LA NUOVA TECNOCRAZIA AMERICANA

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  Giovanni Ferrazza
  21 luglio 2025
  9 minuti, 36 secondi

LA NUOVA TECNOCRAZIA AMERICANA

 Il mandato di Trump ha rappresentato un netto allontanamento rispetto allo standard presidenziale che lo ha preceduto. Su tutte, la differenza che forse salta maggiormente all’occhio è il numero di volti di personaggi controversi e di noti imprenditori miliardari che circondano il Presidente, molti dei quali provenienti dalla Silicon Valley californiana. Durante la sua cerimonia di inaugurazione, ad esempio, Zuckerberg, Musk e Bezos erano solo alcuni dei nomi dell'élite imprenditoriale a cui Trump aveva riservato un posto tra le prime file, facendoli sedere addirittura davanti ai membri del suo stesso gabinetto. Dal suo insediamento, poi, il magnate newyorchese non ha mai nascosto la forte vicinanza ai tech mogul, concedendo anche a uno di loro, Elon Musk, la dirigenza di un dipartimento temporaneo del governo degli Stati Uniti. La domanda allora sorge spontanea: quali effetti può avere sulla democrazia americana la legittimazione politica da parte di Washington di miliardari che gestiscono dei monopoli da trilioni di dollari? Può spingerla a diventare un'oligarchia tecnologica, una cosiddetta tecnocrazia?

LA PRIMA TECNOCRAZIA

Gli Stati Uniti non sono nuovi a questo termine: negli anni ‘30 del 900, infatti, mentre in Europa si consolidavano regimi dittatoriali e il mondo si preparava lentamente ad una guerra che avrebbe rappresentato uno degli eventi più traumatici della sua storia, in America prendeva piede un gruppo chiamato “Technocracy Inc.”, che aveva l’obiettivo dichiarato di riorganizzare radicalmente lo stile di governance di Washington. Questo movimento, attivo anche in Canada e nato dalle idee dell’ingegnere Howard Scott, non solo proponeva una terza via al sistema bipartitico americano, ma voleva sostituire integralmente l'establishment politico ed economico statunitense con una società governata invece da un'élite di esperti tecnici come scienziati ed ingegneri, visti come agenti molto più efficaci e razionali dei politici tradizionali. I tecnocrati erano grandi sostenitori del continentalismo, considerato in una prospettiva di autosufficienza nazionale. Come si legge in una loro pubblicazione del 1938: “Il Tecnato comprenderà l’intero continente americano, da Panama al Polo Nord, perchè le risorse naturali e il confine naturale di quest’area la rendono un’unità geografica indipendente e autosufficiente” [1]. Anche in questo caso, è un’idea che non suona così nuova per il paese a stelle e strisce: com’è noto, infatti, Trump a inizio mandato spingeva molto su delle rivendicazioni territoriali statunitensi da Panama alla Groenlandia, arrivando anche a proporre il Canada come 51esimo stato dell’Unione. Intorno alla metà degli anni ‘30 i tecnocrati, accusati di usare dati e prove discutibili per supportare le loro convinzioni, iniziarono a perdere appeal e venire trattati con sufficienza e ostilità dall’opinione pubblica e dall'élite dirigenziale. Il movimento fu dichiarato illegale e i suoi esponenti arrestati con l’accusa di aver voluto attaccare gli Stati Uniti per cambiarne l'assetto governativo. Tra questi figurava anche Joshua Norman Aldeman, figura di spicco dell’ala canadese del movimento, che riparò in Sud-Africa, dove divenne un grande sostenitore dell’apartheid e un forte propugnatore di idee anti-democratiche. Aldeman fece famiglia nel paese africano, e per due generazioni nessun suo discendente tornò a stabilirsi oltreoceano. Solo nel 1989 suo nipote si trasferì in Canada per studiare al college: era Elon Musk.

IL LEGAME TRA BIG TECH E GOVERNO

Durante la seconda metà del ventesimo secolo, sotto l’egida Usa, i quali capirono che investire ingenti somme sulla ricerca scientifica avrebbe portato grossi benefici tecnologici, si aprì la cosiddetta “computer age” e ne conseguì un mercato fortemente competitivo. Prima IBM, poi Microsoft, Apple, Amazon, Ebay e Google, fino ad arrivare a Facebook e Twitter, così gli Stati Uniti sono diventati leader nel settore tech, tramite grandi aziende, spesso guidate da una personalità eccentrica e influente, e ancora più spesso caratterizzate da una totale e completa devozione al profitto. Questa mancanza di scrupoli è ciò che ha anche portato più volte queste società a fare i conti con grossi scandali, come quando Facebook contribuì al genocidio di un intero gruppo etnico in Myanmar [2]. Successivamente nel 2013 scoppiò il caso Snowden: un contractor informatico del governo americano svelò come la NSA (National Security Agency), l’intelligence americana, aveva trasformato la tecnologia, ormai parte integrante della vita di tutti i cittadini statunitensi, in un programma di sorveglianza di massa. I servizi americani, infatti, erano riusciti ad accedere a tutti i dati che le grandi compagnie tech raccoglievano sui loro utenti con lo scopo dichiarato di personalizzarne l’esperienza online, e aveva iniziato a monitorare sistematicamente tutta la popolazione. Non solo, gli stessi dati che Washington era riuscito a reperire vennero usati anche per scopi bellici, come nel caso di Palantir, le cui informazioni venivano utilizzate per identificare target specifici che poi sarebbero stati abbattuti dai droni americani in zone di guerra. Invece di indebolirsi, come sarebbe stato logico aspettarsi dopo le rivelazioni sullo spionaggio condotto dal Dipartimento della Difesa ai danni delle big tech, i legami tra Washington e la Silicon Valley si rafforzarono ulteriormente, con un numero sempre maggiore di contratti governativi e partnership strategiche tra i due mondi. Da un lato, le istituzioni iniziavano ad utilizzare le grandi piattaforme digitali come nuovi canali diretti di comunicazione e controllo sociale; dall’altro, le aziende tecnologiche colsero l’occasione per consolidare il proprio ruolo, acquisendo prestigio, influenza e una sempre maggiore legittimazione politica. Negli ultimi quindici anni la Silicon Valley è germogliata completamente, ha consolidato il suo ruolo tramite monopoli da miliardi di dollari, dotati di un’enorme influenza a livello globale, e lo ha fatto anche grazie all’inerzia di Washington. L'establishment ha ormai capito come l'utilità che una volta era rappresentata dai magnati dei media, lo è ora dai guru tecnologici, in parte perché le tecnologie che essi controllano sono le stesse che hanno tagliato le gambe ai media tradizionali, polarizzando l’attenzione mediatica verso altri temi, molto più cari ai mogul della Silicon Valley. Il punto di svolta nella strategia della Silicon Valley per arrivare ai palazzi del potere, arriva con l’acquisizione nel 2022 di Twitter da parte di Elon Musk. Musk compra il social smantellandone completamente la struttura precedente, licenziando i dipendenti e portando a bordo solo persone fidate, iniziando poi ad usare la piattaforma come un mero strumento di propaganda. Il modello muskiano del social è diventato un vero e proprio prototipo da seguire per molti altri tech mogul: un caso che riflette perfettamente l’idea che ciò che si può fare acquisendo una grande azienda si può applicare anche ad un governo. La tecnologia non è mai stata democratica, nessuna la vota, ma può essere comprata. [3]

TRUMP COME PUNTO DI CONVERGENZA

Se la metamorfosi di Twitter in X è il punto di svolta, quello di rottura tra un normale legame tra istituzioni democratiche e aziende tech miliardarie è invece rappresentato dalla decisione di Trump di correre alla Casa Bianca. La sua candidatura ha costituito l’occasione perfetta affinché i magnati tech, che si erano ormai affermati agli occhi della scena pubblica tramite video demenziali [4] e apparizioni da Joe Rogan o simili, potessero compiere il passo ancora più importante per arrivare ad influenzare il governo: esserlo loro stessi. Musk è stato il primo a supportare la campagna elettorale dell’allora candidato newyorchese donando quasi 300 milioni di dollari, ma era già chiaro l’interesse che Trump avrebbe rivolto alla Silicon Valley. La scelta del suo candidato vicepresidente ha rappresentato la ciliegina sulla torta per l’oligarchia digitale. J.D. Vance, infatti, era l’unico, o almeno il più adatto, a poter portare prestigio e ingenti fondi pubblici in quella parte della California. La carriera professionale di Vance è stata praticamente costruita sulle finanze di Peter Thiel, fondatore del già citato Palantir. Peter Thiel, tra le altre cose, ha un patrimonio stimato di 22 miliardi di dollari, fa parte della cosiddetta “Paypal Mafia, ha una storia di dichiarazioni parecchio controverse e ha un accesso diretto alla Casa Bianca. Dopo la laurea a Yale, Vance era stato assunto in una delle sue aziende a San Francisco, e quando Vance decise di correre per il Campidoglio in Ohio nel 2023, gli portò cifre mai viste nella storia delle campagne elettorali del Senato. Quando poi riemersero le dichiarazioni di Vance che comparava Trump a Hitler [5], fu lo stesso Thiel ad agire da mediatore tra i due per un riappacificiamento che portò alla nomina di JD come Vice. Una volta raggiunta la Casa Bianca, Trump ha nominato Musk a capo del DOGE, lasciandogli ampio margine di autonomia per ciò che concerne decisioni in materia fiscale e, prima della rottura tra i due, avvenuta a giugno 2025, erano appena emerse indiscrezioni riguardo alla possibilità di Musk di installare il suo chatbot AI Grok nei server del governo americano [6], nonostante evidenti conflitti di interessi. Sebbene dall'inizio del suo mandato molti imprenditori abbiano perso parecchi miliardi di dollari per via delle politiche economiche di Trump [7], il loro sostegno al Presidente non accenna a diminuire, sia in virtù dell’attaccamento che l’inquilino della Casa Bianca sembra avere all’intelligenza artificiale e alle cripto valute, strumenti molto amati dai leader del settore tech, sia perché allinearsi con l’attuale amministrazione significa attenuare rischi normativi e poter beneficiare di incentivi fiscali e opportunità di espansione dei propri mercati.

L’AMERICAN PARTY E QUELLO CHE VERRA’ 

Nel bel mezzo di questo grande mosaico di favori reciproci, però, un tassello sembra essersi staccato per trovare vita propria. La rottura tra Donald Trump e Elon Musk è avvenuta dopo forti divergenze riguardanti la nuova riforma fiscale proposta dal primo, il cosiddetto “Big Beautiful Bill”. Musk ha deciso allora di allontanarsi da colui che gli aveva dato vita politica ed aggiungere un ulteriore livello di vicinanza tra big tech e Casa Bianca esplorando un terreno già sondato dallo stesso Trump, passando da essere un imprenditore a diventare un politico vero e proprio annunciando il 4 luglio [8] su X la fondazione del suo partito, l’American Party. Questo potrebbe rappresentare l’inizio di una nuova era, iniziata legittimando la presenza di miliardari tech in prima fila alla cerimonia di inaugurazione di un presidente eletto e che potrebbe finire con grandi aziende che puntano tutto sull’innovazione tecnologica a discapito di ambiente e crisi sociali e che si fonderebbero sempre di più con le istituzioni fino a diventare un tutt’uno e creare un’oligarchia privata che persegue interessi completamente distinti dalla volontà popolare.

Nella storia non sono mancati movimenti che avevano l’intenzione di cambiare radicalmente il sistema pubblico di una nazione. Ciò che però distingue questo fenomeno, e che potrebbe rivelarsi decisivo, è la convergenza di un gruppo ristretto di ultramiliardari con l’interesse, dichiarato o meno, di entrare alla Casa Bianca e la massima istituzione governativa, rappresentata anch’essa da un miliardario, pronta ad accogliere questa élite e a consegnarli le chiavi del potere politico.

 “I no longer believe that freedom and democracy are compatible”.  

                                                                                      - Peter Thiel, 2009[9]

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Giovanni Ferrazza

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America del Nord

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