Israele e Turchia: dal mito di una “Relazione Speciale” alla competizione strategica

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  Matteo Ferrari
  11 luglio 2026
  8 minuti, 12 secondi

Il rapporto tra Turchia e Israele è sempre stato altalenante, sin dalla nascita di quest’ultimo nel 1948. Sebbene la Turchia abbia riconosciuto lo stato di Israele poco dopo la sua costituzione, normalizzando i rapporti diplomatici con esso, l’idea di approfondire tali rapporti non è mai stata centrale nell’agenda politica turca. Durante la Guerra Fredda, i rapporti bilaterali tra i due paesi vennero influenzati da due fattori principali: dalla loro postura filo-occidentale durante il confronto bipolare USA-URSS, e dal conflitto arabo-Israeliano che ha caratterizzato le dinamiche regionali del Medio Oriente, con evidenti conseguenze constatabili ancora oggi. I periodici tentativi di avvicinamento vennero sistematicamente ostacolati o interrotti a causa delle cicliche crisi tra Israele e gli attori della regione, nonché dalle pressioni dell’opinione pubblica turca, storicamente sensibile alla causa palestinese. Recep Tayyip Erdoğan, il 12esimo e attuale presidente della Turchia a seguito degli eventi del 7 Ottobre 2023, ha sempre condannato la risposta Israeliana all’attentato di Hamas, accusando Netanyahu e il suo governo di usare la forza militare in modo sproporzionato con l’obiettivo preciso di mettere in atto un genocidio. Che il ritrovato interesse per la questione palestinese nasca da un’opportunismo politico di Erdogan, volto a blindare il proprio elettorato - conservatore e religioso - e mettere in atto una politica estera sempre più assertiva nella regione o da un genuino interesse verso i diritti del popolo palestinese, non cambia il risultato. I toni sempre più duri da parte della Turchia hanno esacerbato le tensioni, portando i due Stati a considerarsi reciprocamente rivali strategici.

Turchia e Israele: il punto di rottura

La Seconda Intifada (2000-2005) e il collasso dei processi di pace regionale, sono un’utile rappresentazione di quella che era la difficile convivenza tra Turchia ed Israele all’inizio del nuovo millennio. Durante quel periodo però, nonostante i rapporti tra i due paesi fosse particolarmente freddi, la Turchia assicurò ai partner occidentali una minima continuità dei rapporti con lo Stato Ebraico. Questa postura cambiò drammaticamente tra il 2009 e il 2010, a seguito di un acceso confronto tra Shimon Peres, all’epoca primo ministro Israeliano, e Erdogan presso il forum di Davos in Svizzera. Il cambio di postura della Turchia fu confermato a seguito dell’incidente di Mavi Marmara, durante il quale la Flottiglia della Pace, supportata dalla Turchia, venne presa d’assalto dalle IDF causando la morte di nove persone. Ufficialmente, il riconoscimento reciproco non venne a mancare neanche dopo l’incidente ma i principali rapporti diplomatici si congelavano quasi completamente; concretamente, questo cambiamento ebbe un impatto nei rispettivi dibattiti politici, dove figure di spicco e membri dei governi di entrambi i paesi videro nell’altro un utile obiettivo politico contro cui scagliare le proprie retoriche nazionaliste, con lo scopo di ottenere maggiore seguito politico domestico. Il cambio di postura turco ebbe nel decennio successivo conseguenze importanti per la Turchia stessa: il paese visse un periodo di crescente isolamento e di crisi di affidabilità agli occhi dei partner occidentali. La retorica populista turca, e il supporto a gruppi di resistenza sparsi per la regione, vennero accolti positivamente da una parte importante dell’opinione pubblica araba ma, al contrario, vennero osservati con sospetto da numerosi governi della regione. Il supporto della Turchia al Qatar, sotto le forti pressioni saudite ed emiratine che, accusando quest’ultimo di sponsorizzare il “terrorismo islamico” nella regione, hanno portato l’esclusione del piccolo paese del golfo da ogni tipo di collaborazione regionale; il rifiuto di riconoscere il governo egiziano del generale Al-Sisi e l’assassinio del dissidente saudita Khashoggi presso il consolato saudita di Istanbul, hanno contribuito inevitabilmente ad aggravare l’isolamento regionale turco. Nel mentre, Israele ha beneficiato dalla crescente preoccupazione dei paesi del Golfo nei confronti dell’Iran che dal 2016 ha rappresentato un elemento costitutivo del progressivo avvicinamento tra Israele e i diversi paesi del Golfo, culminando nel 2020 con gli Accordi di Abramo.

La genesi di una competizione strategica

Dall’inizio del nuovo millennio, la Turchia ha puntato sempre di più sulla formazione di una strategia che potesse svincolarsi dall’influenza del blocco occidentale preponderante durante la Guerra Fredda. Gli Stati Uniti, preoccupati dall’idea di una frattura insanabile tra i partner locali, hanno sempre cercato - con poco successo - di mediare i rapporti tra i due paesi. La polarizzazione delle posizioni strategiche e politiche dei due Stati, però, non si è arrestata; anzi, a seguito delle primavere arabe, la crescente corrente Islamista guidata da gruppi come quello dei Fratelli Musulmani, è aumentata. La posizione di Ankara fu conciliante nei confronti di queste realtà politiche emergenti che rappresentano una nuova ondata di democratizzazione, aspirando al ruolo di guida del nuovo assetto regionale. Il governo turco (costituito dal Partito APK) cercò di proporsi come modello di riferimento: un partito di ispirazione islamica capace di governare uno Stato moderno ed economicamente florido. Non stupisce, dunque, che la Turchia sia diventata un porto sicuro per molti attivisti e militanti di gruppi d'ispirazione islamista, come quello dei Fratelli Musulmani, a seguito del golpe che portò al potere Al-Sisi in Egitto o che abbia offerto protezione a membri di Hamas, già definito da Erdogan come un movimento di liberazione dall’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Ma perché esiste questa affinità ideologica con i Fratelli Mussulmani e le sue molteplici ramificazioni? La motivazione è semplice: Erdogan e gran parte della leadership del suo partito affondano le proprie radici nel movimento “Milli Görüş” (Visione Nazionale) fondato da Necmettin Erbakan negli anni '70, il quale condivideva, seppur con diverse sfumature, la stessa visione del mondo dei Fratelli Musulmani: l'Islam non solo come fede privata, ma come sistema politico, sociale ed economico alternativo sia al capitalismo occidentale che al socialismo. In virtù di questa ideologia, le primavere arabe rappresentano il punto di arrivo, il consolidamento strategico dell’alleanza tra Turchia e Fratelli Musulmani, dove la prima si immagina come guida della Ummah (l’intera comunità islamica).  A seguito delle primavere arabe, percepite come un “terremoto” destabilizzante per la sicurezza di Israele, le tensioni tra i due paesi sono costantemente aumentate, creando la percezione di una minaccia turca all’interno dei palazzi di potere Israeliani, la quale in futuro potrebbe diventare più determinante delle attuali preoccupazioni verso l’Iran e il suo programma nucleare.

Turchia come minaccia immediata e crescente?

Secondo quanto riportato da un documento dell'International Institute for Counter-Terrorism (ICT) intitolato "Turkey under Erdoğan: An Emerging Immediate Strategic Threat", facendo riferimento al comitato Nagel - istituzione ufficiale per la difesa degli interessi strategici israeliani - sono definiti i principali motivi per cui la Turchia rappresenta una crescente minaccia: la presenza in Siria, l’assistenza ad Hamas e la politica estera sempre più espansiva, sia nel mediterraneo che al di fuori dei confini regionali. In seguito al crollo del regime di Bashar al-Assad a fine 2024, la Turchia ha accumulato molta influenza nella leadership nel nuovo governo. Per Israele, il rischio è che la Siria diventi di fatto un "proxy" di Ankara. Inoltre, il dispiegamento di sistemi di difesa aerea turchi in territorio siriano minaccia di limitare la libertà operativa dell'aviazione israeliana. Il citato rapporto evidenzia i profondi legami ideologici e politici tra Erdogan e Hamas. Durante i negoziati per il cessate il fuoco a Gaza e il rilascio degli ostaggi, durante l’amministrazione Trump, Erdogan ha cercato di accreditare la Turchia come garante e ha spinto per schierare forze turche a Gaza all'interno di una coalizione multinazionale. Il governo israeliano si è opposto a tale proposta, argomentando che la presenza Turca, alla luce delle evidenti connessioni con Hamas, avrebbe prevenuto il disarmo dell’organizzazione. Sempre in virtù degli eventi di Gaza, nell’aprile 2024 i rapporti economici principali tra Israele e Turchia sono stati interrotti da quest’ultima, bloccando persino le scappatoie di transito commerciale attraverso l'Autorità Palestinese o paesi terzi, e vietando l'attracco reciproco delle navi nei rispettivi porti. Secondo il rapporto, inoltre, progetti volti ad influenzare le comunità arabo-musulmane nella Gerusalemme Est, volte ad radicalizzare un sentimento anti-israeliano, rischia di destabilizzare il paese dall’interno. Infine, il documento cita la strategia turca di espansionismo nel aree del vicino e lontano estero come quella della "Patria Blu" (Mavi Vatan), con cui Ankara rivendica ampie zone marittime nel Mediterraneo orientale, contrastando direttamente i progetti di esplorazione di gas naturale e i corridoi logistici ed economici, come l'IMEC (India-Middle East-Europe Economic Corridor), un mega-progetto di corridoio infrastrutturale ed economico annunciato al G20 del 2023 e sostenuto da Israele, Grecia e Cipro, ma ritenuti dalla Turchia - esclusa da questo accordo - un tentativo di accerchiamento Israeliano o presenza militare turca in ottica neo-ottomana in aree strategiche, come in Qatar e Somalia, con l'intento di proiettare il proprio potere in aree geopolitiche sensibili.

Provocazioni reciproche o un conflitto inevitabile?

In conclusione, nonostante le attuali distensioni, la rivalità tra Turchia e Israele è storicamente confinata a contesti militari convenzionali. L'appartenenza turca alla NATO e lo storico legame israelo-statunitense rendono improbabile un conflitto diretto nel prossimo futuro; è probabile che la competizione si esprima attraverso provocazioni costanti, minacce e opportunismo politico. In questa dinamica si inserisce il parziale ripiegamento turco rispetto al sostegno incondizionato ai Fratelli Musulmani, culminato nell'espulsione di diversi attivisti: una mossa dettata da pressioni economiche e dalla volontà di rompere l'isolamento regionale, normalizzando i rapporti con Egitto e Arabia Saudita. L'unica vera variabile strategica è rappresentata dalle recenti operazioni militari di Stati Uniti e Israele contro l'Iran. Se l'azione dovesse indebolire strutturalmente il regime di Teheran, allora verrebbe meno la percezione della minaccia iraniana nella regione. Ciò produrrebbe un duplice effetto: da un lato, renderebbe Israele un partner di sicurezza meno indispensabile per le monarchie del Golfo; dall'altro, eliminerebbe un cruciale concorrente geopolitico per la Turchia nella corsa all'egemonia regionale.

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Matteo Ferrari

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