A cura del Dott. Pierpaolo Piras, studioso di Geopolitica e componente del Comitato per lo Sviluppo di Mondo Internazionale APS
Un pilastro storico fondamentale della politica estera statunitense potrebbe essere ora controproducente per gli interessi degli Stati Uniti nell'emisfero occidentale. L'attuale rafforzamento militare americano nei Caraibi non rappresenta un prudente esercizio di leadership regionale, ma piuttosto una pericolosa resurrezione degli impulsi più controproducenti insiti nella cosiddetta “Dottrina Monroe”. Quasi due secoli dopo che il presidente James Monroe dichiarò l'emisfero occidentale chiuso alla colonizzazione europea, i politici americani seguono a invocare questo quadro davvero antiquato per giustificare interventi che non servono né agli interessi di sicurezza degli Stati Uniti né alla causa di sostegno alla stabilità nel nostro vicinato occidentale.
Il riflesso interventista della dottrina Monroe
La risposta dell'apparato di sicurezza nazionale USA all'instabilità nei Caraibi – schierando risorse militari, minacciando sanzioni e valutando un cambio di regime – rivela una fondamentale incomprensione sia delle complesse dinamiche della regione sia dei reali interessi strategici americani. Qualunque sia la minaccia del momento – influenza cinese, traffico di droga o flussi migratori, anche in diversa associazione tra di loro – la ricetta rimane del tutto invariata: maggiore coinvolgimento americano, superiore presenza militare e maggiori tentativi di “microgestione” degli affari interni di nazioni sovrane. Questo approccio è affetto dalla stessa illusione che affligge la politica estera americana da alcuni decenni: l'idea che gli Stati Uniti possano e debbano poter controllare gli assetti politici in ogni angolo del globo, o in questo caso, in ogni isola dei Caraibi. Riflette quella che potremmo definire la prospettiva della "bolla di Washington", nella quale gli addetti ai lavori della Casa Bianca si convincono che gli eventi di Port-au-Prince o dell'Avana rappresentino minacce esistenziali per la sicurezza americana, richiedendo risposte militari immediate.
L'uomo nero cinese
Particolarmente preoccupante è la resurrezione della retorica della competizione tra grandi potenze per giustificare l'intervento nei Caraibi. Lo spettro dell'influenza cinese – che si tratti di investimenti infrastrutturali , impegno diplomatico o relazioni commerciali – è diventato l'ultimo pretesto per legittimare l'ingerenza americana. Rappresentando secondo gli annalisti un sorprendente fallimento della propria immaginazione strategica. Le attività commerciali della Cina nei Caraibi non minacciano la sicurezza americana più di quanto non facessero gli investimenti giapponesi nella regione negli anni '80, quando voci altrettanto allarmistiche, se non di più, prevedevano che il predominio economico di Tokyo avrebbe minato gravemente gli interessi statunitensi. La realtà è invece molto più prosaica: le aziende cinesi stanno colmando lacune infrastrutturali che le aziende americane hanno ritenuto non più redditizie e che gli aiuti esteri statunitensi non sono riusciti finora a colmare adeguatamente.
I costi dell'aggressività nei Caraibi
I costi economici e strategici di questo riflesso interventista sono ingenti. Ogni dollaro speso in operazioni militari nei Caraibi, ogni dispiegamento di mezzi navali , ogni minaccia di sanzioni rappresentano costosissime risorse dirottate dalle autentiche priorità nazionali. Ancora più fondamentalmente, questi interventi rischiano di alimentare un'instabilità interminabile e un sentimento antiamericano che gli USA pretendono di prevenire.
La storia offre lezioni inequivocabili in questo senso. Decenni di interventi statunitensi ad Haiti non hanno prodotto né stabilità né prosperità. L'embargo contro Cuba ha fallito clamorosamente nel raggiungere i suoi obiettivi dichiarati, fornendo al governo dell'Avana una comoda scusa per i fallimenti economici. Il sostegno ai regimi autoritari in tutta la regione, giustificato dalla retorica anticomunista o antidroga, ha compromesso la credibilità americana e creato un risentimento duraturo.
Una politica caraibica realista degli Stati Uniti
Una politica estera autenticamente realista nei confronti dei Caraibi riconoscerebbe diverse verità scomode.
In primo luogo, gli Stati Uniti non hanno né la capacità né il diritto di determinare gli esiti politici di nazioni sovrane, indipendentemente dalla loro vicinanza.
In secondo luogo, la maggior parte degli sviluppi nella regione – anche quelli che Washington trova sgradevoli – non rappresenta una minaccia significativa per la sicurezza americana.
In terzo luogo, l'intervento militare in genere esacerba, anziché risolvere, i problemi di fondo che pretende di affrontare.
Quale potrebbe essere un approccio più moderato?
Inizierebbe con l'abbandono della grandiosa ambizione di egemonia regionale a favore di obiettivi più modesti ma più raggiungibili: mantenere aperte le rotte di navigazione, prevenire reali minacce alla sicurezza e promuovere semmai maggiori relazioni commerciali a vantaggio delle imprese e dei lavoratori americani. Un simile approccio riconoscerebbe che le nazioni caraibiche hanno tutto il diritto di coltivare relazioni con tutte le nazioni del mondo. Riconoscerebbe che i flussi migratori sono guidati principalmente dalle condizioni economiche e dalla violenza, problemi che un intervento militare potrebbe esacerbare anziché risolvere. Accetterebbe che il traffico di droga è fondamentalmente un problema dal lato della domanda che richiede anche più efficaci soluzioni di politica interna, piuttosto che potenti campagne militari.
Il crepuscolo della dottrina Monroe
La Dottrina Monroe appartiene a un'epoca passata della storia americana. Il suo richiamo nel XXI secolo non riflette saggezza strategica, ma piuttosto il fallimento intellettuale di un establishment di politica estera incapace di immaginare alternative al brutale interventismo. La promessa della dottrina di tenere le potenze europee fuori dall'emisfero occidentale rischia di trasformarsi nella presuntuosa pretesa che Washington debba gestire tutti gli affari regionali – una missione impossibile che non giova concretamente né agli interessi americani né alla stabilità regionale. L'ironia è forte: le stesse voci che mettono in guardia dalla "diplomazia della trappola del debito" cinese nei Caraibi sostengono politiche che intrappolerebbero gli Stati Uniti in un ciclo infinito di interventi militari, fallimenti nella costruzione della nazione e perdite di bilancio. Gli stessi funzionari che affermano di difendere gli interessi americani propugnano impegni che in realtà finiscono per prosciugare ingenti risorse nazionali, producendo al contempo minimi benefici per la sicurezza.
La strada da seguire richiede coraggio intellettuale, la volontà di ammettere che la potenza militare americana non può risolvere ogni problema e che la moderazione anche negli atti spesso serve maggiormente gli interessi nazionali dell'intervento diretto. Richiede il riconoscimento che la vicinanza dei Caraibi agli Stati Uniti non crea né un obbligo né un diritto a dominare totalmente gli affari politici della regione. Finché Washington non abbandonerà l'eredità interventista della Dottrina Monroe e non abbraccerà una politica estera di moderazione realistica, i Caraibi rimarranno teatro di avventure militari costose e controproducenti. Sia i contribuenti americani che i popoli caraibici meritano di meglio di questo approccio stanco e fallimentare, mascherato da necessità strategica.
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