La detenzione di Aziza Abdurasulova e le libertà civili in Asia Centrale

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  Veronica Grazzi
  26 febbraio 2025
  3 minuti, 33 secondi

Aziza Abdurasulova è una giornalista e difensora dei diritti umani molto nota in Kirghizistan grazie al suo forte impegno nel denunciare corruzione, abusi di potere e violazioni dei diritti fondamentali. La sua attività si è concentrata principalmente sulla tutela delle comunità emarginate, sui diritti delle donne e sulla promozione della trasparenza governativa. Ha sempre condotto il suo lavoro in condizioni di grande rischio per la propria sicurezza personale, diventando una figura nota al di fuori del Kirghizistan ma anche un bersaglio delle autorità locali.

Aziza Abdurasulova è stata infatti arrestata nel 2024 con l'accusa di sedizione, un capo d'imputazione spesso utilizzato dalle autorità locali per mettere a tacere le voci critiche che è vagamente definito come "incitamento alla destabilizzazione sociale". In particolare, Aziza è stata accusata di aver organizzato manifestazioni pacifiche e di aver diffuso articoli che criticavano apertamente l'operato del governo, attirando l'attenzione della comunità internazionale per la natura politica delle accuse.

Nelle ultime settimane, mentre sconta la condanna in carcere, è diventata bersaglio di gravi minacce di morte apparentemente provenienti da gruppi anonimi, con sospetti di collegamenti diretti a funzionari influenti o figure di potere. Secondo il suo legale, si tratta di minacce ben organizzate e sistematiche, con l'intento di intimidire e spezzare la sua determinazione a proseguire la sua lotta per i diritti umani. Nonostante le ripetute richieste di protezione, le autorità kirghise non hanno intrapreso alcuna azione concreta per garantire la sua incolumità, alimentando preoccupazioni sulla complicità o sull'indifferenza dello Stato. L'ONU e altre organizzazioni internazionali hanno sollecitato il governo del Kirghizistan a garantire la sua sicurezza personale e a indagare sui responsabili dell'accaduto.

Queste minacce fanno parte di un contesto più ampio di repressione e di intimidazione sistematica verso chiunque osi criticare apertamente le istituzioni o denunciare abusi.

I difensori dei diritti umani in Kirghizistan e Asia Centrale

Il caso di Abdurasulova infatti non è un'eccezione, quanto un sintomo di una situazione più ampia che affligge i difensori dei diritti umani in Kirghizistan e in tutta l'Asia Centrale. Negli ultimi anni, il clima per attivisti, giornalisti e avvocati che si occupano di diritti umani è diventato sempre più ostile. La regione è caratterizzata da governi autoritari o semi-autoritari che spesso vedono i difensori dei diritti umani come una minaccia alla loro stabilità politica.

In Kirghizistan, considerato per anni uno dei Paesi più aperti della regione, si è assistito a un progressivo deterioramento delle libertà civili e dei diritti politici. Leggi restrittive, sorveglianza statale e campagne diffamatorie contro attivisti sono diventate prassi comuni. Molti attivisti, tra cui giornalisti investigativi e avvocati che rappresentano vittime di abusi, sono stati arrestati con accuse pretestuose come la sedizione, la diffamazione o il finanziamento illecito. La criminalizzazione della solidarietà è un ulteriore strumento utilizzato per soffocare le voci critiche, scoraggiando il sostegno pubblico ai difensori dei diritti umani.

Il Kirghizistan non è l'unico Paese della regione a perseguire una strategia repressiva. In Uzbekistan, le autorità hanno arrestato numerosi giornalisti e blogger indipendenti, accusandoli di promuovere contenuti “anti-statali”. In Turkmenistan e Tagikistan, i difensori dei diritti umani operano in un clima di paura costante, con il rischio di sparizioni forzate e torture. Anche il Kazakhistan, che gode di maggiore attenzione internazionale per via delle sue risorse energetiche, è stato oggetto di critiche per il trattamento riservato agli attivisti e alle organizzazioni della società civile.

A volte l'Asia Centrale resta ai margini dell'attenzione internazionale. Sebbene alcuni episodi di repressione raggiungano i titoli dei media globali, manca un monitoraggio sistematico e una strategia a lungo termine per affrontare le violazioni nella regione. Questo isolamento mediatico e politico contribuisce a perpetuare un senso di impunità tra i governi locali.

Le istituzioni locali, i media indipendenti e gli accademici della regione potrebbero creare partnership strategiche ai fini di creare una responsabilità più ampia, aprendo anche a istituzioni globali. Tuttavia, interrompere la tendenza repressiva nell’ambito dei diritti umani sembra per ora ancora una via lunga e piena di ostacoli.

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L'Autore

Veronica Grazzi

Veronica Grazzi è originaria di un piccolo paese vicino a Trento, Trentino Alto-Adige ed è nata il 10 dicembre 1999.

Si è laureata in scienze internazionali e diplomatiche all’università di Bologna, ed è durante questo periodo che si è appassionata al mondo della scrittura grazie ad un tirocinio presso la testata giornalistica Il Post di Milano. Si è poi iscritta ad una Laurea Magistrale in inglese in Studi Europei ed Internazionali presso la scuola di Studi Internazionali dell’Università di Trento.

Grazie al Progetto Erasmus+ ha vissuto sei mesi in Estonia, dove ha focalizzato i suoi studi sulla relazione tra diritti umani e tecnologia. Si è poi spostata in Ungheria per svolgere un tirocinio presso l’ambasciata d’Italia a Budapest nell’ambito del bando MAECI-CRUI, dove si è appassionata ulteriormente alla politica europea ed alle politiche di confine.

Veronica si trova ora a Vienna, dove sta svolgendo un tirocinio presso l’Agenzia specializzata ONU per lo Sviluppo Industriale Sostenibile. È in questo contesto che ha sviluppato il suo interesse per l’area di aiuti umanitari e diritti umani, prendendo poi parte a varie opportunità di formazione nell’ambito.

In Mondo Internazionale Post, Veronica è un'Autrice per l’area tematica di Diritti Umani.

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