La Tunisia si prepara alle elezioni e alla vittoria di Saied

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  Giorgio Giardino
  04 ottobre 2024
  4 minuti, 13 secondi

A ridosso delle elezioni presidenziali, previste per il prossimo 6 ottobre, il candidato del partito liberale tunisino Azimoun, Ayachi Zammel, è stato condannato a 20 mesi di carcere con l’accusa di frode, fatto che, secondo gli organizzatori della sua campagna elettorale rappresenta una decisione politica. Zammel era uno dei soli tre candidati ammessi dall’Alta autorità indipendente per le elezioni (Isie), insieme all’attuale presidente Kais Saied e Zuhair Maghzaoui, leader del Movimento popolare.

Anche per questo motivo non è difficile fare una previsione sul risultato di questa nuova tornata elettorale: con tutta probabilità verrà rieletto il presidente Kais Saied, accusato da più parti di essere il principale artefice dell’involuzione democratica tunisina, iniziata con la sua prima elezione avvenuta nel 2019.

Da allora infatti, la Tunisia, che fino a pochi anni fa rappresentava l’eccezione fra i Paesi che hanno attraversato le Primavere arabe, ha iniziato ad assomigliare sempre meno a quel Paese che aveva iniziato un percorso, complesso e pieno di momenti di tensione, verso un regime democratico. Saied, ex professore universitario ed esperto di diritto costituzionale noto inizialmente al grande pubblico per le sue apparizioni televisive, ha gradualmente accentrato il potere su di sè.

Nel 2021, durante una delle fasi peggiori del Covid, con l’appoggio delle forze armate ha dichiarato lo stato di emergenze, sospendendo il Parlamento e licenziando il primo ministro. Ha poi sciolto il Consiglio superiore della Magistratura e ha annunciato di voler modificare la Costituzione, approvata nel 2014. Ed è qui che è iniziato quello che alcuni osservatori hanno definito “colpo di stato costituzionale”.

La condanna di Zammel è poi l’ultima di una lunga serie di arresti illustri nei confronti di esponenti delle opposizioni. Nel 2023 è toccato a Rached Ghannouchi, leader del partito moderato e islamista Ennhada, mentre nell’agosto di quest’anno è arrivata la condanna a Abir Moussi, leader del Partito Desturiano Libero, cancellando di fatto la sua candidatura alle elezioni presidenziali del prossimo 6 ottobre.

Come detto, rimangono quindi tre i candidati alle presidenziali, tra cui Zammel la cui strada appare adesso in salita. Dei 17 che avevano presentato la propria candidatura, l’Isie ne ha infatti escluso 14. Inoltre, nonostante il tribunale amministrativo abbia richiesto il reintegro di altri tre nomi in lizza che avevano presentato ricorso, sembra difficile immaginare che il comitato elettorale lo approvi. Se però così fosse, si scivolerebbe verso una “situazione illegale”, in quanto non in linea con “la legge elettorale e la trasparenza del processo elettorale”, come ha affermato lo stesso tribunale amministrativo.

A pochi giorni dalle elezioni è poi passata in Parlamento una legge che colpisce proprio il Tribunale amministrativo, in quanto prevede il passaggio della competenza sulle dispute elettorali da quest’ultimo alla giustizia ordinaria. Secondo le opposizioni, si tratta di un modo di impedire l’accesso all’unico organo rimasto indipendente in Tunisia.

Con l’avvicinarsi del 6 ottobre, sembra dunque difficile immaginare un risultato diverso dalla rielezione di Kais Saied, nonostante le proteste da parte delle opposizioni, che spesso terminano con l’intervento delle forze dell’ordine e l’arresto delle persone coinvolte. È successo ad esempio fra il 12 ed il 13 settembre, quando almeno 97 membri del gruppo Ennahda sono stati arrestati e interrogati dalla sezione antiterrorismo, come denunciato da Amnesty International. Nella Tunisia di Saied non sembra però una notizia, vista la serie di condanne nei confronti di esponenti della società civile e attivisti per i diritti umani degli ultimi anni.

Il crescente autoritarismo mostrato dal presidente tunisino negli ultimi anni non è stato però un ostacolo per l’Unione Europea per rivolgersi alla Tunisia ed affidargli il controllo dei flussi migratori, nonostante diverse inchieste giornalistiche abbiano mostrato come le autorità tunisine violino frequentemente i diritti fondamentali dei migranti. Ed anzi, più che dotarsi di uno strumento in più per gestire il fenomeno delle migrazioni, l’Ue ha deciso nuovamente di offrire ad uno Stato autoritario uno strumento di pressione futuro. La formula alla base dell’accordo è semplice ed è riassunta nelle parole di un esperto che, chiedendo di rimanere anonimo, ha affermato al Guardian che “se l’Europa smette di inviare soldi, lui manderà in Europa i migranti. Semplice”.

Osservando la parabola della democrazia tunisina, è difficile non ripensare ad un’intervista rilasciata da Kais Saied al New York Times nel 2021. Ad una domanda proprio in merito all’aumento dell’autoritarismo, il presidente tunisino ha sdrammatizzato citando Charles De Gaulle: “Cosa vi fa pensare che, a 67 anni, io voglia iniziare una carriera di dittatore?”

A questo punto però, è difficile credere che Saied abbia altre ambizioni o che voglia tornare a insegnare all’università.

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L'Autore

Giorgio Giardino

Giorgio Giardino, classe 1998, ha di recente conseguito la laurea magistrale in Politiche europee ed internazionali presso l'Università cattolica del Sacro Cuore discutendo un tesi dal titolo "La libertà di espressione nel mondo online: stato dell'arte e prospettive". Da sempre interessato a tematiche riguardanti i diritti fondamentali e le relazioni internazionali, ricopre all'interno di MI la carica di caporedattore per la sezione Diritti Umani.

Giorgio Giardino, class 1998, recently obtained a master's degree in European and international policies at Università Cattolica del Sacro Cuore with a thesis entitled "Freedom of expression in the online world: state of the art and perspectives". Always interested in issues concerning fundamental rights and international relations, he holds the position of Editor-in-Chief of the Human Rights team.

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