In Italia il reato di tortura è stato introdotto nel Codice Penale con la legge n.110 del 2017, assieme al reato di istigazione alla tortura, nel titolo XII - Delitti contro la persona, sez. III - Delitti contro la libertà morale, rispettivamente artt. 613-bis e 613-ter. L'iter parlamentare è stato tortuoso e ha visto diversi tentativi di riforma – sia nel senso dell’abolizione, sia nel senso del rafforzamento – negli anni seguenti.
La pena per il reato di tortura prevede la reclusione da 4 a 10 anni per
«chiunque, con violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza, ovvero che si trovi in condizioni di minorata difesa, se il fatto è commesso mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona» (cfr. testo completo).
Se queste violenze sono perpetrate da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, quindi segnando un abuso di potere, allora la pena è aumentata con la reclusione da 5 a 12 anni. Entrambe le pene sono ulteriormente aumentate se dai fatti derivano lesioni personali comuni, gravi o gravissime; arrivano a 30 anni o all’ergastolo in caso di morte, non voluta nel primo caso e volontaria nel secondo.
La settimana scorsa si è tornato a parlare di tortura e violenze nel contesto delle carceri minorili, in particolare nel carcere minorile di Casal del Marmo, a Roma. È infatti in corso un’inchiesta della Procura di Roma per presunte violenze avvenute tra febbraio e novembre dell’anno scorso, che sarebbero state eseguite da dieci agenti di polizia penitenziaria ai danni di tredici ragazzi detenuti, che, all'epoca dei fatti, avevano tra i 15 e i 19 anni. Gli agenti sono stati iscritti nel registro degli indagati: le accuse sono di tortura, lesioni e falso ideologico.
L’inchiesta è scattata a seguito della denuncia da parte dell’associazione Antigone, che, nella primavera scorsa, aveva raccolto notizie di possibili reati e, a luglio, aveva presentato un esposto alla Procura della Repubblica e avvertito le autorità amministrative, riportando le testimonianze raccolte non solo dai ragazzi detenuti, ma anche da diversi operatori del penitenziario. La prossima settimana le vittime saranno ascoltate da un giudice in incidenti probatori. Per ora dall’inchiesta emerge che gli episodi si sarebbero verificati di notte, in zone dove le telecamere di sorveglianza non arrivano; si legge di violenze quali pestaggi, schiaffi e pugni, aggressioni con oggetti come sedie, bastoni o estintori; i referti medici dei detenuti descrivono ecchimosi sul costato, lividi sul petto o ferite agli occhi che potrebbero essere compatibili con le violenze testimoniate. I ragazzi raccontano di aver ricevuto minacce ripetute («vi porto sopra e vi faccio come carne macinata», si legge nei documenti dell’inchiesta), e parlano di agenti ubriachi o drogati.
Antigone ha annunciato che si costituirà parte civile nel procedimento, come aveva fatto anche nel caso del carcere minorile Beccaria di Milano: quell’inchiesta era iniziata nell’aprile 2024 con l’arresto di 13 agenti di polizia penitenziaria e la sospensione di altri 8, per fatti avvenuti tra il novembre 2022 e il marzo 2024, denunciati dal Garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Milano assieme ad alcune operatrici dell’istituto. Tramite intercettazioni e l’acquisizione delle immagini delle telecamere di sorveglianza, le indagini si sono allargate e, nell’agosto 2025, risultavano indagate altre 42 persone, tra agenti di polizia penitenziaria e personale sanitario, e altre tre tra direttrici ed ex direttrici. In questa sede, la finestra temporale si è estesa all’aprile 2021, e i ragazzi accertati come parti offese sono passati da 8 a 33: questi hanno testimoniato violenze inaudite e sistematiche, pestaggi, umiliazioni, ferite ai genitali, una tentata violenza sessuale e un uso massiccio di farmaci; è emerso un diffuso coinvolgimento istituzionale.
Il presidente di Antigone Patrizio Gonnella, in una riflessione su questo secondo “caso romano” di violenze, rivendica la necessità di una svolta organizzativa nella giustizia minorile, invocando ad esempio la gestione degli istituti penali per minori a funzionali civili invece che a corpi di polizia, rafforzata dalla direzione completamente opposta verso cui si è invece mosso il ministero della giustizia, con la recente scelta fortemente anti-pedagogica di far indossare la divisa ai poliziotti dell’istituto. Gonnella offre una riflessione sul bisogno di aprire all’esterno il sistema minorile, evidentemente in crisi, e di restituirgli dignità sociale. Entro qualche mese, con le associazioni Defence for children e Libera, Antigone diffonderà alcune proposte di modifiche e di assemblee aperte in cui operatori del settore possano discutere di violenze, razzismo, divise, disciplina e vita nel carcere minorile.
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L'Autore
Emma Zurru
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