Verso la fine del mese di luglio, il Quirinale ha confermato e formalizzato il rientro anticipato di Sem Fabrizi a Roma “in deroga alla presenza minima in Sede”, facendolo rientrare in Italia dopo solo 9 mesi di servizio ad Addis Abeba. Di questo fatto sono emerse due versioni principali: una sostenuta da alcuni organi stampa come Il Fatto Quotidiano e Africa Express e l’altra rappresentata dai comunicati rilasciati da fonti diplomatiche.
La situazione, però, suscita sicuramente interesse e interrogativi data l’importanza della regione per l’esecutivo. L’Italia, infatti, è impegnata attraverso il Piano Mattei nella regione nel tentativo di ottenere profondità strategica e controllo delle rotte migratorie che interessano il Paese, attraverso opere di sviluppo infrastrutturale, volte a stabilizzare i Paesi interessati. Per capire, però, le difficoltà che tale progetto porta con sé è necessario comprendere il quadro geopolitico in cui si inserisce l’Etiopia, che è sicuramente complesso su più fronti, dalla sicurezza interna alle tensioni con altri Stati per accesso al mare e controllo delle fonti idriche. Dapprima ci si soffermerà sulle indiscrezioni concernenti il rientro dell’ambasciatore Fabrizi, mentre in un secondo momento ci concentreremo sul contesto etiope, in modo da chiarire quanto sia importante il rapporto diplomatico con l’Etiopia per la politica estera italiana.
Le due versioni: un approfondimento
Le indiscrezioni giornalistiche rilanciate da vari quotidiani, secondo le quali Fabrizi è stato espulso e dichiarato “persona non grata” dal governo etiope, lasciano suggerire, anche grazie ad alcune testimonianze ad oggi anonime, che i metodi particolarmente rigorosi riguardo alla gestione dell’ambasciata potrebbero aver arrecato fastidio alle cerchie di potere interne al governo etiope, o comunque in stretto contatto con esso.
Questa versione, però, è ancora da verificare. D’altro canto, la versione fornita da alcune fonti diplomatiche, invece, definisce il rientro dell’ambasciatore come un atto concordato tra le parti per motivazioni personali di Fabrizi, in attesa di nuovi incarichi. Infine, la minima copertura mediatica nazionale, il mancato commento da parte del Ministro degli Esteri e per ultimo, anche se non per importanza, l’assenza di dichiarazioni ufficiali da parte delle autorità etiopi rendono concretamente più complesso corroborare la prima versione. Inoltre, contrariamente a quanto viene spesso inteso dal dibattito pubblico, l'espulsione di un ambasciatore da parte di un altro Stato non implica giuridicamente un obbligo di reciprocità dell'espulsione, in accordo con la Convenzione di Vienna del 1961. Concretamente, questo significa che Roma non è obbligata ad espellere l'ambasciatore etiope, ma può scegliere di farlo (in tal caso risulterebbe più atto politico che giuridico).
L’Italia e l’Etiopia: l’importanza strategica del rapporto bilaterale
Nonostante i dubbi emersi sui recenti avvenimenti, l’Italia e l’Etiopia intrattengono rapporti diplomatici molto stretti. Il Paese del Corno d’Africa, infatti rappresenta uno dei perni principali della politica estera italiana nell’Africa Subsahariana. Il Piano Mattei rappresenta, in questo senso, la realizzazione delle aspirazioni diplomatiche per l’Italia nell'area del Corno d’Africa.
Ma in cosa consiste il Piano Mattei? Il piano comprende ingenti investimenti per la creazione di infrastrutture in grado di migliorare le condizioni generali dei Paesi interessati (in questo caso l’Etiopia) nei settori di maggior criticità di ogni specifico Paese. Ad esempio, sul fronte delle infrastrutture urbane e della viabilità, la strategia si concentra sulla necessità di ricucire i territori. Finanziare e sviluppare la rete stradale significa innanzitutto rompere l'isolamento delle aree agricole rurali, collegando i piccoli produttori ai mercati regionali e ai centri urbani. La dimensione idrica e agro-industriale costituisce un altro pilastro fondamentale: in un Paese segnato da una forte vulnerabilità climatica, il Piano Mattei interviene per proteggere e valorizzare le filiere strategiche. Ammodernare le infrastrutture di irrigazione, stoccaggio e lavorazione del caffè, risorsa che costituisce la colonna portante dell'export etiope, significa mettere in sicurezza il reddito dei piccoli agricoltori. Degno di nota è anche l’impegno italiano nell’affrontare la dimensione sociale e sanitaria, particolarmente urgente in aree segnate da varie difficoltà come il Tigrai. Questo mosaico di interventi locali si inserisce sullo sfondo delle grandi opere idroelettriche che hanno storicamente visto protagonista l'ingegneria italiana con il gruppo Webuild. Impianti monumentali come la diga Gibe III e la Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD) sul Nilo Azzurro costituiscono l'ossatura energetica su cui si poggia l'intero piano di elettrificazione dell'Etiopia. L’azione della politica italiana attraverso il Piano Mattei è quindi quella di agire alla radice della povertà e dell’instabilità che interessano numerose aree del continente africano, stabilizzando le realtà locali nel tentativo di diminuire i fenomeni di emigrazione da tali Paesi. Per Roma, sostenere la tenuta dello Stato etiope significa quindi evitare una crisi umanitaria di proporzioni imponenti che si riverserebbe inevitabilmente sulla rotta migratoria del Nord Africa.
Il quadro interno, la guerra nel Tigrai, le milizie Fano e OLA
Il sistema governativo etiope si basa su un federalismo etnico, che divide le varie sfere di potere tra le etnie, che godono di un certo grado, almeno formalmente, di autonomia. Ultimamente tale sistema vive una forte crisi legata allo scontro costante tra queste realtà sociali. L'origine di tali tensioni è rintracciabile nel governo di Abiy Ahmed, di etnia Oromo, formatosi a seguito della vittoria politica contro il TPLF, che aveva governato l’Etiopia per 30 anni. La nuova linea governativa divenne unitaria rispetto alla linea del TPLF, che difendeva la struttura federalista di carattere etnico sancita dalla Costituzione del 1995. Fu proprio nel perseguire una linea sempre più unitaria che le tensioni si esacerbarono.
Il conflitto che ha devastato la regione del Tigrai tra il 2020 e il 2022 ha lasciato un'eredità drammatica, segnata da circa 600.000 morti e centinaia di migliaia di sfollati che affrontano tuttora una grave povertà. La crisi è esplosa quando il governo centrale ha rinviato le elezioni nazionali a causa del COVID-19, spingendo la dirigenza del Tigrai a organizzare autonomamente le consultazioni regionali. Il governo federale ha bollato il voto come illegittimo e l'escalation è diventata inevitabile quando le milizie tigrine hanno assalito la base del Comando Nord, innescando l'intervento militare di Addis Abeba. Nelle prime fasi dell'offensiva, l'esercito federale, sostenuto dalle truppe eritree e dalle milizie Amhara Fano, occupò la capitale regionale Macallè e gran parte del territorio. Successivamente, le forze tigrine si sono riorganizzate nelle Tigrai Defense Forces, riuscendo a respingere l'occupazione e a spingersi verso sud fino a minacciare la capitale federale. Il corso della guerra si è ribaltato nuovamente solo con l'impiego massiccio dei droni d'attacco forniti con il supporto di Turchia ed Emirati Arabi Uniti, che hanno permesso al governo centrale di riprendere il controllo e imporre un severo blocco economico e umanitario, duramente condannato dalle ONG e dall'ONU. Sebbene gli Accordi di Pretoria del 2022 abbiano sancito la fine delle ostilità aperte, la stabilità resta un traguardo lontano a causa della presenza prolungata di truppe eritree nelle zone di confine e delle mai risolte dispute territoriali nel Tigrai occidentale, ancora presidiato dalle forze Amhara. Allo stesso tempo, la tensione si è trasferita nella regione Amhara, storicamente legata alla classe dirigente del Paese. Nonostante la collaborazione passata contro il Tigrai, la rottura tra Addis Abeba e le milizie Fano si è consumata nel 2023 di fronte all'ordine governativo di smantellare le forze speciali regionali. Gli Amhara hanno percepito il disarmo come un tentativo di indebolirli rispetto alle etnie Oromo e Tigrina, scatenando un'ondata di scontri armati e imponendo lo stato di emergenza in città chiave come Gondar, Bahir Dar e Lalibela. Sullo sfondo rimane aperta anche la ferita dell'Oromia, dove opera l'Oromo Liberation Army. Il gruppo si è separato dallo storico fronte OLF nel 2018, rifiutando gli accordi di pace e formalizzando la propria guerriglia nel 2020. Designato come organizzazione terroristica dal governo, l'OLA prosegue la sua lotta armata per l'autodeterminazione Oromo e rifiuta qualsiasi canale di dialogo con il potere federale, mantenendo una posizione intransigente nonostante la guida del Paese sia affidata a un Primo Ministro della sua stessa etnia. Di fatto, queste tensioni interne complicano il quadro di cooperazione italo-etiope, inficiando nel raggiungimento degli obiettivi del Piano Mattei.
I flussi migratori e le principali tensioni regionali
L’Etiopia ospita milioni di sfollati, causati da recenti conflitti interni. Si stimano, infatti, 4 milioni di sfollati in tutto il Paese. Oltretutto, questa regione è attraversata da flussi migratori particolarmente importanti che attraverso il Paese e si articolano verso il Nord Africa e il Mediterraneo. Inoltre, le principali tensioni regionali che hanno recentemente coinvolto l’Etiopia riguardo l’accesso al Mar Rosso e la costruzione della diga GERD sul Nilo rendono la regione meno stabile.
L’accesso sul Mar Rosso, normalmente precluso all’Etiopia per via della sua posizione geografica, ha sempre costituito uno dei principali obiettivi della politica estera etiope. Il recente accordo di attesa con il Somaliland per l’uso del porto di Berbera ha scatenato la dura reazione della Somalia, esacerbando le tensioni già presenti nella regione. Il governo federale somalo, infatti, considera il Somaliland come parte integrante del proprio territorio sovrano. Per questo motivo, la Somalia ha definito l'intesa tra Etiopia e Somaliland un atto di aggressione e una grave violazione della propria sovranità e integrità territoriale, dichiarando l'accordo "nullo e privo di valore giuridico". Mogadiscio ha espulso l'ambasciatore etiope, ha minacciato di cacciare le truppe etiopi impegnate nelle missioni di peacekeeping contro Al-Shabaab e ha stretto patti di cooperazione militare con Egitto e Turchia in chiave anti-etiopica.
La diga GERD sul Nilo, necessaria per l’Etiopia allo scopo di rendere più virtuoso il comparto energetico nazionale, ha causato notevoli lamentele e scontri diplomatici con Egitto e Sudan. Il primo ha apertamente affermato che tale opera rappresenta una minaccia concreta per i propri interessi nazionali, mentre il Sudan si trova letteralmente nel mezzo. Da un lato, la diga offre vantaggi enormi al Paese in quanto regola le piene del fiume e garantisce un flusso idrico costante che facilita l'agricoltura. Dall'altro, il Sudan teme che una gestione non coordinata dei rilasci d'acqua da parte dell'Etiopia possa mettere a rischio le proprie dighe interne e la sicurezza delle popolazioni lungo il fiume. L'Egitto ha spesso rivendicato diritti storici basati su trattati dell'era coloniale (come quelli del 1929 e del 1959) che gli assegnavano la stragrande maggioranza delle acque del Nilo e un diritto di veto su opere a monte. L'Etiopia ha sempre rifiutato questi accordi, ricordando di non esserne mai stata parte e di avere tutto il diritto di sfruttare le risorse idriche presenti sul proprio territorio. L'Italia cerca di mantenere una posizione di equilibrio e mediazione, bilanciando l'appoggio alla stabilizzazione dell'Etiopia con la necessità di tutelare le relazioni con gli altri attori regionali.
Considerazioni finali
L'Etiopia rimane una tessera fondamentale dello scacchiere africano: la sua stabilizzazione richiede una diplomazia capace di guardare oltre le singole emergenze, bilanciando gli interventi strutturali di lungo periodo con una profonda comprensione delle rivalità etniche e delle geodinamiche locali. In questo senso può apparire abbastanza inusuale l’apparente disinteresse mediatico dimostrato a seguito della notizia di rientro dell’ambasciatore Fabrizi, donando maggiore forza alle sopracitate indiscrezioni giornalistiche, che però attendono ancora conferme ufficiali e concrete.
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L'Autore
Matteo Ferrari
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Africa Sub-Sahariana Ambiente e Sviluppo Organizzazioni Internazionali Sicurezza Internazionale Imprese, innovazione e infrastrutture
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