Il volto del controllo: riconoscimento facciale e diritti in Ungheria

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  Livia Marini
  11 maggio 2025
  3 minuti, 35 secondi

Lo scorso marzo il governo ungherese ha vietato i raduni Pride e ha modificato le leggi per consentire alla polizia di utilizzare telecamere biometriche per identificare i manifestanti che partecipano a tali eventi. Questa decisione ha provocato forti proteste sia da parte dei cittadini che da parte di organismi internazionali che si occupano della difesa dei diritti umani. Ancora una volta si presenta il rischio concreto che la tecnologia venga usata per sorvegliare e reprimere i cittadini e non per garantirne i diritti.

A inizio anno, il parlamento ungherese ha approvato un emendamento alla Costituzione che ha di fatto messo al bando le marce del Pride. Questa misura rientra nella politica del Presidente Orbán, volta a "eliminare le cimici sopravvissute all'inverno con le pulizie di Pasqua". La giustificazione di tali limitazioni alle libertà fondamentali dei cittadini viene attribuita alla necessità di proteggere il "corretto sviluppo fisico, intellettuale e morale" dei minori. Ma, oltre a vietare i raduni del Pride, questa misura ha preoccupato fortemente la società civile, in quanto ha legalizzato l'utilizzo del riconoscimento facciale da parte della polizia per monitorare tali eventi.

Ma cosa si intende quando si parla di sorveglianza biometrica? Il riconoscimento facciale o sorveglianza biometrica è una tecnologia che permette di identificare un individuo in base alle sue caratteristiche fisiche, biologiche e/o comportamentali. In particolare, il riconoscimento facciale è un tipo di sorveglianza biometrica che utilizza l'Intelligenza Artificiale per identificare i soggetti in base alle caratteristiche del viso. Secondo l'Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali (FRA), questa pratica può costituire una violazione di alcuni diritti quali privacy, protezione dei dati, libertà di espressione e libertà di riunione. Queste tecnologie, spesso utilizzate come strumento per il mantenimento della sicurezza, rischiano di diventare invece mezzo di repressione. Sono molti, infatti, gli studi che sottolineano la necessità di garantire la trasparenza e il controllo democratico quando si utilizza l'IA in contesti di applicazione della legge.

Questa mossa non è qualcosa di isolato, ma va inserita in un contesto già fortemente segnato da un’erosione dei principi democratici che va avanti da anni. Orbán ha già in passato compiuto azioni contrarie ai diritti fondamentali: dalla riduzione della libertà di stampa alla limitazione dell'indipendenza della magistratura. Proprio per questo motivo, l'Ungheria si trova oggetto di una procedura di infrazione per violazioni sistemiche dei valori fondamentali dell'UE, secondo l’art. 7 del Trattato sull'Unione Europea.

I diversi attori internazionali che hanno commentato questa misura sono stati concordi nel segnalare evidenti violazioni dei diritti umani. Secondo l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR), la legge “solleva serie preoccupazioni per le restrizioni arbitrarie e discriminatorie ai diritti di libertà di espressione, di riunione pacifica e di privacy”. 

Non è mancata anche la reazione della società civile. Secondo Human Rights Watch la misura si inserisce nel preoccupante contesto di crescente governance autoritaria che caratterizza il governo di Orban. Amnesty International lo ha definito un “attacco frontale” ai diritti LGBTQ+.

La legge, introducendo l’uso di riconoscimento facciale senza consultazione pubblica o supervisione indipendente, è contraria alla legislazione europea relativa alla governance digitale. Secondo il GDPR, il trattamento dei dati biometrici deve essere proporzionale, trasparente e limitato allo scopo. In aggiunta, l’AI Act vieta espressamente l’utilizzo della sorveglianza biometrica in tempo reale negli spazi pubblici tranne in condizioni che comportano minacce gravi e imminenti. 

Per questi motivi molti europarlamentari si sono dichiarati contrari alla misura. Il co-presidente del gruppo di monitoraggio sull'IA del Parlamento europeo, Brando Benifei, ha sottolineato come la legge ungherese costituisca una chiara violazione della nuova legislazione sull'IA dell'Unione Europea.

Il caso ungherese mostra chiaramente i rischi di una tecnologia utilizzata come strumento di controllo e repressione. Rende evidente quanto questi strumenti siano pericolosi non solo per la tutela della privacy ma soprattutto per la tutela della democrazia stessa. L'Europa che vuole proteggere i diritti dei cittadini riuscirà a tutelarli contro gli abusi?

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Livia Marini

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Società

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IntelligenzaArtificiale AiAct GDPR Ungheria Orban Pride DirittiLGBT+ Sorveglianza