1938, Dhahran, Arabia Saudita. Un territorio arido e desertico, apparentemente povero di risorse preziose, abitato in prevalenza da popolazioni nomadi. Il 4 marzo, dopo anni di ricerche infruttuose, la compagnia americana Standard Oil perfora il primo pozzo petrolifero commerciale, segnando l’inizio di un nuovo capitolo nella storia dell’Arabia Saudita. A una velocità strabiliante, il territorio saudita diviene protagonista assoluto del mercato del petrolio. Maggiore produttore all’interno dell’OPEC e secondo produttore al mondo (superato solo dagli Stati Uniti), si stima che il Paese detenga oggi il 17% delle riserve mondiali di petrolio. È facile dedurre che il petrolio rappresenti un pilastro dell’economia saudita. Secondo i dati forniti dal ministero della Finanza saudita, nel primo semestre del 2025 le entrate derivanti dal petrolio rappresentavano più del 53% delle entrate totali statali. In altre parole, più della metà delle entrate di Riyad dipende ancora dall’oro nero.
Il petrolio diviene così un’arma a doppio taglio: fonte di smisurate ricchezze e, al contempo, elemento di dipendenza e vulnerabilità. Al di là dell’assoluta necessità di diversificare la propria economia, il territorio saudita deve far fronte a due ulteriori criticità: il cambiamento climatico e i conseguenti accordi internazionali vincolanti sul clima, nonché a una popolazione in crescita dai consumi sempre più elevati. Proprio per questo, negli ultimi anni si assiste a un tentativo di compiere una decisiva inversione di rotta. Riyad vuole diminuire drasticamente la dipendenza dal petrolio e spostarsi verso una forma di energia sostenibile e all’avanguardia: l’idrogeno verde. La transizione verso l’idrogeno, è bene sottolinearlo, si inserisce nel contesto più ampio di Saudi Vision 2030, un’ambiziosa strategia annunciata nell’aprile 2016, destinata a tracciare le linee guida dello sviluppo saudita per i successivi quindici anni. Tre i valori cardine: “a vibrant society”, “a thriving economy” e “an ambitious nation”.
Prima di procedere, è utile chiarire alcuni concetti. Si parla di tre tipologie di idrogeno: l’idrogeno grigio, blu e verde. L’idrogeno grigio è prodotto attraverso i combustibili fossili ed è la forma di idrogeno assolutamente prevalente nel mercato. L’idrogeno blu, a impatto ambientale più limitato, è prodotto sempre attraverso combustibili fossili ma con una fondamentale differenza: la CO₂ derivante dalla sua produzione viene catturata e conservata anziché essere rilasciata nell’atmosfera. L’idrogeno verde si presenta invece come l’alternativa più avanzata e sostenibile. Esso prevede l’utilizzo di fonti di energia rinnovabile (prevalentemente eolico e solare) per alimentare il processo di elettrolisi, che a sua volta porta alla divisione delle molecole dell’acqua in idrogeno e ossigeno. Può essere utilizzato in numerosi settori: trasporti, produzione di acciaio, stoccaggio dell’energia, sintesi dell’ammoniaca, solo per citare alcuni esempi. Eppure, l’idrogeno grigio continua a battere le forme rivali. Il che, in realtà, non sorprende. Esso è infatti facilmente producibile e vendibile a prezzi molto contenuti (da 1 a 2 euro al kg secondo le stime di PWC), grazie all’utilizzo dei “convenienti” combustibili fossili. Al contrario, l’idrogeno verde è un’innovazione ancora costosa, i cui prezzi variano dai 3 agli 8 euro al kg. In proposito, risulta interessante analizzare le stime di PWC sul futuro del mercato dell’idrogeno verde. La società di consulenza prevede una crescita stabile ma ancora limitata della domanda da qui al 2030, con un’accelerazione dal 2035 in avanti. Nel 2050, la domanda di idrogeno verde potrebbe variare tra 150 e 500 milioni di tonnellate metriche per anno, a seconda degli sviluppi del cambiamento climatico e dello stato di avanzamento della tecnologia. Un settore indubbiamente dalle grandi potenzialità. E l’Arabia Saudita si configura, peraltro, come il produttore ideale. Dispone infatti di grandi quantità di risorse rinnovabili (solare ed eolico in primis), ettari di terra a basso costo e di una legislazione flessibile e favorevole.
È ormai chiaro che l’Arabia Saudita desideri divenire pioniere nel settore. Il celebre, nonché controverso, NEOM ne è una prova. Dalla descrizione ufficiale del progetto leggiamo: “NEOM is an audacious dream — a vision of what a new future might look like”. Ma che cos’è realmente NEOM? Esso è uno dei quattro “Giga-Projects” promossi da Saudi Vision 2030, ovvero progetti di sviluppo da centinaia di miliardi di dollari volti a stimolare la crescita economica saudita e a portare benefici all’intera collettività. Una volta completata, NEOM sarà una regione economica a nord-ovest del Paese della grandezza di 26.000 km² (l’estensione del Belgio, per intenderci). Prevederà città futuristiche e riserve naturali, centri di ricerca, hub industriali all’avanguardia e zone di intrattenimento e svago. Ora, ciò che interessa particolarmente è che NEOM sarà carbon free, una regione completamente alimentata da energie rinnovabili. L’abbondante presenza di energia eolica e solare permetterà al territorio di produrre ingenti quantità di idrogeno verde. Il tutto avverrà a Oxagon, polo industriale di NEOM che ospiterà uno degli impianti di idrogeno verde più grandi al mondo, con l’ambizione di produrre, entro la fine del prossimo anno, 600 tonnellate di idrogeno al giorno. Facendo riferimento al report del ministero degli Affari Esteri italiano, nel primo trimestre del 2025 i lavori di NEOM hanno raggiunto l’80% del completamento.
Ebbene, non è tutto oro ciò che luccica. Bloomberg riporta una possibile crisi in corso, che potrebbe portare a un rallentamento, se non addirittura a un ridimensionamento, del futuristico progetto saudita. La causa è molto semplice: una domanda mondiale di idrogeno verde molto più limitata del previsto. Pare che finora solo un terzo dell’idrogeno abbia trovato un acquirente. Un solo accordo è stato firmato con TotalEnergies, che intende comprare 70.000 tonnellate annue tra il 2030 e il 2045. L’idrogeno, d’altronde, è bene ribadirlo, è una tecnologia nuova e relativamente immatura. Nei prossimi anni sarà necessario considerare alcune questioni critiche: l’analisi costi-efficienza, il possibile impatto ambientale derivante dalle quantità di acqua necessarie all’elettrolisi, l’assenza di lavoratori specializzati, un sistema di vie di trasporto e infrastrutture ancora, nella maggior parte dei casi, primitive. L’Arabia Saudita dovrà dimostrare di saper affrontare sfide colossali, dal cambiamento climatico sino a una riconfigurazione dei mercati mondiali dell’energia. Solo il tempo stabilirà se ne sarà all’altezza.
Mondo Internazionale APS - Riproduzione Riservata ® 2025
Condividi il post
L'Autore
Sarah Azzurra Spada
Tag
Vision 2030 NEOM Oxagon Saudi Arabia green hydrogen climate change energy transition renewable energy Middle East technological innovation