Myanmar hanno affrontato negli ultimi giorni di gennaio 2026 la terza fase di votazione per le elezioni nazionali annunciate dal Consiglio di amministrazione dello Stato (la giunta militare al Governo del Paese). Annunciate nell’estate del 2025, le elezioni hanno richiamato fortemente l’attenzione degli altri paesi dell’ASEAN (l’Associazione dei Paesi del Sud-est asiatico) e della comunità internazionale in generale: le ultime elezioni riconosciute come legittime in Myanmar si sono tenute nel dicembre del 2020, con la vittoria della Lega Nazionale per la Democrazia guidata dal premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi; nel febbraio 2021, il Tatmadaw (le forze armate del Paese), ha dichiarato l’illegittimità dei risultati elettorali, lanciando un colpo di stato che ha deposto il governo della Lega Nazionale per la Democrazia, portando di fatto il potere statale in mano ad una giunta militare che si è legittimata dichiarando lo stato di emergenza nel Paese.
Il ritorno della dittatura militare nel Paese dopo la breve parentesi civile iniziata nel 2015 ha portato anche al ritorno delle sanzioni (soprattutto europee e statunitensi), oltre che alle condanne da parte della comunità internazionale. Nel tentativo di riconquistare legittimità, la Giunta militare aveva promesso le prime elezioni già nel 2023, ma le crescenti instabilità nel Paese, dovute alla guerra civile ed alle insurrezioni di gruppi di ribelli armati, hanno causato il prolungarsi del mantenimento dello stato di emergenza e del potere da parte del Governo militare.
Per queste ragioni, le elezioni sono state particolarmente attese, poiché considerate possibile momento di cambiamento significativo in un Paese diviso dalla guerra civile e di parziale ritorno alla stabilità in uno dei Paesi territorialmente più estesi della Regione.
I dubbi riguardo all’effettiva capacità delle elezioni di riportare la stabilità in Myanmar sono emersi prima ancora dell’avvio della campagna elettorale: a causa della guerra civile e delle insurrezioni etniche, il Governo Centrale ha perso il controllo su gran parte del territorio Nazionale (si stima che nel 2025 il Tatmadaw fosse in grado di esercitare il controllo su meno del 40% del territorio nazionale), ponendo grandi limiti alla capacità effettiva da parte dei cittadini di prendere parte alle elezioni, oltre che all’esclusione di più di sessanta municipalità del Paese per motivi di sicurezza.
Inoltre, a causa del conflitto e del devastante terremoto del 2025, sono più di tre milioni gli sfollati interni in Myanmar, gran parte dei quali bisognosi di aiuti umanitari per sopravvivere in un contesto in cui la dittatura militare ostacola la distribuzione di aiuti internazionali e la condizione di conflitto impedisce l’organizzazione di un supporto centrale.
La condizione di crisi in cui versa gran parte della popolazione ha posto un primo grande ostacolo all’effettiva riuscita delle elezioni, con un elettorato attivo stimato a circa un terzo degli aventi diritto al voto totali. A questo limite si è aggiunto un pacchetto di “leggi di protezione elettorale” emanato dalla Giunta lo scorso luglio, che ha permesso ai militari di prendere provvedimenti speciali, come la pena di morte, per silenziare oppositori del governo, proteste pubbliche e aumentare la già presente censura giornalistica.
Nonostante le restrizioni, sei partiti hanno potuto prendere parte alla corsa elettorale a livello Nazionale, sebbene la maggioranza dei candidati per le diverse posizioni nazionali e regionali fosse espressa dal Partito di affiliazione militare "Unione della solidarietà e dello sviluppo" (USDP).
Preceduto da un aumento della violenza nel conflitto tra militari e gruppi insorti nel Paese, il primo round elettorale, tenutosi il 28 dicembre 2025, ha visto nei risultati parziali la vittoria schiacciante dell’USDP, riconfermata nel secondo round elettorale svoltosi l’11 gennaio 2026.
Prima ancora della conclusione definitiva delle elezioni nel Paese, prevista per la fine di gennaio, la comunità internazionale ha dichiarato di non riconoscere la validità delle elezioni tenute dalla Giunta militare, in quanto riconosciute come non libere né giuste, ed organizzate da un regime militare responsabile di gravi violazioni dei diritti umani nel Paese e importanti restrizioni della libertà d’espressione e della società civile.
Oltre alle condanne esplicite delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea, particolare importanza ha avuto la reazione dell’ASEAN (di cui il Myanmar è membro dal 1997), che ha dichiarato il rifiuto di osservare e monitorare le tre fasi delle elezioni, rifiutando, implicitamente, di riconoscere la legittimità dei risultati delle urne e mandando un segnale forte riguardo la necessità di riportare la normalizzazione politica nel Paese e permettere la risoluzione del conflitto interno con mezzi civili e democratici.
Per la Giunta militare che governa il Myanmar, l’isolamento all’interno dell’ASEAN ha conseguenze molto importanti a causa degli stretti legami economici e diplomatici del Paese con i membri dell’Associazione.
A controbilanciare la condanna dell’ASEAN e quella internazionale, c’è però il supporto cinese alle elezioni indette dalla giunta. Il Governo di Beijing è uno dei maggiori alleati della giunta militare ed il potere della super potenza asiatica ha permesso al Tatmadaw di vedere i propri interessi tutelati da parte di un Paese in grado di fornire assistenza economica, militare e diplomatica (come nel caso dell’uso del veto da parte della Cina nelle discussioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU riguardo il Myanmar). Gli interessi cinesi nel Paese sono legati soprattutto alla regione del Yunnan, sul confine con la Cina, infatti la prossimità geografica rende la stabilità interna del Myanmar una priorità per il governo di Beijing, che vede nella legittimazione interna della giunta militare tramite le elezioni un modo per iniziare a rafforzare la stabilità interna del suo vicino, e garantire il ritorno dei miliardi di dollari di investimenti cinesi fatti in Myanmar per infrastrutture e per l’estrazione di terre rare (di cui il Myanmar è il terzo possessore al mondo).
In attesa della conclusione definitiva delle elezioni, il Myanmar resta un punto critico nel Sud-est asiatico, non solo per la sua instabilità interna, ma anche per il ruolo strategico che riveste nella regione. La gestione militare del voto evidenzia come la legittimazione politica sia ancora subordinata al controllo coercitivo, mentre le violazioni sistematiche dei diritti umani, la censura dei media e la repressione della società civile continuano a minare le basi di qualsiasi processo democratico reale.
Parallelamente, le elezioni mostrano la crescente contesa di influenza tra potenze regionali: da un lato l’ASEAN segnala i limiti della normalizzazione imposta dal Tatmadaw e rifiuta di conferire legittimità al voto; dall’altro la Cina rafforza il suo sostegno alla giunta, tutelando interessi economici e strategici sul confine Yunnan-Myanmar. Monitorare lo sviluppo di questi equilibri è essenziale, perché il futuro politico e sociale del Myanmar avrà ripercussioni dirette sulla stabilità, sugli investimenti e sulle relazioni geopolitiche dell’intera regione.
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