Il Kenya ha di recente adottato alcuni emendamenti, ovvero clausole aggiuntive ad una legge già esistente, relativi all'Act sui cybercrimes e sull'uso improprio dei computer. Secondo Human Rights Watch, questi emendamenti rischiano di compromettere la libera espressione criminalizzando la libertà di espressione online.
La legge dal 2018
Il “Computer Misuse and Cybercrimes Act” è stato inizialmente adottato nel 2018 per disciplinare legittimamente alcune problematiche, quali le frodi online, il furto d'identità o la violazione della privacy dei dati personali, ma già all'epoca presentava alcune clausole ambigue riguardo la possibilità di punire con severe sanzioni e sentenze chi diffondeva informazioni false o fittizie. Secondo alcuni gruppi della società civile in Kenya, tali emendamenti sono pericolosi qualora siano utilizzati dal governo per espandere il proprio potere e reprimere il dissenso, attraverso la restrizione della libera espressione online. Otsieno Namwaya, direttore associato in Africa di Human Rights Watch, ritiene che tali emendamenti non siano solo contrari agli standard internazionali posti dalle norme a tutela dei diritti umani, ma che siano anche contro la Costituzione kenyana stessa. Ad agosto 2024 era stata pubblicata la prima bozza degli emendamenti, che aveva già sollevato contestazioni da parte di gruppi della società civile e l'Alta Corte, a ottobre 2025, aveva sospeso alcune sezioni, nello specifico la sezione 21(1)(b), (c) e (2) in quanto pendenti di revisione costituzionale, dovuta ad una disputa avviata dalla Commissione Kenyana per i Diritti Umani e altre organizzazioni. Le sezioni pendenti da revisione riguardavano la criminalizzazione della comunicazione che influenza e peggiora la persona o è di natura offensiva o indecente e chi si trova in violazione di questa disposizione deve scontare 10 anni di reclusione o pagare 20 scellini kenyani (o entrambe le condanne). Una clausola pericolosa soprattutto per la vaghezza del linguaggio utilizzato, che anche nonostante possa essere mirata a criminalizzare condotte offensive online e proteggere gli utenti, lascia troppo spazio ad un'interpretazione estensiva che lede la libertà di espressione del singolo.
La problematicità del linguaggio
Gran parte delle criticità di questi emendamenti risiedono nella vaghezza e astrattezza del linguaggio. Al già citato esempio della sezione 21, si aggiunge anche la sezione 27, che criminalizza la condotta della persona che sa, o dovrebbe sapere, che la comunicazione adottata causa o ha alta probabilità di indurre il corrispondente al suicidio. L'intenzione di proteggere gli utenti, che in primo luogo sono individui, dai pericoli legati alla presenza su internet non sono adeguatamente disciplinati da un linguaggio giuridico e si troverebbero anche in violazione del diritto internazionale, in particolare di quelle norme che rivendicano la necessità di stipulare leggi che siano sufficientemente precise da rendere capaci gli individui di regolare la condotta online ed evitare applicazioni arbitrarie delle disposizioni. Tutto questo si somma ad un quadro normativo che era già viziato in partenza: il testo del 2018, infatti, aveva sollevato questioni riguardo la sua tendenza al soffocare la libertà di espressione online. Già dalla sua entrata in vigore, la legge era stata aspramente criticata da the Kenya ICT Action Netwrok, Article 19 e anche da the Bloggers Association of Kenya.
Oltre i confini del Kenya
Simili leggi sono state adottate in altri paesi africani, tra cui la Nigeria, dove il Cybercrimes Act del 2015 ha portato all'arresto di giornalisti e attivisti per aver criticato alcuni pubblici ufficiali, e in Tanzania, dove le leggi particolarmente severe hanno portato ad attacchi arbitrari contro giornalisti e critici del governo. Questa legge non viola solo l'articolo 33 della Costituzione kenyana del 2010, che tutela la libertà di espressione, ma anche l'articolo 22 della Dichiarazione dei Principi sulla Libertà di Espressione e l'Accesso all'Informazione promulgata dalla Commissione Africana sui Diritti degli Esseri Umani e dei Popoli. In un quadro normativo internazionale, il Kenya starebbe violando l'articolo 19 (da cui il nome dell'organizzazione precedentemente menzionata, “Article 19”) del Patto internazionale sui diritti civili e politici, di cui il Kenya è uno Stato parte. La libertà di espressione online è tutelata dagli stessi patti e convenzioni che tutelano i diritti umani: si tratta di libertà fondamentali e la tutela della presenza dell'individuo sulle piattaforme digitali non dovrebbe rappresentare l'opportunità per soffocare la libertà di espressione.
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L'Autore
Gaia Recrosio
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Kenya crybercrimes libertà di espressione piattaforme digitali