Missili sul Golfo: USA e Iran tra guerra e negoziati

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  Bianca Mannino
  29 maggio 2026
  4 minuti, 18 secondi

Gli Stati Uniti hanno nuovamente violato il fragile cessate-il-fuoco il 26 maggio 2025, conducendo attacchi contro siti missilistici e imbarcazioni battenti bandiera iraniana nell’area strategica dello Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi energetici e commerciali del pianeta. Washington ha giustificato l’operazione sostenendo di aver agito per proteggere le proprie truppe stanziate nella regione dalle unità iraniane, accusate di voler posizionare mine marittime lungo lo stretto per minacciare la sicurezza della navigazione internazionale. Tra le aree colpite figura la provincia di Hormozgan, mentre da Teheran è arrivata un'immediata e dura reazione politico-militare.

Il comandante della Forza Aerospaziale dei Guardiani della Rivoluzione, Seyed Majid Moosavi, ha definito "vani" i colloqui con il nemico, ribadendo, tuttavia, che le forze iraniane restano pronte ad una risposta immediata qualora i raid dovessero proseguire. Le dichiarazioni di Moosavi riflettono il crescente scetticismo interno all’apparato di Teheran nei confronti del dialogo con Washington, soprattutto a seguito di prolungati bombardamenti alternati a fragili tentativi diplomatici. La dinamica sembra infatti riproporre uno schema che ha già caratterizzato la crisi negli ultimi mesi: annunci di intese imminenti seguiti da improvvise escalation militari che finiscono per rinviare i tavoli negoziali.

Sul piano delle trattative, la figura chiave per la Repubblica Islamica incaricata di guidare il confronto resta Mohammad Baqr Qalibaf, presidente del Parlamento iraniano e principale interlocutore nel dialogo con gli Stati Uniti. Nelle stesse ore dell'attacco, Qalibaf si trovava a Doha (in Qatar) per una serie di consultazioni con le autorità locali, nel tentativo di sbloccare circa 24 miliardi di dollari appartenenti a fondi iraniani congelati all’estero. Secondo fonti diplomatiche, il rilascio di queste risorse economiche rappresenterebbe uno degli elementi decisivi per accelerare la finalizzazione di un memorandum d’intesa tra Washington e Teheran.

In questo contesto, il Qatar si conferma un ruolo sempre più centrale come mediatore. Doha teme che una fiammata di violenza nello Stretto di Hormuz possa compromettere non solo la sicurezza del Golfo Persico, ma anche il traffico energetico globale, da cui dipende gran parte della stabilità economica dell'area. La chiusura o il blocco dello snodo provocherebbero contraccolpi immediati sui mercati internazionali, facendo impennare i prezzi del petrolio, del gas e trasporti marittimi. Per questo motivo, le monarchie del Golfo stanno intensificando gli sforzi diplomatici per evitare che il confronto degeneri in un conflitto aperto.

Il quadro geopolitico, che circonda le trattative, coinvolge l’intero assetto del Sud-Ovest asiatico. Tra le condizioni avanzate  dagli Stati Uniti vi sarebbe anche l’adesione del Pakistan e dell’Arabia Saudita agli Accordi di Abramo, il processo promosso da Washington per favorire la normalizzazione delle relazioni tra Israele e diversi Paesi musulmani.
Secondo quanto dichiarato dal presidente statunitense Donald Trump, l’allargamento del trattato servirebbe sia a stemperare le tensioni regionali, sia ad ottenere un ridimensionamento del programma nucleare iraniano. Tuttavia, la strategia della Casa Bianca ha già incontrato forti resistenze: Il Pakistan ha formalmente respinto l'ipotesi e di non voler aderire al progetto, sottolineando la necessità di mantenere separati i tavoli con l’Iran dalle questioni legate alla normalizzazione delle relazioni con Tel Aviv. Nonostante ciò, diversi osservatori internazionali ritengono che Trump stia cercando di presentare l’intesa con Teheran come un’estensione politica degli Accordi di Abramo, così da trasformare il potenziale successo in una vittoria diplomatica spendibile sul piano interno statunitense.

Parallelamente, resta centrale il ruolo di Israele e di Hezbollah nello scacchiere mediorientale. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato l’intensificazione delle operazioni militari nel sud del Libano, aumentando il rischio di una guerra su più fronti. Secondo diversi analisti, Tel Aviv starebbe cercando di esercitare una pressione indiretta sulle trattative tra Stati Uniti e Iran proprio attraverso l’escalation libanese, nel timore che un eventuale compromesso possa rafforzare l’influenza di Teheran nella regione. Le tensioni sono alimentate anche dalle divisioni interne al governo israeliano: esponenti dell'ala radicale della coalizione di Netanyahu, come il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e il Ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir, continuano a sostenere una linea oltranzista, rifiutando qualsiasi accordo che possa ridurre la superiorità strategica dello Stato ebraico.

In questo scenario emerge anche il ruolo dell’Egitto. Il presidente Abdel Fattah al-Sisi, durante un colloquio con la controparte iraniana Massoud Pezeshkian, ha espresso la volontà del Cairo di facilitare un memorandum d’intesa volto a ristabilire la stabilità. Al-Sisi ha tuttavia ribadito la netta contrarietà dell’Egitto a qualsiasi ingerenza nella sovranità degli Stati del Golfo, e il Cairo ha riaffermato il proprio sostegno ai principi del diritto internazionale come unica base possibile per una soluzione duratura.

Nonostante gli sforzi, la struttura su cui dovrebbe reggersi una possibile intesa tra Stati Uniti e Iran rimane profondamente instabile. Le pressioni militari, i veti degli attori regionali e i conflitti paralleli che interessano Israele, il Libano e i Paesi del Golfo continuano a condizionare le prospettive di pace. In questo contesto, la stabilità appare legata non solo agli interessi strategici delle superpotenze, ma alla loro  reale capacità di garantire i cardini fondamentali dell'ordine internazionale: come il rispetto della sovranità territoriale e il principio di non ingerenza.


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Bianca Mannino

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Hormuz Iran USA