A cura del Dott. Pierpaolo Piras, studioso di Geopolitica e componente del Comitato per lo Sviluppo di Mondo Internazionale APS
Sussistono ancora pericoli di un ampio e profondo disaccoppiamento fra i due.
Nonostante tutti i discorsi su come siamo entrati in una nuova era globale, gli ultimi due anni hanno una sorprendente somiglianza con le tensioni e i conflitti del 2008.
Quell'anno, la Russia invase militarmente il suo confinante, la Georgia. Le tensioni con l'Iran e la Corea del Nord erano costantemente alte. Nel contempo il mondo affrontava una grave crisi economica.
Una differenza notevole, tuttavia, si nota oggi sullo stato delle relazioni tra Cina e Stati Uniti.
A quel tempo, la cooperazione in virtù degli interessi reciproci era ancora possibile pur tra differenze politiche e ideologiche di non poco conto, interessi di sicurezza contrastanti e opinioni opposte o quanto meno divergenti sull'economia globale, compresa la stima della valuta cinese negli scambi finanziari e i suoi sussidi industriali.
La Segreteria del Tesoro USA ha lavorato proficuamente con i leader cinesi durante la crisi finanziaria del 2008 per prevenire e mitigare i peggiori effetti della crisi finanziaria e ripristinare la stabilità macroeconomica del sistema globale.
Oggi tale cooperazione appare invece inconcepibile. A differenza della crisi finanziaria, la pandemia di COVID-19 non ha innescato alcun processo di cooperazione tra Cina e Stati Uniti. Anzi, ha solo reso più acuto l’antagonismo fra i due, divenuto sempre più profondo.
La Cina e gli Stati Uniti si lanciano il dito accusatorio l'un l'altro, si incolpano a vicenda per le cattive politiche e si scambiano accuse sulla vigente recessione economica globale dalla quale entrambi i paesi e sotto non pochi aspetti il resto del pianeta devono ancora riprendersi a sufficienza.
Oggi il mondo è profondamente cambiato
La Cina ha una leadership che esercita una politica estera molto diversa e più assertiva rispetto al passato. Ha più che triplicato le dimensioni della sua economia dal 2008 e ora ha maggiori capacità di perseguire politiche anche contraddittorie.
Nel frattempo, anche l'atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti della Cina Popolare è diventato nettamente negativo.
Oggi, a differenza del 2008, quasi ogni aspetto del rapporto Cina-Stati Uniti e le relazioni reciproche sono viste da entrambe le parti attraverso il prisma della sicurezza nazionale. Comprendendo le questioni che una volta erano considerate positivamente, come gli investimenti produttivi o la co-innovazione nel know-how delle tecnologie più innovative.
La diffidenza tra i due
Il governo cinese ed il suo leader considerano i controlli finanziari e industriali sulle esportazioni statunitensi come in realtà volti a difendere le tecnologie degli Stati Uniti, ritenendole minacciose per la prosperità futura della Cina.
Di contro, Washington vede tutto ciò che potrebbe far progredire la capacità economica e tecnologica della Cina come un favore all'ascesa di un potente concorrente di valenza strategica in campo sia economico che militare.
I rapporti diplomatici tra la Cina Popolare e gli Stati Uniti vivono oggi in una condizione degradata per il transito da un rapporto lealmente competitivo, a volte persino cooperativo, ad un altro meramente conflittuale, specie sulle questioni geopolitiche e geostrategiche più cruciali.
La prospettiva statunitense intravvede la possibilità di andare verso una situazione indebolita rispetto ai loro alleati. In particolare, nella produzione e commercio dei loro prodotti più altamente innovativi.
L’ulteriore risvolto negativo sarebbe la perdita di importanti quote di mercato nei paesi terzi.
Coalizione dei volenterosi
Il Dipartimento di Stato americano si sta adoperando per la costituzione ed organizzazione di una coalizione di paesi che condividono la stessa visione delle cose. Sono, più in particolare, le democrazie asiatiche ed europee affinché partecipino a controbilanciare ed esercitare economicamente pressione sulla Cina. Sinora, questa strategia non ha funzionato, finendo per danneggiare sia gli Stati Uniti che la Cina.
Il buon senso
La diplomazia passante anche per il buon senso sostiene che gli interessi americani passino pure attraverso la cooperazione o l’attività economico-finanziaria, per quanto possibile, complementare con la Cina Popolare, almeno in alcuni settori specifici, col primo obiettivo di mantenere un canale economico aperto con questa grande potenza che, comunque sia, è e sarà doveroso tenere in considerazione.
I sentimenti verso la Cina
Secondo osservazioni in un ambito più globale, si notano paesi alleati degli USA che si allineano con questi nell’avversione – specie nel controllo delle esportazioni di prodotti ad elevato livello tecnologico - verso i comportamenti e la politica internazionale assertiva della Cina Popolare. Tuttavia, evitano atteggiamenti frontali estesi verso di essa.
Probabilmente è per tale ragione che nonostante i ripetuti moniti di Washington, la Cina Popolare ha sorpassato, anche se di poco, gli Stati Uniti nell’export-import con l’Unione Europea.
Washington rischia di spingere contro la gravità economica.
L'approccio "meno cinese" di Washington sta andando peggio nel Sud del mondo. Il commercio sino-africano ha raggiunto un massimo storico nel 2021, aumentando il suo valore del 35% rispetto al 2020.
Un'intensa campagna statunitense per spingere le aziende tecnologiche cinesi come Huawei fuori dall'architettura delle telecomunicazioni backbone (ad alta velocità tra due server) è andata relativamente bene in Europa e in India, ma male quasi ovunque.
Basta considerare il caso dell’Arabia Saudita. Il suo più grande partner commerciale è la Cina e il suo piano di riforma “Vision 2030” si appoggia fortemente sulla collaborazione perseguita con le aziende tecnologiche cinesi, tra cui Alibaba e Huawei, anche nelle aree sensibili che sono esattamente nel mirino di Washington, come l'intelligenza artificiale e i servizi cloud.
L'Indonesia, un'enorme democrazia asiatica che Washington ha corteggiato per controbilanciare l'influenza cinese, ha effettivamente reso Huawei il suo partner preferito per le soluzioni di sicurezza informatica e persino per i sistemi governativi.
Pechino sta invertendo le sue politiche restrittive sul COVID-19, riaprendo i suoi confini, corteggiando i leader stranieri e cercando capitali e investimenti stranieri per riavviare la sua economia.
Con Xi che ora viaggia di nuovo per il mondo dopo una pausa di tre anni, spargendo rinnovati impegni di investimenti, infrastrutture e commercio cinesi ad ogni fermata, è Washington, non Pechino, che potrebbe presto trovarsi in difficoltà.
Le regole commerciali sono un buon esempio. Nel 2017, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si è ritirato dal Trans-Pacific Partnership (TPP) e, sei anni dopo, Washington non ha intenzione di aderirvi nuovamente.
Eppure, Pechino ha chiesto di aderire al patto, ora chiamato Accordo globale e progressivo per il partenariato transpacifico (CPTPP).
La Cina ha anche ratificato il partenariato economico globale regionale in Asia e fatto domanda per aderire all'accordo di partenariato per l'economia digitale. Inoltre ha aggiornato e/o avviato nuovi accordi di libero scambio con altri paesi come l’Ecuador e la Nuova Zelanda.
La Cina è ora la più grande nazione commerciale del mondo. Quasi due terzi di tutti i paesi commerciano più con la Cina che con gli Stati Uniti.
E c’è ancora molta strada da percorrere.
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