L’eredità di Dayton

La morte di Mladić e la sicurezza nei Balcani occidentali

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  Tommaso Ravizza
  15 settembre 2026
  6 minuti, 44 secondi

Ratko Mladić è morto il 27 agosto 2026 all’Aia, mentre era ricoverato e ancora detenuto sotto l’autorità del Meccanismo residuale internazionale per i tribunali penali, l’organo delle Nazioni Unite istituito per proseguire alcune delle funzioni dei tribunali internazionali per l’ex Jugoslavia e per il Ruanda. Il 7 settembre migliaia di persone hanno partecipato al suo funerale a Belgrado, alla presenza anche di alcuni membri del governo serbo e con onori militari. Mentre, il giorno successivo, la Bosnia-Erzegovina ha espulso due diplomatici serbi e sospeso la firma di un memorandum di cooperazione regionale. La morte di Mladić non ha modificato gli equilibri militari dei Balcani occidentali, ma le reazioni che ha provocato hanno riportato in primo piano una questione ancora irrisolta: quanto le eredità delle guerre jugoslave continuino a incidere sui rapporti politici della regione e sulla tenuta dell’ordine costruito dopo Dayton.

Durante la guerra in Bosnia del 1992-1995, Mladić era stato comandante dello Stato maggiore dell’Esercito della Republika Srpska, riconosciuta dagli Accordi di Dayton del 1995 come una delle due entità che compongono la Bosnia-Erzegovina, insieme alla Federazione di Bosnia-Erzegovina. Nel 2017, il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia lo aveva condannato all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e violazioni delle leggi e consuetudini di guerra. La sentenza, confermata nel 2021, comprendeva il genocidio di Srebrenica e la campagna di terrore contro la popolazione civile di Sarajevo. Le responsabilità penali individuali sono state quindi definite sul piano giudiziario, ma questo non ha prodotto una lettura politica condivisa del conflitto. La memoria di Srebrenica continua a incidere sui rapporti tra Serbia e Bosnia-Erzegovina e, in particolare negli ultimi anni, in Serbia, sono diventate più visibili pratiche di revisionismo storico sostenute da attori statali e forme pubbliche di glorificazione di criminali di guerra condannati. Ciò non significa attribuire una posizione uniforme alla società serba; piuttosto, significa riconoscere che, quando determinate interpretazioni del passato ricevono anche un sostegno istituzionale, possono oltrepassare la dimensione memoriale e riflettersi sulle relazioni tra gli attori regionali. Il funerale di Mladić ne offre un esempio concreto: la modalità con cui è stato celebrato a Belgrado ha prodotto una risposta ufficiale di Sarajevo, trasformando una controversia sul passato in un episodio di tensione diplomatica nel presente.

Gli accordi di Dayton non si limitarono a porre fine alla guerra: costruirono la pace attorno a un sistema di condivisione del potere che riconosceva ampie prerogative alle due entità e cercava di trasferire il conflitto dal terreno militare a quello politico e istituzionale. Per trent’anni questo assetto ha contribuito a impedire un ritorno al conflitto armato, senza però cancellare le divisioni politiche emerse dalla guerra, che hanno continuato a essere gestite attraverso le istituzioni. Questa caratteristica rende il caso Mladić rilevante per la sicurezza regionale, poiché una frattura legata al passato può ancora inserirsi in un sistema in cui Sarajevo e Banja Luka rimangono strettamente collegate, mentre la Republika Srpska mantiene relazioni speciali e parallele con la Serbia, come previsto dal quadro di Dayton. Il problema non risiede nell’esistenza di tali relazioni, ma nel fatto che esse rendono più permeabile il confine tra dinamiche interne bosniache e relazioni regionali.

Le reazioni alla morte di Mladić si sono inserite in un intreccio politico tra Sarajevo, Banja Luka e Belgrado già presente prima della sua scomparsa. Le tensioni emerse negli ultimi anni mostrano infatti che il sistema continua a essere sottoposto a pressioni legate al rapporto tra le entità e le istituzioni centrali: nel 2025, ad esempio, l’Assemblea della Republika Srpska ha adottato diverse leggi giudicate incompatibili con l’ordine costituzionale bosniaco, successivamente annullate dalla Corte costituzionale. Anche la retorica secessionista è rimasta presente nel discorso politico della Republika Srpska, ma sarebbe fuorviante leggere questi elementi come prova di un ritorno imminente alla guerra, in quanto mostrano piuttosto come fratture politiche già esistenti possano produrre instabilità istituzionale e, attraverso il rapporto con Belgrado, acquisire una dimensione regionale. Il funerale di Mladić si inserisce, di conseguenza, in una tensione già presente, rendendo evidente quanto il passato della guerra possa ancora sovrapporsi alle divisioni politiche contemporanee.

La distinzione tra tensione politica ed escalation militare è essenziale per valutare lo stato attuale della sicurezza. Nel maggio 2026 Christian Schmidt, allora Alto Rappresentante per la Bosnia-Erzegovina, incaricato di vigilare sull’attuazione civile degli accordi di Dayton, ha definito la situazione nel Paese “stabile ma fragile”, sottolineando come le principali controversie continuassero a svilupparsi nella sfera politica pur incidendo sul funzionamento delle istituzioni. È una definizione che restituisce efficacemente la condizione della Bosnia post-Dayton: il conflitto non è tornato, ma le cause di instabilità non sono scomparse e continuano a richiedere meccanismi capaci di impedirne l’escalation. La morte di Mladić, proprio perché ha generato attrito diplomatico senza produrre una crisi di sicurezza, rende visibile questa apparente contraddizione tra persistenza delle fratture e capacità del sistema di contenerle.

A questa capacità di contenimento contribuisce ancora un impegno internazionale significativo. Ne fanno parte EUFOR Althea, la missione militare dell’Unione europea in Bosnia-Erzegovina incaricata di contribuire alla sicurezza e alla stabilità del Paese, e la NATO, che mantiene un quartier generale a Sarajevo e considera i Balcani occidentali una regione di importanza strategica. Il permanere di queste garanzie mostra quindi che la stabilità bosniaca non dipende soltanto dagli equilibri tra gli attori interni: trent’anni dopo Dayton, essa continua a poggiare anche su una cornice internazionale predisposta a intervenire qualora le tensioni politiche dovessero assumere una dimensione più pericolosa.

La stessa Unione europea, tuttavia, opera anche su un piano diverso da quello militare. Dopo il funerale di Mladić, Ursula von der Leyen e António Costa hanno criticato gli elementi di sostegno ufficiale alla cerimonia e la presenza di alti funzionari serbi, collegando esplicitamente l’episodio al percorso della Serbia verso l’Unione. La vicenda è significativa perché mostra come le eredità delle guerre jugoslave non incidano soltanto sui rapporti tra Serbia e Bosnia-Erzegovina, ma entrino anche nelle relazioni tra Belgrado e Bruxelles. In questo senso, alla funzione di stabilizzazione svolta attraverso EUFOR si affianca la leva politica dell’allargamento, che consente all’Unione di collegare il comportamento degli attori regionali al loro rapporto con le istituzioni europee.

In definitiva, le reazioni alla morte di Ratko Mladić mostrano come le eredità delle guerre jugoslave continuino a incidere sui rapporti tra Serbia, Republika Srpska e Bosnia-Erzegovina, producendo tensioni politiche e diplomatiche anche trent’anni dopo Dayton. Il quadro che emerge, tuttavia, non è quello di un ritorno imminente al conflitto, poiché queste tensioni continuano a svilupparsi prevalentemente nella sfera politica, all’interno di un sistema ancora sostenuto da garanzie internazionali. La stabilità regionale non coincide quindi con la scomparsa delle fratture lasciate dalle guerre jugoslave, ma con la capacità di contenerle e impedirne l’escalation. È qui che il caso Mladić assume rilevanza: più che rappresentare una nuova minaccia, la sua morte e le reazioni che ha provocato rendono visibile la fragilità ancora presente nell’ordine post-Dayton.


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Tommaso Ravizza

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