Il nuovo volto di New York

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  Giovanni Ferrazza
  12 novembre 2025
  8 minuti, 46 secondi

La mattina del 5 novembre New York si è svegliata con un nuovo sindaco. Dopo mesi di campagna elettorale porta a porta, comizi, meme e dibattiti, è infatti finalmente giunta al termine la battaglia per aggiudicarsi la poltrona di primo cittadino della città più importante e rappresentativa degli Stati Uniti. Il vincitore, Zohran Mamdani, non rispecchia né il politico, né lo statunitense medio. Riflette perfettamente, però, l’anima cosmopolita newyorchese ed è il sintomo più evidente di un malumore interno al partito democratico che potrebbe dare qualche fastidio all'establishment blu, che negli ultimi anni non è stato capace di reagire al terremoto della destra radicale di Trump. Socialista, 34 anni, musulmano di origini indiane e ugandesi, nato fuori dal suolo statunitense. Ancora non è particolarmente chiaro quale sia la caratteristica che più lo distingua dai predecessori e quale sia quella che infastidisca maggiormente i suoi detrattori.  Dalla lunga battaglia escono sconfitti il candidato repubblicano Curtis Sliwa, personaggio che gli americani definirebbero larger-than-life ma che, anche se molto diverso dal conservatore medio, aveva poche speranze di vittoria nella città più progressista d’America, e soprattutto l’ex sindaco della Grande Mela Andrew Cuomo, che dopo aver perso le primarie democratiche si era presentato da indipendente contando sulla sua base elettorale storica.

CHI E' MAMDANI: Nato in Uganda, Zohran Mamdani è cresciuto in un ambiente privilegiato tra il continente africano e la Grande Mela. Padre professore universitario, madre regista di grande fama in India. Dopo gli studi universitari ha inseguito prima una carriera da rapper, rilasciando un EP sotto lo pseudonimo di Young Cardamom, per poi dedicarsi alla professione di consulente abitativo, dove è venuto a contatto con diverse famiglie a basso reddito, e infine arrivare a votarsi interamente alla politica. Dagli inizi come volontario e consulente per alcune campagne locali, Mamdani è riuscito in fretta a raggiungere la camera bassa del Parlamento dello Stato di New York come rappresentante del suo distretto, venendo rieletto per ben tre volte fino al 2024.

LA POLITICA E LE POLITICHE: Quando un anno fa il giovane democratico apertamente socialista ha deciso di presentare il suo nome come candidato a sindaco di New York, in pochi negli Stati Uniti lo hanno preso sul serio. Per quanto la città sia da decenni la maggiore roccaforte democratica del paese, è risaputo quanto negli States non piaccia l’idea di essere governati da un socialista. Inoltre, un sindaco musulmano in una città dove la ferita legata all’11 settembre è ancora aperta fa certamente riafforare sentimenti negativi. Quando però Mamdani, sostenuto dai DSA (Democratic Socialists of America), ovvero l’ala più a sinistra del Partito Democratico, ha sorprendentemente battuto il super-favorito Cuomo alle primarie democratiche con il 56% dei voti, qualche orecchio dell’opposizione e all’interno degli stessi dem si è decisamente drizzato.

Cavallo di battaglia del programma di Mamdani sono state le politiche abitative, che ha promesso di migliorare calmierando i prezzi degli affitti sui quali la città ha qualche controllo. Oltre a questo, ha dedicato grande attenzione al welfare su trasporti pubblici, servizi per l’infanzia e prezzi alimentari, e ha proposto maggiore pressione fiscale sui super ricchi. In generale, le politiche che il neo-eletto sindaco ha promesso ai suoi cittadini si concentrano quasi esclusivamente sull’accessibilità economica, cercando di rendere la vita nella città più costosa degli Stati Uniti più vivibile per i meno abbienti. Il suo slogan “$30 by 2030”, fa riferimento all’obiettivo di aumentare il salario minimo dai 16,5 attuali, ai 30 dollari all’ora entro la fine del suo mandato.

I SUOI DETRATTORI: Il 5 novembre, la copertina del New York Post , celebre quotidiano conservatore della città, raffigurava uno schizzo in stile propaganda sovietica dove Zohran Mamdani impugnava una falce e un martello, accompagnato dal titolo “The Red Apple”, giocando sul soprannome della Grande Mela. La copertina evidenzia quello che la destra americana ha provato a strumentalizzare dall’ascesa di Mamdani per colpirlo, ovvero la sua appartenenza al socialismo democratico, cercando di rievocare quella “paura rossa” che ha caratterizzato la storia statunitense nel primo dopoguerra. Il Presidente Trump è stato tra i primissimi a buttarsi nella mischia dei detrattori di Mamdani, accusandolo di essere un “comunista lunatico e pericoloso”, di “non essere molto intelligente”, e minacciando di limitare i fondi federali a New York nel caso di una sua vittoria. Nonostante ciò, sembra che per la prima volta le minacce e gli insulti di Trump non abbiano fatto indietreggiare un candidato democratico, che durante tutta la campagna elettorale ha dimostrato di poter rappresentare un’alternativa forte all’aggressività del Presidente, difendendo con efficacia la sua posizione e rimanendo insistente nella sue idee. Ciò che ha fatto sì che l’ascesa politica di un attivista immigrato fosse così rapida da non poter essere scalfita nemmeno dalle parole dello stesso Presidente degli Stati Uniti è stata anche la sua efficace strategia comunicativa. Presentandosi alle numerose apparizioni pubbliche sempre sorridente ed essendo capace di comunicare questioni serie e problemi tramite video sui social dal tono leggero e ironico, Mamdani è riuscito a farsi amare dalle persone proponendo idee che, anche se in parte irrealizzabili, hanno fatto capire chiaramente alle persone da che parte sta e come intende governare, aumentando i suoi gradi di popolarità e surclassando l’aggressività della retorica trumpiana che negli ultimi anni era riuscita a mettere in ginocchio la maggior parte dei democratici.

L’opposizione repubblicana però non è stata l'unica di cui Mamdani ha dovuto preoccuparsi. All’interno del suo stesso partito, infatti, erano (e sono) in tanti a remargli contro. Mamdani proviene da quell’ala sinistra del Partito Democratico sviluppatasi in seguito alla quasi vittoria di Bernie Sanders, padre dei DSA, su Hillary Clinton alle primarie del 2016. La parabola tracciata da Sanders è stata portata avanti da Alexandra Ocasio-Cortez, una giovane sostenitrice di Sanders che nel 2018 ha conquistato un seggio al Congresso battendo un potente dirigente dell'establishment democratica. Gli anni tra la seconda sconfitta di Sanders alle primarie del 2020 e il ritorno di Trump alla Casa Bianca del 2024 sono stati particolarmente difficili per i social-democratici americani, che però ora sembrano vedere la luce in fondo al tunnel con l’elezione di Mamdani. All'establishment tradizionale democratica, comunque, non sono mai andati a genio i loro compagni di partito socialisti. In particolare a New York, nido della maggior parte dei miliardari e ultramilionari americani, l'élite economica che ha sempre sostenuto i democratici liberal non ha visto di buon occhio l’ascesa di un giovane socialista che parla di aumentare le tasse ai ricchi. Come scrive Ross Barkan sul “The New Statesman”: “nessun candidato a sindaco ha vinto con così poco sostegno di immobiliaristi, banchieri e dirigenti del mondo tecnologico, cioè quelli che, da dietro le quinte, hanno spesso indirizzato le scelte politiche della città. Questa vittoria li mette tutti per la prima volta davanti al fatto che i loro soldi sono impotenti”.

Un'altra delle ragioni per cui Madmani rappresenta un elemento di rottura e non piace alla politica tradizionale, neanche del suo stesso partito, è la sua visione di politica estera. Per quanto debba solo governare la città e non definire la foreign policy di Washington, la figura del sindaco di New York ha un profilo globale, e le sue dichiarazioni pesano su come il resto del mondo percepisce la politica americana nella sua totalità. Fortemente filopalestinese, in un dibattito tra i candidati durante la campagna, alla domanda su cosa avesse dovuto fare il sindaco della Grande Mela se Netanyahu avesse visitato la città, Mamdani è stato l’unico a rispondere senza esitazioni che lo avrebbe fatto arrestare. Secondo molti, il peggior scivolone del neoeletto sindaco è stato l’essere troppo vago nel definire Maduro un dittatore. Mamdani ha voluto chiarire subito la questione, definendo il Presidente venezuelano tale, ma continuando a condannare apertamente le azioni della Casa Bianca in Venezuela, oltre che l’embargo su Cuba.

I FUTURI PROBLEMI DI GOVERNANCE: La vera sfida per Mamdani rimane comunque quella che inizierà dal 1 gennaio dell’anno nuovo. Insediarsi nell’ufficio che prima di lui ha ospitato nomi del calibro di Fiorello LaGuardia (a cui Mamdani ha dichiarato di ispirarsi) e Bill de Blasio implica un certo grado di gravitas che peserà sicuramente sul trentaquattrenne. Il problema più grande che il Mamdani sindaco dovrà affrontare non si trova però tra le strade del Queens o nei grattacieli di Manhattan, bensì a circa 250 chilometri di distanza dalla città di New York, ad Albany, la capitale dello stato. E’ solo lì, infatti, tramite i fondi statali, che le grandi promesse di Mamdani possono concretizzarsi. Il più grande ostacolo è rappresentato dall’esecutivo. La governatrice di New York, Kathy Hochul, si è già detta contraria agli aumenti delle imposte sul reddito. Hochul si sta preparando alle elezioni che si terranno tra un anno, e non può permettersi di sostenere un agenda considerata troppo radicale, che, nonostante abbia funzionato a New York, non riscuoterebbe consenso nel resto dello Stato. Anche se la governatrice accettasse, le entrate aggiuntive derivanti dalla maggiore pressione fiscale verrebbero probabilmente utilizzate per colmare i vuoti lasciati dai profondi tagli ai finanziamenti dell’amministrazione Trump, salvando così i bilanci e i programmi federali esistenti a New York da un enorme deficit, ma non potendone creare di nuovi. L’area, però, dove Mamdani e Hochul potrebbero fare fronte unito, è l’assistenza all’infanzia universale, piano voluto dal futuro sindaco e che sembra piacere alla governatrice, il cui sostegno si rivelerebbe decisivo in sede di votazione all'Assemblea di Albany.

Quella che si presenta per Mamdani è la peculiare sfida di governare la città più famosa e complessa del mondo. Il suo mandato verrà giudicato sulla base della sua capacità di sapersi destreggiare tra i problemi che il governo di una metropoli del calibro di New York impone: opposizioni direttamente dalla Casa Bianca, tensioni interne al partito e legislatori statali non particolarmente inclini all’idea di sostenere un socialista. Quella, invece, che si presenta per New York e i suoi cittadini è l’occasione di poter ritrovare una città più giusta e vivibile capace di far fronte al crimine, alla crisi abitativa e alle disuguaglianze. I newyorchesi hanno scelto di affidarsi ad un volto nuovo e ad un’idea di cambiamento dove il centro sono loro. Ora la palla passa a Zohran Mamdani.

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Giovanni Ferrazza

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America del Nord

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Zohran Mamdani USA New york Democratici Politica