Mercoledì 15 ottobre, alle quattro del pomeriggio, al Pentagono è scattata l’ora x: decine di giornalisti che avevano i loro uffici nella sede del Dipartimento della Difesa americano hanno fatto gli scatoloni, restituito i propri badge e sono usciti compatti dall’edificio. Si tratta della quasi totalità dei reporter che facevano corrispondenza dal Pentagono: ne sono rimasti solo quindici. Dopo decenni, a partire dalla presidenza Eisenhower del 1953, negli uffici del Pentagono non ci saranno più i reporter delle maggiori testate americane: non solo quelle storicamente filo-democratiche, ma anche molte di quelle filo-repubblicane – e filo-Trump.
La decisione quasi unanime di abbandonare il quartiere generale delle forze armate statunitensi, e quindi di allontanarsi dai luoghi e dai contatti diretti con il personale rinunciando alla storica copertura interna, è stata in realtà la conseguenza di un rifiuto deontologico: a fine settembre il segretario della difesa Pete Hegseth aveva annunciato che i giornalisti del Pentagono avrebbero dovuto sottoscrivere un documento che istituiva nuove regole restrittive sulle modalità di accesso al Pentagono e soprattutto di pubblicazione.
Prima del mandato di Hegseth, i giornalisti dovevano sottoscrivere un documento di una pagina, intitolato “Security Awareness Briefing for Media Members”, che elencava 10 regole di sicurezza, come l’obbligo di rendere visibile il proprio badge, assicurarsi di chiudere le porte degli uffici, accettare controlli con i metal detector. Il nuovo documento invece è lungo 21 pagine ed è presentato come implementazione del memorandum “Misure aggiornate di controllo fisico per l’accesso dei media al Pentagono”.
In particolare, a preoccupare i giornalisti sono state due dichiarazioni di Hegseth:
“Le informazioni del Dipartimento di Guerra (questo il “secondo nome” di battesimo del Dipartimento della Difesa sotto l'attuake presidenza, N.d.A.) devono essere approvate prima della pubblicazione da un ufficiale competente, anche se sono informazioni non riservate”.
E poi: “La stampa non è più autorizzata a vagare per i corridoi di una struttura protetta […] Indossate un badge e seguite le regole – altrimenti andate a casa”. Già prima di questa policy, l’accesso per i reporter a certe aree del Pentagono, prima autorizzato, era stato vietato o vincolato alla presenza di un accompagnatore. Inutili sono state le precisazioni di vari portavoce dei giornalisti, che hanno sottolineato di non aver mai "vagato" in zone che non fossero quelle concesse.
Secondo il segretario, si tratta di norme “di buon senso”, che servono a proteggere l’interesse dei cittadini: la stampa non ha più diritti degli altri americani, entrare al Pentagono è un privilegio (risuonano forse altre dichiarazioni, quelle della portavoce Leavitt: “It is a privilege to cover the White House. That’s an invitation that is given”) ed una concessione, quindi ci sono delle regole da rispettare. Il Presidente Trump ha fatto eco al suo segretario, attaccando la stampa con l’accusa di essere volutamente fuorviante e ingannevole, implicando che escluderla sia nell’interesse comune.
Secondo la stampa, si tratta di violazione dei diritti del primo emendamento.
Nelle parole di Hegseth stava un ultimatum: secondo quelle regole, se verranno rese pubbliche informazioni che non hanno ricevuto l’approvazione del segretario, gli autori rischieranno di essere espulsi dall’edificio. A nulla sono valse le negoziazioni che la Pentagon Press Association ha tentato di intrattenere con il segretario per modificare almeno alcune delle restrizioni. Da qui, la scelta dei giornalisti di raccogliere le proprie cose e spostarsi fuori dalle mura pentagonali.
Tutte le testate hanno visto nelle nuove regole la coerente prosecuzione di un programma di opposizione alla libertà stampa, portato avanti in primo luogo dal Presidente Trump: ricordiamo che a inizio anno Associated Press non aveva potuto accedere allo Studio Ovale; in seguito lo storico pool di stampa della Casa Bianca era stato modificato a discrezione del Presidente; c’era stata poi la chiusura dell’emittente estera Voice of America, il taglio dei fondi ad AP, Reuters e altre (ne abbiamo parlato qui), e infine la recente sospensione di Jimmy Kimmel. In tutti questi casi si era parlato di violazioni della libertà di parola e stampa, e si era tornati a parlare della minaccia al Primo Emendamento. Paradossalmente, la stessa minaccia da cui affermano di voler difendere i cittadini Trump ed Hegseth, proprio con quelle decisioni.
Un inciso: il Word Press Index, cioè l’indice mondiale realizzato da Reporters Sans Frontieres (RSF) che monitora lo stato di salute della libertà di stampa e stila una classifica paese per paese, ha registrato un peggioramento negli ultimi tempi della situazione negli Stati Uniti. Il paese si posiziona oggi al 57° posto su 180 paesi monitorati, quando nel 2024 si attestava due posizioni più in alto. Per fare un confronto, l'Italia si trova al 49° posto, il primo paese è la Norvegia e gli ultimi sono Nord Corea ed Eritrea. L’indice è basato su cinque indicatori (political context, legal framework, economic context, sociocultural context and safety) ed organizza i risultati in cinque fasce: situazione buona, soddisfacente, problematica, difficile e grave. Gli USA si trovano nella fascia “problematica”, la Russia in quella "grave" (171° posto), l’Europa in quella “soddisfacente”, se si esclude l’Italia e alcuni paesi dei Balcani, che risultano problematici. Qui si può consultare la mappa, i punteggi e i report per ciascun paese.
Il report di RSF di quest’anno sulla situazione degli Stati Uniti parla esplicitamente:
Dopo un secolo di graduale espansione dei diritti di stampa negli Stati Uniti, il paese sta vivendo il suo primo significativo e prolungato declino della libertà di stampa nella storia moderna, e il ritorno di Donald Trump alla presidenza sta esacerbando notevolmente la situazione.
Torniamo al Pentagono. L’opposizione alla stretta normativa è avvenuta con la stessa decisione da tutte le parti: tra i giornali, si sono opposti e quindi ritirati dal Pentagono sia i progressisti come il New York Times, sia i più conservativi Washington Times e Newsmax; dalle televisioni è arrivata una dichiarazione comune, secondo la quale le nuove regole impedirebbero ai reporter di “keep the nation and the world informed of important national security issues”, ed è stato firmato tanto dalla CNN quanto da Fox News Media, gruppo che oltre ad essere filo repubblicano era anche datore di lavoro di Pete Hegseth prima che diventasse “segretario di guerra”. Solo One America News e pochi altri emittenti minori, tutti tradizionalmente "right-wing", sono rimasti negli uffici del dipartimento.
L’importanza della presenza dei giornalisti sul posto è prima di tutto, nelle parole della giornalista Tara Copp del Washington Post, a servizio dei cittadini: “we are in the hallways because we can be there to talk to people, to get a sense of things, to understand what the ground truth is, and not just get the one official narrative […] and that’s an invaluable service to the public”. Per questo, la maggior parte dei giornalisti coinvolti ha dichiarato che continuerà ad occuparsi del Pentagono, e le loro fonti non sembrano essersi dileguate: il giorno dopo la diserzione, Reuters ha pubblicato un’esclusiva su un attacco americano ad un’imbarcazione nei Caraibi, confermata il giorno seguente da Trump. La fonte di Reuters è anonima e definita soltanto “a U.S. official”.
Nei decenni di lavoro negli uffici del dipartimento, i giornalisti hanno sviluppato le proprie reti di fonti e informatori. Molti avranno inevitabilmente paura e non risponderanno più, temono alcuni, ma Nancy Youssef, dell’Atlantic, ha registrato parole più rassicuranti: le informazioni ai giornalisti continueranno ad arrivare, le hanno detto, e non per disobbedienza verso Hegseth ma per la difesa dei valori costituzionali.
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