A cura del Dott. Pierpaolo Piras, studioso di Geopolitica e componente del Comitato per lo Sviluppo di Mondo Internazionale APS
Il futuro dei legami tra Stati Uniti e UE rimane ancora più incerto dopo l’elezione di Trump alla presidenza degli USA. In questa situazione l'Europa deve essere pronta eventualmente a farsi interamente carico della propria difesa e sicurezza.
Gli stati europei ricordano ancora i quattro anni della sua passata presidenza: tra il 2017 e il 2021, allorché Trump accusava costantemente l'Europa, in particolare la Germania. Ha attaccato la NATO e ha apertamente criticato questa sorta di “soft power” dell'UE e i suoi valori in crisi.
Nelle sue dichiarazioni preferiva di gran lunga i leader che difendevano i principi conservatori, che erano contrari all'immigrazione irregolare e che difendevano la sovranità nazionale. Non a caso , l'ungherese Viktor Orbán era e continua ad essere uno dei suoi grandi fan.
Ad oggi, i sondaggi sull’esito delle prossime elezioni statunitensi rimane poco definito: ancora una volta, indipendentemente dall'esito, gli europei sono impreparati per i cambiamenti tettonici che avranno luogo negli Stati Uniti. Su tali argomenti di base i leader europei hanno avuto da Trump molti avvertimenti sullo squilibrio esistente nelle relazioni transatlantiche.
Trump ha amplificato ciò che le precedenti amministrazioni avevano detto all'Europa: deve smettere di dare per scontato l'ombrello (e con il relativo costo) offerto dalla sicurezza americana. Deve spendere di più per la propria difesa e prendere maggiormente sul serio la propria sicurezza. Deve smettere di cavalcare più o meno gratuitamente il suo grande alleato transatlantico e deve far corrispondere la sua forza economica alla sua elevata (in teoria) ambizione politica.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha capito questi messaggi.
Più e più volte, questi ha ricordato agli europei di prepararsi per "il giorno dopo".
Con queste frasi Macron non voleva essere di certo apocalittico: anch’egli nei suoi recenti discorsi e interviste, ha messo in guardia sulla concreta vulnerabilità dell'Europa in termini di valori, assetto democratico-economico e dell’Europa stessa come idea storica e virtuosa socialmente.
Il suo messaggio implicito era che l'Europa doveva difendersi dalle minacce interne ed esterne e dai partiti politici che tentano di sfidare, minandola, l'architettura essenziale dell'UE.
Nessun altro leader europeo è stato altrettanto schietto e lucido relativamente alle debolezze dell'Europa e a come stesse camminando come una sonnambula verso una crisi senza precedenti, piuttosto che proteggere ciò che il vecchio continente – come parte essenziale dell'Occidente – rappresenta. L'Occidente è radicato nell’esercizio della democrazia, nelle libere elezioni, nella libertà dei media, nello Stato di diritto, nell'indipendenza della magistratura e nel sistema della responsabilità statuale e individuale.
Dunque, si tratta di una prospettiva e di un sistema politico che si pongono in maniera del tutto contraria a qualunque sistema autoritario. Insomma, come quadri in una galleria d'arte, questi valori sono belli da vedere, ma sempre più difficili da mantenere lucidi e privi di polvere. Ma, è proprio questo sistema politico che, nonostante le sue imperfezioni, continua ad affascinare e ad essere invidiato ed imitato in tutto il mondo.
Se non fosse attraente come sistema, perché le persone in tutto il mondo dovrebbero protestare per i diritti umani e civili ?
E’ semplice, perché questi ultimi hanno un valore universale. Non sono indigesti intrugli occidentali come sostengono accesamente i suoi oppositori. Tuttavia hanno necessità di essere strenuamente difesi e promulgati con orgoglio e azioni virtuose. Difendere ciò che l'Europa e l'Occidente rappresentano è collegato a ciò che sta accadendo verso gli Stati Uniti.
La leadership degli USA è messa in discussione dalla Cina, la Federazione Russa e in maniera più accesa nel Medio Oriente, specie dall’Iran.
E Israele ?
La guerra di Israele contro Hamas non si limita alla sola Gaza. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha a lungo considerato l'Iran come la più grande minaccia per il suo paese. La sua decisione di bombardare obiettivi Houthi sostenuti dall'Iran nello Yemen del Nord segnala le implicazioni regionali ben più ampie di questo teatro bellico.
Contenere tale conflitto richiede l’esercizio della propria leadership degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita in Medio Oriente. Per il momento è inutile contare sull'Unione Europea la quale attualmente è ridotta all’umiliante ruolo di semplice spettatore passivo su quanto accade nella regione. Invece, i dipartimenti di Stato e della Difesa degli Stati Uniti dovranno obbligatoriamente mediare anche se il paese sarà completamente preoccupato per le questioni interne.
Con una lente diversa, la sconfitta dei democratici dalla corsa presidenziale USA racchiude un ulteriore elemento relativo al tema della vulnerabilità dell'Europa.
Biden è stato l'ultimo presidente degli Stati Uniti caratterizzato da una forte convinzione atlantista. La sua carriera, la sua lunga e vasta esperienza in politica estera e la sua ragguardevole età lo hanno reso un atlantista che credeva nella forza e immutabilità dei legami correnti tra gli Stati Uniti e l'Europa.
La generazione attuale, più giovane di lui, non ha la stessa memoria istituzionale o la forza di quei forti legami con l'Europa.
Questi obblighi – esemplificati dopo il 1945 dalla creazione di apposite istituzioni multilaterali guidate dagli Stati Uniti come la NATO, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, le Nazioni Unite e tutti i suoi organismi sussidiari – sono oggi in condizioni più precarie.
Le epoche post-1945 e post-Guerra Fredda durante i quali gli interessi dell'Occidente hanno prevalso, oggi attraversano un momento di maggiore incertezza.
L'Europa non è preparata abbastanza a questa mutata situazione e né l'Europa né gli Stati Uniti stanno modernizzando queste istituzioni.
E la Cina, sostenuta (incertamente) dalla Russia, sta cercando intenzionalmente di rimodellarli e possibilmente sostituirsi ad essi.
È difficile capire come l'Europa possa rispondere.
La (rinnovata) Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, vuole e persegue che l'UE abbia un unico capo della difesa e una politica comune di spesa collettiva uniformata alle minacce e alle necessità materiali e strategiche necessarie per assicurare la sicurezza continentale.
Per lei, la guerra della Russia contro l'Ucraina dimostra perché tali istanze siano fortemente necessarie. Tuttavia, non tutti gli Stati membri hanno le medesime convinzioni. La difesa rimane una questione nazionale e sovrana.
Alcuni Stati membri vorrebbero che l'Unione Europea eliminasse l'unanimità nelle votazioni e il diritto di veto, specie sulle questioni di politica internazionale. In altre parole, sognano un'Europa più integrata, magari con il motto "Unus pro omnibus, omnes pro uno" (Uno per tutti, tutti per uno). Ma i ventisette Stati membri dell'UE non riescono a trovare un punto d'accordo sulla direzione da prendere: alcuni puntano a una maggiore integrazione politica ed economica, mentre altri preferirebbero recuperare più sovranità nazionale, anche se ciò significa compromettere la capacità dell'Europa di essere pronta per il "dopodomani".
Con gli Stati Uniti alla guida di Donald Trump, l'Europa ha un'opportunità d'oro per prendere saldamente le proprie redini. Ma, ahimè, come dice il proverbio latino, "Vulpes pilum mutat, non mores" (La volpe cambia il pelo, ma non i suoi vizi). A parte un presidente Macron seriamente indebolito dopo l’ultima e deludente tornata elettorale in Francia, i leader europei, specialmente in Germania, sembrano mancare del coraggio necessario per fare ciò che è indispensabile. In una scena quasi comica, i vari capi di stato si muovono come marionette, tirati da fili invisibili, incapaci di prendere decisioni concrete. "Quo vadis, Europa?" Insomma, dove vai, Europa? Ci si chiede. E quindi, l'Europa rimarrà probabilmente impantanata nelle sue indecisioni, mentre il mondo continua a girare intorno. "Tempus fugit" , ma l'Europa sembra essere rimasta ferma al palo, come se fosse intrappolata in un incantesimo di immobilismo perpetuo.
In questo scenario surreale, la proverbiale "vulpes" (volpe) potrebbe cambiare il pelo ma non i suoi vizi, e l'Europa rischia di rimanere bloccata in un limbo di promesse non mantenute e di riforme mai attuate. E pertanto anche di delusioni. "Carpe diem" sembra essere un motto dimenticato dai leader europei, che preferiscono procrastinare piuttosto che agire. Un vero e proprio "deus ex machina" sarebbe necessario per salvare questa tragicommedia continentale.
Ci penserà Giorgia Meloni…?!
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Redazione
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