Le rivolte nel Regno Unito: un'analisi sociodemografica

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  Redazione
  12 agosto 2024
  6 minuti, 46 secondi

A cura del Dott. Pierpaolo Piras, studioso di Geopolitica e componente del Comitato per lo Sviluppo di Mondo Internazionale APS

Sono almeno cinque le letture essenziali su quanto ha innescato una settimana di violenza nel Regno Unito. Durante tali sommosse, i nazionalisti bianchi hanno saccheggiato città e paesi, scontrandosi fisicamente con le forze dell’ordine e chiedendo la chiusura delle frontiere per tenere fuori il fenomeno dell’immigrazione. Vere e proprie gang hanno intimidito cittadini non bianchi e assediato gli hotel che ospitavano i più che vulnerabili richiedenti asilo. Non sono ancora terminati gli arresti mentre alcuni fra i più facinorosi sono già stati incarcerati.

Per tutti i dimostranti la disinformazione online e istigazione all’odio sono stati fattori oltremodo significativi per alimentare questi incidenti, ma questo non è sufficiente a spiegare i disordini in quanto il quadro generale è molto più complesso da capire e affrontare. Secondo questa impostazione, sono almeno cinque le principali componenti che hanno influito per causare questa conflittualità di piazza?

1. I radicali di mezza età

Ha sorpreso un po’ tutti un particolare gruppo demografico che per la prima volta sotto il profilo qualitativo, si è mostrato tra le orde dei violenti che si sono scontrati, a mo’ di teppisti, con la polizia nelle città e nei paesi inglesi. In particolare, è stata identificata una quota significativa di uomini con età compresa tra i 40 e i 60 anni impegnata ad urlare slogan impronunciabili e inneggianti al razzismo.

Alcuni analisti l’hanno definita come la “radicalizzazione della mezza età”.

Quel che sembra accadere è una sorta d’idiosincrasia generazionale di carattere tossico. Vale a dire persone troppo anziane per essere native dell’epoca digitale, ma che hanno imparato da sole a utilizzare internet in un’età decisamente adulta e che non sono riuscite a emergere con le competenze approfondite e necessarie per riuscire a “navigare” con i dovuti “anticorpi” intellettuali nell'ambiente digitale delle ormai numerosissime fake news e disinformazioni in tutti i campi. Contemporaneamente, gli stessi risultano rivestire anche un ruolo sociale più influente nelle loro comunità rispetto alle generazioni più giovani, molto più esperte di Internet. Pertanto, entrambi sono inclini – anche se in misura diversa - a cadere nella trappola delle immancabili teorie del complotto, ma anche in una giusta posizione sociale per riuscire a diffonderle.

Il ruolo dell’isolamento

Quando gruppi sociali di qualsiasi tipo vengono ignorati, i loro sentimenti di esclusione e di isolamento rendono le frange di Internet più attraenti e all’interno delle quali riuscire a rifugiarsi. Qui, il malcontento viene alimentato e incoraggiato. In questo luogo cibernetico scatta ancora la trappola a danno delle persone che vengono fortemente invitate ad esprimere la loro rabbia mentre nel contempo interagiscono con coetanei grossomodo della stessa fascia d’età e del tutto simili per gruppo socio-economico di appartenenza. Nemmeno il fatto che le persone di mezza età siano spesso trascurate culturalmente ha potuto aiutare a mitigare questo fenomeno in questo frangente sociale.

2. Alcune élite politiche hanno favorito l’islamofobia

Inizialmente, i disordini sono stati innescati dalla disinformazione diffusa sull'identità di un adolescente che è stato arrestato per la morte di tre bambini in un attacco di massa con accoltellamenti nella città settentrionale di Southport il 29 luglio scorso. Quindi, è stato erroneamente divulgato che fosse di religione musulmana e quel che è peggio pure un immigrato. Quella stessa notte, un gruppo ha fatto irruzione in una moschea locale e ha attaccato violentemente le persone presenti. Anche quando la disinformazione è stata corretta, gli hotel che ospitavano richiedenti asilo hanno continuato a essere oggetto di tale violenza. Ogni successiva scena di rivolta è stata caratterizzata da cori e minacce razziste.

A latere di questi avvenimenti, è necessario sottolineare come il precedente governo conservatore, recentemente sconfitto alle elezioni e deposto, abbia affrontato il confronto elettorale basandosi (anche) su un programma di intenso antagonismo verso gli immigrati e abbia consentito ai suoi leader (tra cui l'ex primo ministro Boris Johnson) di diffondere un odio a dir poco esagerato verso tutti i musulmani. Ma la colpa non è limitata alle sole posizioni politiche della destra conservatrice ma è stata condivisa – anche se in minore misura - dall’intero spettro politico del Regno Unito.

In campagna elettorale, pochi personaggi politici possono essere visti come realmente interessati all'islamofobia. Di conseguenza, viene resa irrilevante dalla maggior parte degli esponenti dei partiti che rappresentano. Infatti, nonostante alcuni di essi prestino attenzione alla questione, tali istanze scompaiono rapidamente dall'agenda politica successiva al clamore elettorale.

3. La falsa "mascolinità" dei razzisti

Il fatto che le vittime dell'attacco con il coltello a Southport fossero quasi tutte delle ragazze ha incredibilmente offerto agli estremisti nazionalisti l'opportunità di definire sé stessi come i difensori delle donne e dei bambini.

Durante i disordini per le strade si notavano cartelli a lettere cubitali con la scritta "salviamo i nostri bambini", divenuti una visione ormai piuttosto comune nei raduni dell’ estrema destra.

Il mantra familiare, interiorizzato dagli ultranazionalisti

La “supremazia” bianca si fonda ideologicamente sulla narrazione di una asserita minaccia specificamente di genere e razzista per la minaccia che viene dagli "altri". Con chiaro riferimento agli uomini, donne e persino ai bambini "nativi" di UK. Questa idea fa il paio con la corrente ideologica sotterranea dell’ex slogan nazista “kinder küche, kirche” (bambini, cucina, chiesa) che collocava le donne dentro e gli uomini fuori casa. Essa è resa ancora più esplicita nelle cosiddette "14 parole", lo slogan più famoso del nazionalismo bianco, che esorta i propri seguaci a "garantire un futuro" ai bambini bianchi.

4. Il problema finora inespresso del nazionalismo inglese

Coloro che risiedono fuori dal territorio del Regno Unito potrebbero notare che, sotto il profilo tecnico, è del tutto vero che tali rivolte si sono svolte quasi esclusivamente confinate all'Inghilterra. Tuttavia, ci sono stati incidenti pure in Irlanda del Nord, ma, ad esempio, non in Scozia o in Galles, ovvero le altre due regioni/nazioni del Regno Unito.

Questo dettaglio “geografico” è assolutamente fondamentale per comprendere le specificità di tale problema, poiché è noto da tempo nella politica interna inglese cova – come un fuoco sotto la cenere - una particolare forma di nazionalismo/sovranismo all’insegna dell’inno inglese “Rule Britannia”, ripetutamente cantato nelle piazze in questi giorni di tumulto. La Brexit fa parte di questo stesso quadro ispirato ideologicamente, ma lo è anche il concetto del tutto legale e legittimo della devolution regionale. Scozia e Galles, infatti, sono culturalmente e politicamente diverse fin dalla stipula dell’atto legislativo del 1997, approvato dalla Camera dei Comuni, che ha dato a queste regioni un governo proprio ed autonomo.

L’Inghilterra, al contrario, non ha una legislatura propria. Ciò sembra aver contribuito a sentimenti di risentimento e alimentando sensibilmente il sentimento contro l’immigrazione.

5. L’ipocrisia della logica di gruppo

Poche settimane prima dell’accoltellamento di Southport, un'altra tragedia è accaduta in una cittadina britannica. In questo caso, un uomo bianco ha ucciso con una spada un giovane ragazzo di colore. Eppure, quest’omicidio non ha suscitato alcuna rivolta. Questa distinzione è fondamentale per comprendere cosa sta realmente accadendo nella società inglese.

Il primo significato che emerge è che mentre l'uomo bianco omicida è stato trattato come un caso eccezionale, l'aggressore di colore di Southport è stato ritenuto come rappresentante di un intero gruppo di persone del suo stesso genere. Questa risposta basata su una sorta di automatismo psicologico spiega come le persone possano vedere sé stesse e il gruppo interno al quale appartengono come complesse e ancora di più fluide (ad esempio, non tutti i bianchi sono criminali), ma l’outgroup viene inquadrato da subito come omogeneo e immutabile.

Questo può condurre, come si è visto, alcune persone a considerare tutti gli uomini di colore come pericolosi, i musulmani come terroristi, i richiedenti asilo come opportunisti e i rifugiati come "ladri" di posti di lavoro e costose risorse sanitarie, giustificando l'antipatia e persino l'odio per chi viene da fuori. Questa mentalità in-group/out-group è evidente in altre parti della vita britannica, oltre che in tali rivolte. Per cui è possibile che questi fatti possano ripetersi.

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