A cura dell'Amb. Giuseppe Mistretta, Membro del Comitato Scientifico ed Accademico
La recente ripresa dei combattimenti in Etiopia fra l’ esercito federale e le milizie della regione settentrionale del Tigray (TDF) pone una serie di interrogativi sui futuri scenari non solo dello Stato etiopico, ma di tutto il Corno d’Africa.
C’è infatti da chiedersi se i nuovi scontri militari siano il preludio di una guerra più ampia in Africa Orientale, prima di tutto fra Eritrea ed Etiopia, rivali storici, solo temporaneamente alleati contro le TDF al tempo della prima guerra tigrina del 2020-2022.
L’ eventuale, nuovo conflitto potrebbe coinvolgere anche Egitto, Sudan e Somalia, tutti ai ferri corti con il Governo etiopico, poiché si oppongono fermamente, insieme all’Eritrea, ad uno sbocco territoriale etiopico sul Mar Rosso, rivendicato invece con forza- ed al di fuori delle procedure previste dal diritto internazionale- dal Premier etiope, Abiy Ahmed.
Egitto e Sudan hanno anche ulteriori motivi di tensione verso Addis Abeba: il Cairo ha un lungo contenzioso con le Autorità di Addis Abeba, perché ritiene che la Grande Diga del Rinascimento, costruita sul Nilo Azzurro dall’Etiopia ed ormai funzionante, riduca la portata delle acque del fiume con effetti devastanti per l’economia egiziana; Khartoum, dal canto suo, protesta per il sostegno sotto-traccia di Addis Abeba alle milizie ribelli denominate Rapid Support Forces, nella cruenta guerra civile che si protrae da oltre tre anni in territorio sudanese.
Difficile pensare che il piccolo territorio del Tigray, già sonoramente sconfitto nella prima guerra tigrina, abbia riaperto il conflitto con il Governo centrale, senza aver valutato di poter contare sul sostegno esterno di altri Paesi, a cominciare dalla stessa Eritrea. Il divario di risorse militari e tecnologia con Addis Abeba è già stato molto evidente nel corso della guerra del 20-22, soprattutto per quanto riguarda il controllo dei cieli e l’utilizzo dei droni da combattimento; grazie ad essi il Governo federale sbaragliò il campo avversario, causando anche decine di migliaia di vittime fra la popolazione civile tigrina.
E’ vero che le Autorità tigrine hanno concluso a metà settembre un’Intesa, denominata Alleanza per la Sopravvivenza, con altre 6 milizie di opposizione etiopiche, fra cui le Fano (Amhara) e le OLA (Oromo), con l’obiettivo dichiarato di eliminare il Premier etiopico Abiy Ahmed. Tuttavia si tratta di forze eterogenee e divise al loro interno, le quali difficilmente potranno mettere seriamente in difficoltà l’esercito etiopico e riportare sul terreno una vittoria decisiva.
Molti fattori fanno ritenere che la vera ragione alla base del riavvio dei combattimenti in Tigray sia il controllo della sponda africana del Mar Rosso, su cui affacciano tutti gli Stati menzionati, meno l’Etiopia, che non ha coste marittime dal 1993, anno dell’indipendenza dell’Eritrea.
Il Presidente eritreo Isaias Afewerki, leader autocratico al potere ad Asmara da oltre 30 anni, è decisamente contrario alle mire etiopiche sul Mar Rosso, dirette proprio sul porto eritreo di Assab, distante solo una sessantina di chilometri dalla frontiera etiope.
Egli è convinto, al pari dei suoi colleghi sudanese (Burhan), somalo (Hassan Sheik) e egiziano (El Sisi) che il Premier etiopico non reclami l’affaccio marittimo per motivi commerciali ed economici, ma per dotarsi di una sovranità piena su una fascia di territorio costiero, al fine di allestire una forte marina militare in grado di controllare le acque in prossimità dello Stretto di Bab El Mandeb.
E’ per questo che i Capi di Stato di Egitto, Eritrea, Somalia e Sudan si sono incontrati all’ inizio di ottobre ad El Alamein, ed hanno firmato una Dichiarazione congiunta che conferma il loro pieno accordo sulla necessità di una stabilità regionale, affermando fra l’altro che “la governance del Mar Rosso è esclusiva responsabilità degli attuali Stati costieri”.
I nuovi combattimenti in Tigray si intrecciano quindi con le tensioni regionali, dovute alla pretesa etiopica di uno sbocco marittimo, e fanno ritenere che lo scenario futuro più probabile nella regione possa essere una guerra di logoramento, la quale veda schierati da una parte Eritrea e milizie tigrine, sostenute più o meno intensamente da Egitto, Sudan e Somalia; e dall’altra Governo federale etiopico ed Emirati Arabi, con un limitato appoggio esterno di Cina e Russia.
Non può escludersi altresì un veloce blitz dell’esercito etiopico verso il porto eritreo di Assab, ed una severa sconfitta militare dell’Eritrea, tale da comportare la definitiva uscita di scena di Afewerki, l’accesso etiopico al Mar Rosso, e la riconfigurazione degli equilibri geostrategici intorno allo Stretto di Bab El Mandeb, dove già adesso la sponda araba è controllata dai ribelli Houthi, guidati dall’Iran.
Più remota invece l’ipotesi del raggiungimento di un’Intesa diplomatica attraverso forme di compromesso fra le rispettive esigenze; essa non spiegherebbe infatti le ragioni della riapertura proprio in questo momento dei combattimenti da parte delle milizie tigrine, nè gli sconfinamenti dell’esercito eritreo in territorio etiopico, testimoniati dalle locali popolazioni.
Etiopia ed Eritrea, dopo aver interrotto nei giorni scorsi le loro relazioni diplomatiche, hanno investito del loro contenzioso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, accusandosi reciprocamente di atti di aggressione rivolti contro la rispettiva integrità territoriale.
Tenendo conto dell’ atmosfera internazionale generale, anche nel Corno d’ Africa le negoziazioni ad oltranza sembrano cedere il passo all’incedere di soldati, droni ed armamenti, di cui fanno ancora una volta le spese le popolazioni civili, già gravemente sofferenti per le atrocità della guerra del 2020-2022
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Redazione
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