Karl Marx a Pechino: perché il partito ha dimenticato il marxismo?

Un'analisi storica e critica della transizione dalla dottrina marxista allo sfruttamento del lavoro nell’economia cinese contemporanea.

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  Redazione
  31 marzo 2026
  6 minuti, 28 secondi

A cura del Dott. Pierpaolo Piras, studioso di Geopolitica e componente del Comitato per lo Sviluppo di Mondo Internazionale APS.

Nel corso degli ultimi quarant’anni, la Cina Popolare ha compiuto un intenso percorso di trasformazione economica e sociale che ha destato ammirazione e sconcerto in egual misura. Da patria di una delle rivoluzioni comuniste più emblematiche del XX secolo, guidata dall’ideologia di Karl Marx e dal pensiero di Mao Zedong, la Cina si è progressivamente allontanata dal rigido paradigma ideologico marxista, abbracciando pratiche economiche che sembrano capovolgere gli insegnamenti dello stesso Marx.

La domanda centrale di questa analisi è allora: come e perché la Cina ha, in un certo senso, “dimenticato” Karl Marx? Quali sono stati i passaggi storici, le decisioni politiche e le tensioni interne che hanno portato il Paese sulla strada dello sfruttamento intensivo del lavoro e dell’apertura al mercato, pur mantenendo un rigido controllo politico da parte del Partito Comunista? Questi interrogativi rappresentano il filo conduttore di una riflessione che attraversa storia, ideologia e attualità di questa potenza mondiale.

La Cina marxista: dall’ideologia alla prassi (1949-1978)

La Repubblica Popolare Cinese nasce nel 1949 sotto la guida carismatica di Mao Zedong, che interpreta e adatta la dottrina marxista-leninista alla realtà cinese. In questa prima fase, la Cina si caratterizza per una forte enfasi su collettivizzazione dei beni di produzione, pianificazione economica centralizzata e uguaglianza sociale. Mao afferma: “Il potere politico nasce dalla canna del fucile”, ma è attraverso la costruzione di una società senza classi che il sogno rivoluzionario cinese prende via via forma. Il Partito Comunista si pone come avanguardia della classe operaia, e Marx è il nume tutelare della nuova era. La proprietà privata viene abolita, le campagne collettivizzate, le fabbriche sono pubbliche e la pianificazione quinquennale detta i ritmi sia della produzione che della vita.

Tuttavia, la realtà si rivela ben presto più articolata e complessa.

Le follie ideologiche del “Grande Balzo in Avanti” (1958-1962) e le devastazioni della “Rivoluzione Culturale” (1966-1976) gettano il Paese in una crisi profonda, sia economica sia sociale, che mette in dubbio la tenuta stessa dell’esperimento marxista. La povertà dilaga, l’uguaglianza si trasforma spesso in miseria condivisa, e il controllo sociale diventa sempre più oppressivo. In questo contesto, la Cina si trova di fronte a un bivio cruciale sul finire degli anni Settanta.

La liberalizzazione economica

L’ascesa di Deng Xiaoping alla guida della Cina nel 1978 segna un punto di svolta davvero epocale: Deng, pur rivendicando la fedeltà alle radici marxiste del Partito, introduce una serie di riforme che sconvolgono l’ordine precedente. La sua celebre massima, “Non importa se il gatto è bianco o nero, finché cattura i topi”, diventa il manifesto della nuova era, nella quale il pragmatismo economico prevale sulla purezza ideologica.

Nei primi anni Ottanta, i lavoratori rurali cinesi videro i loro redditi aumentare vertiginosamente grazie alla liberalizzazione economica del Paese. Il sistema delle “comuni popolari” viene gradualmente smantellato, sostituito dalla responsabilità familiare nella produzione agricola. I contadini possono ora vendere parte del loro raccolto sui mercati, e le “imprese rurali semi-private” proliferano, dando lavoro a milioni di persone.

Fu l'inizio di una delle imprese più straordinarie della storia, con centinaia di milioni di cittadini cinesi che uscirono dalla povertà. Secondo i dati della Banca Mondiale, tra il 1981 e il 2015, oltre 800 milioni di cinesi sono stati sollevati dalle diffuse condizioni di estrema indigenza nelle quali giaceva sino ad allora. In questo periodo, la Cina vive un “miracolo economico” senza precedenti, trainato da investimenti, esportazioni e una forza lavoro a basso costo, pronta ad accogliere imprese straniere e a competere sui mercati globali.

Tuttavia, dietro questo straordinario successo si celano nuove contraddizioni e tensioni. L’aumento della produttività e dei redditi non si accompagna a una reale emancipazione dei lavoratori, che spesso sperimentano condizioni di lavoro estenuanti, salari bassi e una debole tutela dei diritti personali. È qui che il pensiero di Marx, centrato sulla critica dello sfruttamento e dell’alienazione, sembra essere stato totalmente accantonato in nome dello sviluppo economico a ogni costo.

Il ruolo di Deng Xiaoping e Deng Liqun

Se Deng Xiaoping incarna il volto pragmatico della nuova Cina, un altro elevato funzionario del partito, Deng Liqun (e nessuna parentela con Deng Xiaoping), rappresenta la voce della coscienza critica del Partito. Negli anni Ottanta, Deng Liqun osserva con crescente preoccupazione la deriva capitalista delle imprese rurali e il ritorno di palesi disuguaglianze che la rivoluzione aveva promesso di sradicare. Deng Liqun nota che molte imprese rurali avevano iniziato ad assumere un gran numero di lavoratori. Secondo lui, ciò che stava accadendo sembrava un rovesciamento del “Capitale” di Karl Marx, in cui la proprietà collettiva e l’uguaglianza sociale sono sostituite da dinamiche di sfruttamento della forza lavoro e concentrazione della ricchezza.

In una lettera interna al Partito, Deng Liqun scrive: “Se continuiamo su questa strada, rischiamo di tradire le fondamenta stesse su cui il nostro Stato è stato costruito. Non possiamo permettere che il profitto prevalga sull’ideale socialista.” La sua voce, tuttavia, rimane isolata in un Partito sempre più orientato alla crescita a ogni costo, che vede nella ricchezza materiale la nuova legittimazione del proprio potere.

Lo sfruttamento del lavoro e il rovesciamento del Capitale

Uno dei pilastri della critica marxista al capitalismo è la nozione di “sfruttamento del lavoro salariato”: “Il valore della forza lavoro è inferiore al valore che essa produce, e la differenza, il plusvalore, viene appropriata dal capitalista.” scrive Kark Marx nel Capitale. Nella Cina della liberalizzazione, questa dinamica si ripete su scala monumentale. L’apertura al mercato mondiale trasforma il Paese nella “fabbrica del mondo”, dove multinazionali e imprese locali attingono a una riserva pressoché inesauribile di mano d’opera flessibile e disciplinata. In molte regioni, i lavoratori migranti provenienti dalle campagne sono costretti a condizioni di vita precarie, privi di diritti sindacali e di protezioni sociali.

Il sistema del “hukou - il registro di residenza - impedisce loro di accedere ai servizi pubblici delle città, accentuando la loro vulnerabilità. Secondo rapporti internazionali, episodi di sfruttamento, turni massacranti e incidenti sul lavoro sono fenomeni tutt’altro che rari.

In questo scenario, la memoria di Marx sembra svanita, o quantomeno trasformata in una sorta di simulacro. Nella sua propaganda il Partito continua a rivendicare le proprie radici marxiste, ma nella pratica si affida a un modello che privilegia l’arte liberale della crescita, produttività e profitto.

Il marxismo in Cina diventa come una reliquia in un santuario, ossequiata solo a parole, ma completamente ignorata nella vita economica quotidiana della nazione.

Le riflessioni sul futuro e sull’eredità ideologica di Marx

Oggi la Cina si presenta come una potenza economica globale, capace di esercitare un’influenza crescente sugli equilibri politico-economici mondiali. Ma il prezzo di questa ascesa è stato, in parte, la “dimenticanza” di Karl Marx come guida reale dell’azione politica ed economica. Il Partito Comunista Cinese continua a evocare costantemente Marx e il socialismo, ma la realtà quotidiana è segnata ovunque da contraddizioni profonde, dove lo sfruttamento del lavoro coesiste contraddittoriamente con una retorica egualitaria. Resta aperta la questione se la Cina riuscirà a ritrovare un equilibrio tra sviluppo economico e giustizia sociale, tra crescita materiale e dignità del lavoro. Come recita un proverbio cinese: “Quando il vento del cambiamento soffia, alcuni costruiscono muri, altri mulini a vento.” La sfida, per la Cina di oggi e di domani, è trasformare il vento della modernità in una forza che non cancelli, ma rinnovi, il sogno di Marx di una società libera dallo sfruttamento e dalle ingiustizie.

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