«Ci prendevano di notte, una dopo l’altra. Non c’era scampo. Ci dicevano che se avessimo urlato ci avrebbero ucciso. Ogni volta sentivo la mia dignità spezzarsi, e insieme a me cadeva la mia comunità». Questa è la testimonianza di una sopravvissuta, che racconta di come, durante l’occupazione serba, lei e altre donne musulmane venissero ripetutamente violentate dai soldati. La violenza non era casuale: era sistematica, pianificata, e mirava a distruggere non solo le donne che la subivano, ma l’intera comunità a cui appartenevano.
Lo stupro etnico come arma da guerra
Lo stupro etnico è una forma di violenza sessuale, che viene usata sistematicamente contro persone appartenenti ad uno specifico gruppo etnico o religioso, donne e uomini, con l’intento di terrorizzare, umiliare o distruggere la comunità a cui appartengono. Non si tratta né di un crimine isolato né di aggressioni individuali, tantomeno di un effetto collaterale della guerra, ma di un atto pianificato e mirato.
Il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia (TPIJ) ha definito questo crimine come l’insieme di stupri, forme di schiavitù sessuale, gravidanze forzate e altri atti di violenza sessuale commessi come parte di un attacco generalizzato e sistematico contro la popolazione civile. Per le Nazioni Unite, tali pratiche costituiscono un crimine contro l’umanità, in quanto minano la sopravvivenza stessa delle comunità, generando paura, esilio forzato e rottura dei legami sociali.
Il ricorso a questo strumento nelle guerre risponde a obiettivi precisi: creare terrore diffuso e costringere la popolazione a fuggire; distruggere la coesione sociale, facendo leva sullo stigma e sul silenzio che spesso circondano le violenze sessuali; alterare la composizione demografica di un territorio attraverso gravidanze forzate o impedendo la continuità familiare; umiliare il gruppo nemico, colpendo in particolare le donne, considerate custodi della cultura e del futuro della comunità.
Il caso della Bosnia-Erzegovina
Nel 1992, dopo la dissoluzione della Jugoslavia, la Bosnia dichiarò la propria indipendenza, ma questa scelta fu rigettata dai leader serbo-bosniaci che, sostenuti da Belgrado, scatenarono una guerra etnica conclusa nel 1995 e caratterizzata da assedi, massacri, e campagne di pulizia etnica. Le forze serbo-bosniache condussero attacchi mirati contro i villaggi abitati dai bosgnacchi (musulmani) e dai croati, uccidendo uomini e anziani e deportando le donne, le quali dopo essere state rapite venivano internate in campi di detenzione, spesso allestiti in scuole, caserme o edifici civili, nei quali la violenza sessuale era parte integrante della strategia di guerra.
Le testimonianze delle sopravvissute trasmettono la brutalità di quegli abusi e il clima di terrore in cui vivevano le donne:
“Mi violentavano ogni giorno. Indossavano passamontagna e mi chiedevano se riuscivo a riconoscere chi mi stava sopra.
”
- Elma
Questa è la testimonianza di Elma, portata in un campo di stupro mentre era incinta e che a seguito delle violenze perse il bambino.
“Mi portarono a vestire una donna che non poteva muoversi e poi mi ordinarono di salire di sopra con un soldato. Mi insultò, mi disse di spogliarmi.
”
- Mirisada Tursunović, sopravvisuta del campo di Caparde
“Ho subito tutte le possibili forme di trauma. Mi è stato puntato contro un fucile tre volte.
”
- Adila Suljević
“In una palestra nel centro di Foča, con circa cento altre donne e ragazze, ci violentavano ogni notte. Ci trattavano come bestiame, dicevano: “Tu, tu e tu...” ed eravamo costrette ad andare.
”
- "Witness 99", Tribunale dell'Aja
Secondo il Comitato ONU per l’eliminazione della discriminazione contro le donne (CEDAW), fra le 12.000 e le 50.000 donne furono stuprate durante il conflitto in Bosnia. Non si trattò dunque di episodi sporadici, bensì di una politica organizzata: colpire le donne significava colpire l’intera comunità, cancellandone dignità e senso di appartenenza.
Le reazioni della comunità internazionale
La brutalità degli stupri etnici in Bosnia non rimase nell’ombra. Per la prima volta, la comunità internazionale fu costretta ad affrontare la violenza sessuale come un crimine non più accessorio, ma centrale nei conflitti armati. Già nel 1993 Amnesty International scriveva: «La comunità internazionale deve riconoscere che lo stupro in tempo di guerra non è un effetto collaterale, ma un’arma deliberata di persecuzione etnica». Nello stesso anno, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU istituì il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia (TPIJ), che nelle sue sentenze segnò una svolta storica. Il processo di Foča del 2001 fu il primo in cui lo stupro venne condannato non come atto individuale, ma come crimine contro l’umanità. I giudici scrissero chiaramente: «La violenza sessuale non fu casuale: fu usata come strumento di guerra per terrorizzare e sradicare la popolazione musulmana bosniaca». Le condanne giudiziarie e i rapporti delle Nazioni Unite segnarono un punto di non ritorno: da allora, lo stupro etnico fu riconosciuto nel diritto internazionale come un crimine di guerra, un crimine contro l’umanità e, in alcune circostanze, come atto di genocidio.
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