Le proteste che hanno messo a dura prova la solidità della Repubblica Islamica come non mai in passato, rivelano un elemento di discontinuità rispetto alle più recenti rivolte del 2022. Mentre il propulsore di queste ultime fu l’area a maggioranza curda del Rojhilat, in quella attuale ad avere un ruolo primario sono stati i bazaari (commercianti), che per la prima volta hanno messo in seria discussione l’autorità degli Ayatollah.
La rivolta del “Gran Bazar” conferisce al dissenso una dimensione endogena, che va necessariamente inquadrata in un contesto che assume i tratti di una realtà imperiale a tutti gli effetti, dove i persiani, dei quali i bazaari sono espressione per eccellenza, rappresentano il ceppo dominante, sia a livello demografico (60% circa) sia in termini di potere decisionale. Questo spiega la legittimità che gli Ayatollah hanno inizialmente riconosciuto al dissenso (1), prima che quest'ultimo coinvolgesse altri settori sociali e minoranze, come avvenuto in passato.
Dinanzi ad ogni protesta che ciclicamente si è abbattuta sulla teocrazia iraniana, sovente vi si è volto lo sguardo con una lente “occidentalistica”, traendone un’analisi dicotomica tra il bene (rivoltosi) e il male (il regime). Una semplificazione di complessità che non tiene conto di quelle sfumature proprie di una popolazione assorbita in una dimensione imperiale e che collocano l’Iran su un piano strutturalmente opposto alle democrazie liberali occidentali.
Ogni rivolta verificatasi negli ultimi decenni ha visto alla sua testa diversi gruppi etnici e sociali, ciascuno con istanze identitarie, spesso contrastanti tra loro. Emblematica fu quella del 2022, quando la morte di una ragazza curda, tenuta in custodia della polizia morale, infiammò le aree del Rojhilat che cavalcarono l'onda emotiva generatasi contro l’egemone persiano. Mentre quest’ultimo si univa alla repressione del regime contro quella che fu declassata a defezione allogena, l’applicazione di categorie universalmente omologate, ricorrente a certe latitudini, tendeva a derubricare gli eventi come la più classica delle lotte tra popolo e tiranno, finalizzata alla conquista di democrazia e libero commercio.
Nell'attuale rivolta, l'attore catalizzatore è espressione di un dominio etnico e culturale radicatosi nei secoli. È lo stesso che nel 79’, assieme alle masse rurali, si coagulò attorno alla figura di Khomeini, in contrapposizione al progetto di modernizzazione sostenuto dai Pahlavi, accusati di essersi ridotti alla mercé delle potenze straniere. A dispetto del rinnovamento del Paese voluto dallo Shah, vi è un aneddoto raccontato da Michel Foucault durante il suo viaggio in Iran nel settembre del 1978. Durante una visita al bazar di Teheran, riaperto dopo settimane di sciopero, il sociologo francese si soffermò su delle macchine da cucire targate “Made in South Korea” (2), notandovi raffigurate una serie di decorazioni tipiche persiane, con fiori in sboccio e piante rampicanti. Agli occhi di Foucault, quelle decorazioni, volte a imprimere un tocco di “persianità”, altro non erano se non espressione dell’orgoglio di un popolo che mai avrebbe ceduto identità in cambio di una “modernità” che rendeva più labile il confine con l’esterno, tradendo quell’alterità che è tratto intrinseco del mondo “fârsi”.
Storicamente, per un popolo autoreferenziale come quello persiano, ciò che proviene al di fuori del proprio mondo è visto con sospetto, pertanto difficilmente i messaggi da parte dei consessi europei e nordamericani, diretti all’unisono a tutto il “popolo iraniano”, soggetto che non esiste se non nella misura delle sue congenite sfumature, avranno un impatto sugli equilibri interni.
Al di là della retorica, gli apparati statunitensi che si confrontano con il contesto iraniano, senza quell’atteggiamento solipsistico fonte di incomprensioni di quel mondo, difficilmente avallerebbero un intervento diretto, consapevoli del rischio di generare un vuoto di potere in un attore chiave per gli equilibri regionali. Turchia, Arabia saudita e le monarchie del Golfo hanno espresso il loro disappunto riguardo un possibile intervento americano (3). La stessa Guida Suprema Khamenei (4) ha accusato pubblicamente il presidente statunitense Trump di aver dato manforte alla sedizione interna, confermando come la retorica antiamericana - oggi come nel 79’ - continui ad attecchire nel fronte interno, in particolare nelle aree rurali, dove queste ultime rappresentano quella voce silenziosa del Paese che si contrappone a quella più vibrante, ma nella sostanza meno influente, delle nuove generazioni del “centro”.
Andare in profondità del pensiero persiano è fondamentale per interpretare gli eventi che gravitano attorno a quel mondo. Nello Shāh-Nāmeh - “Libro dei Re” - di Firdusi, opera lirica per eccellenza dell’epica persiana, la sconfitta dell’esercito achemenide nella battaglia di Gaugamela per mano dei macedoni viene raccontata attraverso un'edulcolorazione narrativa che presenta Alessandro Magno come di chiare origini persiane, con l’intento di giustificare, rendere accettabile, una delle sconfitte più umilianti nella storia persiana. Sebbene gli Ayatollah guardino con scetticismo a tutto ciò che è preislamico, il monumento dedicato a Firdusi a Teheran non è stato rimosso con l’avvento della teocrazia. Lo stesso Ahmadinejad, Presidente dal 2005 al 2013, affermò che l’anno di nascita di Firdusi coincideva con l’anno in cui Muhammad al-Mahdi - nello sciismo duodecimano il legittimo discendente di Maometto – si era nascosto in attesa di ritornare per la “fine dei tempi”. Considerando che in Iran l’Islam è un retaggio di dominazione esterna, questa forma di sincretismo con l’era preislamica evidenzia come la dimensione religiosa non presenti una natura confessionale autoctona, ma si configuri bensì come uno strumento funzionale alla proiezione di potenza.
Lo sciismo servì da un lato a differenziarsi dal mondo arabo sunnita, rispondendo a quel bisogno di alterità che storicamente ha caratterizzato i rapporti tra persiani e altre civiltà, dall’altro, è strumento essenziale nella costruzione di una proiezione esterna di matrice panislamica, attraverso la quale poter estendere la propria sfera di influenza sull’estero vicino, facendo leva sulle minoranze sciite insediatesi nei secoli all’interno dei principali rivali regionali.
Se da un lato le difficili condizioni economiche - con un’inflazione che nel 2025 ha sfiorato il 50%5 - hanno alimentato il malcontento nei confronti del regime, dall’altro le vulnerabilità emerse nella “Guerra dei 12 giorni” con Israele hanno colpito direttamente l’orgoglio della componente persiana. La domanda che quest’ultima si pone riguarda il prezzo interno da pagare per preservare ciò che resta della proiezione di potenza del Paese. Le defezioni emerse nello scontro con lo Stato ebraico hanno spinto settori influenti del fronte interno a interrogarsi sulla capacità degli Ayatollah di continuare a esprimere quell’antagonismo verso l’esterno, che costituisce la loro principale fonte di legittimazione, e sul senso di sostenere “fardello imperiale” a fronte di un ridimensionamento regionale e delle umiliazioni subite da un rivale storico.
Se è realistico pensare che una larga fascia della popolazione iraniana non si rifletta nello zelo religioso del regime, è altrettanto lecito nutrire dei dubbi sulla narrazione che esaurisce il dissenso iraniano nella volontà di emulare modelli “raccomandati” dall’esterno. Una serie di elementi ripresi dalle rivolte degli ultimi anni fanno venire meno alcune delle convinzioni maturate sul percorso che gli iraniani vorrebbero perseguire.
Nell’ottobre del 2022, in pieno clima di protesta, circa un milione di giovani, molti dei quali con addosso simboli riconducibili allo zoroastrismo, si sono radunati per andare in pellegrinaggio sulla tomba di Ciro “il Grande” in occasione dell’anniversario della sua entrata a Babilonia nel 539 a.C. Un atto che a certe latitudini verrebbe considerato bizzarro, se non eversivo, ma che nel contesto iraniano si riconduce a quel retaggio preislamico di matrice imperiale, che quella fascia di popolazione, avversa alla teocrazia, sembra identificare come “terza via”.
La canzone divenuta inno delle proteste del 2022 - “Baraye” - presenta un passaggio che cita “Per la Patria”: un termine che è stato espunto dalla dialettica dei consessi occidentali, gli stessi che vedrebbero nel dissenso iraniano la piena volontà di compiere una transizione democratica.
Questa lettura solipsistica degli eventi, che persuade una parte di mondo, minoritaria, a credere che la maggioranza del pianeta persegua una sua integrale emulazione, trascura il fatto che ciascun potere politico, anche il più autoritario, incontri legittimità nel consenso, elemento imprescindibile per la sua sopravvivenza.
Ritenere che un popolo intero sia ostaggio del leader o del partito di turno, e che questi ultimi fondino la legittimità esclusivamente su sé stessi, è una riduzione di complessità che omette quegli elementi che, agendo al di sotto della sovrastruttura, ne sono un imprescindibile pilastro.
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L'Autore
Davide Shahhosseini
Tag
Iran Middle East Ayatollah