Il problema delle università americane

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  Giovanni Ferrazza
  25 aprile 2025
  5 minuti, 51 secondi

TRUMP CONTRO LE UNIVERSITA’: Da quando è salito al potere, uno degli obiettivi primari nel mirino di Donald Trump è stato il mondo universitario statunitense. In particolare, l'amministrazione repubblicana ha preso di mira alcuni college d'élite, considerati pericolosi centri di diffusione di antisemitismo e del pensiero radicale di sinistra. Alcune università sono state accusate di aver favorito la mobilitazione studentesca pro-palestinese della primavera dell’anno scorso. Anche se per lo più pacifiche e volte a criticare il forte legame finanziario e politico degli Stati Uniti con Israele, alcuni episodi verificatisi durante suddette manifestazioni - come aggressioni a studenti ebrei, scontri con la polizia e la presenza di dimostranti esterni all’ambito accademico (anche in veste di organizzatori) - sono stati un pretesto per Trump e i suoi alleati per imputare i college americani di essere colpevoli di tollerare sentimenti antisemiti e violenti.  Le mire trumpiane verso le istituzioni accademiche sono iniziate prestissimo: a febbraio con l'istituzione da parte del Dipartimento di Giustizia di una task force congiunta per combattere l’antisemitismo nelle scuole e nelle università, per poi continuare con l’arresto di diversi studenti stranieri che avevano partecipato alle proteste nei vari campus, anche se detentori di green card, e infine si sono manifestate con l’inizio delle investigazioni su 60 campus americani, culminate con importanti tagli ai finanziamenti per sette università, sei delle quali appartenenti all'Ivy League, il gruppo di università del nord-est americano famose per essere tra le più accademicamente rinomate.

GLI ARRESTI DEGLI STUDENTI: Gli arresti che hanno coinvolto gli studenti internazionali nelle università hanno creato clamore mediatico a partire dallo studente algerino  della Columbia University di New York, Mahmoud Khalil. L’8 marzo di quest’anno Khalil è stato arrestato e portato in un centro di detenzione in Louisiana con l’accusa di essere un simpatizzante di Hamas, a causa del suo ruolo di primo piano nelle proteste del 2024. Infine, la sua green card è stata revocata e un giudice federale della Louisiana ha recentemente emesso una sentenza per la deportazione di Khalil, nonostante non vi siano prove di effettive attività criminali da parte dello studente. L’arresto di Khalil era stato definito da Trump come “il primo di molti a venire”. A metà marzo è stato poi il turno di Bada Khan Suri, studente indiano della Georgetown  University, accusato di rappresentare una minaccia alla sicurezza nazionale e attualmente detenuto in un centro in Texas.  Successivamente, un altro caso mediatico è stato quello di Rumeysa Ozturk, la studentessa turca il cui video dell’arresto da parte di sei poliziotti dell’ICE (l’agenzia federale responsabile del controllo dell’immigrazione) incappucciati ha fatto il giro del mondo. Dopo di loro, si sono aggiunti decine di altri arresti che mettono in forte dubbio i diritti degli studenti stranieri nel paese. In un incontro con i giornalisti a metà aprile, il Segretario di Stato Marco Rubio aveva parlato di circa 300 visti studenteschi revocati sotto la sua supervisione, senza però specificare quanti di questi casi fossero legati alle proteste pro-palestinesi. Nel frattempo, lo stesso Dipartimento di Stato ha stretto la presa sui permessi rilasciati ordinando a tutte le ambasciate e ai consolati americani nel mondo, attraverso dei memorandum, di controllare le attività sui social dei richiedenti di visti studenteschi in cerca di informazioni utili su un eventuale supporto a organizzazioni terroristiche.

I CAMPUS COLPITI E IL CASO HARVARD: Le università americane beneficiano dei fondi statali destinati alla ricerca fin dal secondo conflitto mondiale. Tali finanziamenti hanno quasi sempre avuto un rapporto pacifico con il mondo della politica, ricevendo supporto bipartisan nella maggior parte dei casi in quanto fondamentali per incentivare il progresso statunitense sia nel pubblico che nel privato. Con Trump, però, anche questo sta cambiando. Nonostante il grande numero di università messe sotto investigazione dalla task force istituita dal Dipartimento di Giustizia, fino ad oggi sono state sette quelle effettivamente colpite dai tagli dei finanziamenti federali cominciati a inizio marzo. Oltre ad esse, dozzine di altri college sono attualmente sotto scrutinio da Washington, ma sono sempre di più quelle che decidono di non esporsi politicamente per paura di subire ritorsioni da parte dell’amministrazione. Il primo college coinvolto è stato proprio quello da dove sono partiti gli arresti, la Columbia University, a cui sono stati revocati 400 milioni di dollari in finanziamenti. E’ stato poi il turno della University of Pennsylvania (175 milioni), di Princeton (210 milioni), della Northwestern (790 milioni), della Cornell (1 miliardo), della Brown (510 milioni) e infine di Harvard (che rischia circa 9 miliardi di dollari). Mentre la maggior parte delle istituzioni accademiche coinvolte ha deciso di non esporsi a riguardo, la Columbia e Harvard fanno eccezione. Nel primo caso, l’università newyorchese, pur di recuperare i fondi perduti, ha deciso di cedere alle nuove misure di politica del campus richieste da Trump. Tra le concessioni rientrano: la collocazione del dipartimento di studi medio orientali, africani e del sud Asia sotto nuova supervisione; il rafforzamento della sicurezza nel campus e delle proprie politiche disciplinari riguardo alle proteste. La capitolazione della Columbia ha fatto storcere il naso a molti, che la definiscono come una pagina buia della storia universitaria statunitense. Il caso, però, che ha generato più clamore mediatico è senza ombra di dubbio quello di Harvard. La storica università del Massachusetts, infatti, come molti altri campus, si è vista recapitare una lettera proveniente dall'amministrazione Trump in cui le venivano fatte una serie di richieste che avrebbero riformato le proprie policies. Nonostante rischiasse il definanziamento federale di circa 9 miliardi di dollari, Harvard ha risposto con un’altra lettera rifiutandosi di sottostare alle richieste di Trump e definendole illegali e incostituzionali. Così facendo, il college che ha formato, tra gli altri, 8 Presidenti, si è visto congelare più di 2 miliardi di dollari riservati alla ricerca. Molti esponenti del mondo accademico statunitense si sono detti soddisfatti della forte presa di posizione di Harvard, definita come un punto di partenza da cui molti altri campus dovrebbero prendere esempio.

COSA ASPETTARSI: Anche se le università colpite dai tagli possono ancora contare su donatori privati, sulle rette e su altri tipi di entrate, è anche vero che molti repubblicani, tra cui il Vicepresidente JD Vance, stanno promuovendo l’idea di aumentare la pressione fiscale sulle grandi donazioni ricevute dalle università. Nonostante tutto, il caso di Harvard è, almeno per ora, solo un caso isolato. Se l’indirizzo politico dell’inquilino del 1600 di Pennsylvania Avenue verterà ulteriormente in questa direzione e se lungo la sua strada continuerà ad incontrare un atteggiamento condiscendente e arrendevole verso le proprie politiche, la possibilità che la leadership statunitense nel campo della ricerca scientifica, medica e tecnologica sia compromessa per diversi anni diventerà sempre meno remota.

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Giovanni Ferrazza

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America del Nord

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