Il 20 giugno 2022 le elezioni presidenziali colombiane segnavano un momento storico: per la prima volta, la maggioranza dei cittadini sceglieva un presidente di sinistra. Gustavo Petro, ex guerrigliero e leader del movimento progressista, sconfiggeva il candidato populista Rodolfo Hernández, entrando a Palacio de Nariño con al suo fianco Francia Márquez, prima donna afrodiscendente a ricoprire il ruolo di vicepresidente in Colombia.
Durante la campagna elettorale, Petro prometteva un cambiamento radicale. Tra le sue proposte: istruzione universitaria gratuita, impieghi statali garantiti per i disoccupati, lo stop a nuove esplorazioni di petrolio e gas, e una profonda riforma fiscale per rafforzare il sistema sanitario. Tutto questo in nome di una Colombia più equa, capace di ascoltare quella “maggioranza silenziosa di contadini, popolazioni indigene, donne e giovani” storicamente esclusa dalle decisioni politiche.
Oggi, a quasi tre anni dal suo insediamento, quelle promesse sembrano lontane. Il Governo Petro è percepito da molti come l’ennesima amministrazione travolta da scandali e inefficienze. Una sinistra che si proponeva come promotrice di giustizia sociale si ritrova accusata di perpetuare le stesse dinamiche di potere che avrebbe dovuto combattere. Così, la speranza di una trasformazione reale rischia di svanire, lasciando campo libero, nelle elezioni del 2026, al ritorno delle forze conservatrici.
Tra scandali e dimissioni: l’instabilità al centro del potere
A ostacolare il progetto politico di Gustavo Petro non sono stati solo gli impedimenti istituzionali e le difficoltà economiche, ma anche l’instabilità interna del suo Governo, spesso più simile a una telenovela che a un’amministrazione presidenziale. Dall’inizio del mandato, Petro ha visto cambiare oltre 50 ministri, 13 solo negli ultimi quattro mesi: un dato che riflette la tensione e la mancanza di direzione che hanno segnato l’Esecutivo.
Il 2025 ha aggravato questa situazione, con scandali e rimpasti a ripetizione. A febbraio, la nomina di Armando Benedetti a capo di Gabinetto ha provocato forti malumori. Figura controversa, coinvolta in procedimenti per corruzione e in una denuncia per violenza domestica, poi ritirata, Benedetti ha continuato a godere della fiducia di Petro, che gli aveva già affidato incarichi di rilievo come ambasciatore in Venezuela e presso la FAO. A lui si deve anche l’ascesa di Laura Sarabia, nominata ministra degli Esteri nonostante l’assenza di esperienza diplomatica. Pochi mesi dopo, è stata proprio Sarabia ad accusarlo di arricchimento illecito e violenza contro le donne, facendo esplodere nuove tensioni.
In risposta al malcontento generale causato dalla nomina di Benedetti, il 4 febbraio Petro ha convocato un Consiglio dei ministri trasmesso in diretta TV, durato sei ore. In quell’occasione ha accusato frontalmente il suo stesso Esecutivo di non aver mantenuto le promesse elettorali, affermando: «Mi vergogno: il presidente è rivoluzionario, il Governo no». La sua difesa di Benedetti ha generato ulteriori rotture: si sono dimessi diversi ministri, tra cui Susana Muhamad, apprezzata ministra dell’Ambiente.
Il rimpasto annunciato il 27 febbraio avrebbe dovuto segnare una svolta, ma ha sollevato nuove critiche. La nomina del generale Pedro Sánchez alla Difesa ha rotto un tabù della sinistra colombiana, contraria alla presenza di militari al governo. L’instabilità è proseguita con le dimissioni del ministro delle Finanze Diego Guevara, contrario all’aumento del deficit per finanziare le riforme. Al suo posto è arrivato Germán Ávila, economista vicino a Petro ma privo di esperienza gestionale. La sua nomina ha spaventato i mercati, provocando un calo del peso colombiano, mentre Ávila cercava di rassicurare gli investitori promettendo nuove misure fiscali.
Riforme mancate: tra fallimenti e frustrazioni
In mezzo a un caos politico crescente e a un Governo segnato da crisi interne e instabilità cronica, ciò che emerge con chiarezza è il fallimento delle grandi promesse con cui Gustavo Petro aveva conquistato la presidenza. Un’intera nazione, stanca delle disuguaglianze e della violenza, si era affidata al suo progetto di cambiamento radicale, ma a distanza di quasi tre anni l’entusiasmo si è trasformato in disillusione. Le riforme annunciate con forza – in primis quella del lavoro e la cosiddetta “Paz total” – si sono impantanate tra conflitti politici, errori strategici e una crescente perdita di credibilità.
La riforma del lavoro, uno dei pilastri del programma di Petro, mirava a riequilibrare i rapporti tra lavoratori e datori di lavoro, rafforzando i diritti sindacali, limitando il lavoro notturno e migliorando le condizioni contrattuali. Tuttavia, le critiche pervenute da diversi settori – soprattutto da parte di piccole e medie imprese – hanno messo in luce la mancanza di misure concrete per integrare l’ampia economia informale e garantire sostenibilità economica. Dopo un passaggio parlamentare travagliato, la proposta è stata respinta, segnando uno dei fallimenti più emblematici della legislatura.
Nel frattempo, la “Paz total”, annunciata come una svolta epocale verso la pacificazione del Paese, si è rivelata un processo confuso e contraddittorio. I negoziati con i gruppi armati si sono moltiplicati senza un metodo chiaro, generando più incertezza che risultati: il numero delle violazioni del cessate il fuoco è aumentato, così come la violenza in molte zone rurali. Le comunità locali, inizialmente coinvolte e speranzose, oggi denunciano una totale assenza di coordinamento e risultati tangibili. In definitiva, le promesse rimaste sulla carta hanno alimentato una frustrazione crescente in una popolazione che, ancora una volta, si ritrova priva delle risposte strutturali attese.
Conclusioni
Sebbene Petro stia provando a utilizzare questi ultimi mesi per salvare l’eredità politica del suo Governo, l’operazione appare più una rincorsa disperata che un rilancio strutturato. Il recente aumento del consenso – salito al 37%, il dato migliore degli ultimi due anni – è in buona parte dovuto alla mobilitazione popolare, strategia già usata in passato per rinsaldare il legame con la sua base. Il presidente è tornato a scendere in piazza, come dimostrato dalla sua partecipazione alla marcia del Primo Maggio, dove ha rilanciato il tema della riforma del lavoro sfidando apertamente il Congresso.
Tuttavia, i segnali che arrivano dal resto del Paese parlano di un’altra realtà: quella di una popolazione stanca, che chiede meno simboli e più soluzioni. A quasi tre anni dal suo insediamento, Petro sembra ancora oscillare tra il ruolo di leader di piazza e quello di capo di Stato, senza riuscire a coniugare idealismo e governance. Se vorrà davvero chiudere il suo mandato lasciando un’impronta positiva, dovrà smettere di fare campagna e cominciare a governare, affrontando con serietà le riforme ancora possibili e ponendo rimedio a una gestione finora segnata più da promesse infrante che da cambiamenti concreti. In caso contrario, la sua elezione storica rischia di essere ricordata solo come un’occasione mancata.
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L'Autore
Nicole Mancinelli
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