Il Programma dei Villaggi Strategici in Vietnam: uno caso tra speranze e ostacoli

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  Livia Marini
  24 dicembre 2025
  7 minuti, 28 secondi

Cosa succede quando lo sviluppo viene usato come strumento di sicurezza?
Negli anni Sessanta, gli Stati Uniti tentarono di conquistare “cuori e menti” in Vietnam attraverso programmi di modernizzazione e controllo territoriale, convinti che sviluppo e stabilità potessero procedere insieme. Il risultato fu il Programma dei Villaggi Strategici, uno dei tentativi più ambiziosi di applicare il nesso sicurezza–sviluppo sul campo.

Il Vietnam non fu solo una guerra: divenne un laboratorio in cui emersero con chiarezza le tensioni tra obiettivi di sicurezza e reali bisogni delle popolazioni locali.

Il contesto e le premesse dell’intervento statunitense

Nel 1954 il Vietnam del Nord sconfisse l’amministrazione coloniale francese del Vietnam. In occasione degli Accordi di Ginevra, il territorio vietnamita fu diviso lungo il 17º parallelo. A nord venne creata la Repubblica Democratica del Vietnam, governata dal Partito Comunista Vietnamita. A sud nacque lo Stato del Vietnam, governato dall’imperatore Bao Dai. Questa divisione era pensata come temporanea, in attesa di elezioni nazionali, previste per il 1956, che avrebbero dovuto determinare il futuro del paese come Stato unificato. Il primo ministro dello Stato del Vietnam, Ngo Dinh Diem, iniziò però ad affrontare opposizione anche all’interno del proprio territorio, da parte delle forze di guerriglia note come Viet Cong. Nell’ottobre del 1955 Diem si proclamò presidente della Repubblica del Vietnam, dopo aver indetto un referendum soltanto nel Vietnam del Sud.

Corruzione e intimidazione, ampiamente utilizzate dai funzionari governativi nella lotta contro gli insorti comunisti, spinsero la popolazione sudvietnamita nelle file dei Viet Cong. Nel 1959 il Comitato Centrale del Partito Comunista Vietnamita invocò il rovesciamento del governo Diem. Lo sforzo degli insorti fu ufficializzato nel 1960, con la creazione del Fronte Nazionale di Liberazione (NLF). Il NLF trovò la propria forza nel malcontento della popolazione rurale e, all’inizio degli anni Sessanta, mise seriamente in discussione la capacità di Diem di ottenere il sostegno dei cittadini.

Questa situazione appariva critica al governo degli Stati Uniti. Il territorio rischiava seriamente di soccombere alla diffusione dell’ideologia comunista. Dopotutto, una delle idee chiave che guidavano la politica estera statunitense durante la Guerra Fredda era la cosiddetta “teoria del domino”. Se uno Stato del Sud-est asiatico fosse caduto vittima di infiltrazioni comuniste, quelli confinanti sarebbero conseguentemente crollati, generando un effetto domino. D’altro canto, i funzionari del governo statunitense erano già convinti che la crescita economica e il progresso tecnologico avrebbero contrastato l’espansione dell’ideologia comunista. Per questo motivo, il regime di Diem poté contare fin dall’inizio sul sostegno occidentale.

Il concetto strategico per il Vietnam del Sud e il Programma dei Villaggi Strategici

W. W. Rostow visitò il Vietnam nel 1961 con l’obiettivo di comprendere le cause profonde del sostegno della popolazione locale agli insorti. Scoprì che la lotta dei Viet Cong contro il regime di Diem risultava attraente per i giovani non tanto per l’ideologia comunista sottostante, quanto perché offriva loro un senso di appartenenza e potenziali possibilità di avanzamento personale. Ciò era dovuto all’insoddisfazione per le condizioni di un paese rurale nel mezzo di una transizione verso la modernizzazione, che li rendeva sradicati e privi di punti di riferimento.

A partire da queste considerazioni, il presidente degli Stati Uniti chiese al capo dell’intelligence del Dipartimento di Stato, Roger Hilsman, di elaborare un “Concetto Strategico per il Vietnam”. Una grande fonte di ispirazione per Hilsman fu il contributo alla controinsurrezione di Sir Robert Grainger Ker Thompson, coinvolto in Malesia e successivamente capo della Missione Consultiva Britannica nel Vietnam del Sud dal 1961.

Il Concetto Strategico per il Vietnam del Sud fu ufficializzato il 2 febbraio 1962. Consisteva in tre fasi distinte, che combinavano misure militari, economiche e sociali. La Fase Uno mirava ad affrontare la sicurezza e lo sviluppo delle aree ad alta priorità: villaggi rurali facilmente infiltrati dai Viet Cong. La Fase Due estendeva tali pratiche alle aree densamente popolate. La Fase Tre era progettata per eliminare la presenza dei Viet Cong nel territorio sudvietnamita, garantendo al contempo una protezione permanente. L’assunto di fondo che emerge costantemente dal piano riflette il filo rosso della politica estera statunitense dell’epoca: le preoccupazioni di sicurezza venivano affrontate attraverso misure di sviluppo volte a favorire la modernizzazione.

La Fase Uno del piano contiene le basi per la creazione del Programma dei Villaggi Strategici. Come stabilito da Hilsman, le forze statunitensi, insieme al governo di Diem, dovevano creare “zone di villaggi strategici” meno esposte alle infiltrazioni dei Viet Cong. L’esercito sudvietnamita avrebbe dovuto garantire il pattugliamento e assicurare che gli insorti non minacciassero la popolazione di tali villaggi. Successivamente sarebbero intervenuti i Team di Azione Civile, composti da professionisti di settori quali istruzione, medicina e amministrazione pubblica. L’obiettivo era aiutare a costruire il villaggio partendo da un’adeguata base socio-politica. Gli sforzi non erano diretti soltanto alla messa in sicurezza dei villaggi, ma anche a un più ampio obiettivo di costruzione dello Stato e sviluppo. Come affermò lo stesso Hilsman: “Il problema posto dai Viet Cong è un problema politico e non militare; o, più accuratamente, è un problema di azione civica”.

Risultati del programma

L’implementazione ebbe inizio nel 1962. L’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale finanziò le operazioni con 300.000 dollari per risarcire la popolazione della perdita delle proprietà dovuta al reinsediamento. Su 210 nuclei familiari, solo 70 si trasferirono volontariamente, mentre i restanti 140 furono sfollati mediante la minaccia dell’uso della forza armata. Nei primi tre mesi del programma solo il 7% dei beneficiari previsti si era trasferito nei villaggi. Il fallimento dell’operazione culminò nel colpo di Stato, sostenuto dagli Stati Uniti, che rovesciò Diem nel 1963. Nonostante le affermazioni contenute nel Memorandum di Ricerca del Vice Direttore dell’Ufficio di Intelligence e Ricerca Denney, il Programma dei Villaggi Strategici fu un fallimento per due principali ragioni:

- In primo luogo, il reinsediamento forzato creò gravi problemi nella costruzione del sostegno tra le popolazioni rurali. I sudvietnamiti furono costretti ad abbandonare le loro case ancestrali per essere trasferiti in nuovi villaggi, lontani dalle proprie terre. Questo spostamento interruppe legami e pratiche tradizionali, causando malcontento tra la popolazione;

- Inoltre, i villaggi non erano adeguatamente supportati dalle forze militari, lasciando la popolazione esposta alle incursioni dei Viet Cong. L’apparato militare di Diem si dimostrò incapace di proteggere i villaggi, nonostante l’addestramento e il supporto forniti dagli Stati Uniti. 

Entrambi i problemi, inizialmente legati al benessere e alla sopravvivenza delle persone, si trasformarono rapidamente in sfiducia verso gli aiuti e spinsero alcuni ad aderire alla causa dei Viet Cong.

Questo senso di disincanto fu alimentato dalla corruzione e dalla cattiva gestione documentate all’interno del governo Diem. I suoi sforzi per ottenere il sostegno della popolazione non raggiunsero l’obiettivo a causa delle pratiche dei suoi stessi funzionari, sia nella capitale sia nei villaggi. Poiché ai cittadini non venivano garantite risorse per queste ragioni, essi furono ancora una volta “indirettamente spinti” nelle file degli insorti. Inoltre, la mancanza di un’adeguata difesa dei villaggi portò a frequenti incursioni e infiltrazioni del NLF, avvicinando nuovamente i contadini ai Viet Cong.

Conclusione

Il tentativo di conquistare “cuori e menti” fallì nel suo obiettivo finale: conquistare i cuori e le menti della popolazione. Il Vietnam non fu solo una guerra: fu anche una lezione incompiuta su come sviluppo e sicurezza possano facilmente entrare in conflitto.

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Livia Marini

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