“La risoluzione non è diretta contro nessuno. Non contro la Serbia, un membro stimato di questa Organizzazione. Se mai, è diretta contro gli autori del genocidio.
”
- Antje Leendertse, Ambasciatore e Rappresentante permanente della Germania presso le Nazioni Unite
La risoluzione approvata il 23 maggio, alla cui stesura hanno partecipato diversi Paesi dell’ONU, è stata elaborata su iniziativa della Germania e del Ruanda.
Si tratta del secondo tentativo di approvare una risoluzione sul genocidio di Srebrenica. Il primo tentativo risale infatti al 2015, fallito però a causa del veto posto dalla Russia, storico alleato di Belgrado, nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU.
Alla risoluzione, sostenuta da tutte le maggiori potenze occidentali, si è opposta la Serbia, sostenendo che il vero obiettivo della decisione sia quello di far ricadere sui serbi lo stigma di “popolo genocida”. Belgrado respinge così l'accusa, ritenendo che a Srebrenica furono commessi crimini efferati anche ai danni dei serbi; e che in nessun caso si possa parlare di genocidio a carico della popolazione bosniaca musulmana, come invece accertato dalla giustizia internazionale. Nel luglio del 1995, a Srebrenica e nei villaggi circostanti, furono uccisi oltre ottomila civili musulmani ad opera delle truppe serbo-bosniache di Ratko Mladic, sfollate migliaia di persone e distrutte intere comunità.
L’ONU istituisce inoltre l’11 luglio come Giornata internazionale di riflessione per il genocidio di Srebrenica. Nel testo, si condanna la negazione del genocidio e l’esaltazione dei criminali di guerra: si invitano perciò i 193 Stati membri dell’ONU a preservare la verità accertata – anche attraverso i loro sistemi educativi –, per prevenire il revisionismo ed evitare così futuri genocidi.
Il massacro di Srebrenica
Nel luglio 1995, forze serbo-bosniache invasero Srebrenica precedentemente dichiarata zona sicura dal Consiglio di Sicurezza ONU. Qui, l'esercito della Republika Srpska uccise brutalmente 8.372 uomini e ragazzi, espellendo oltre ventimila persone dalla città. L'uccisione dei musulmani bosniaci a Srebrenica – uno dei capitoli più oscuri della guerra scoppiata dopo la dissoluzione dell’ex Jugoslavia –, è stata riconosciuta come un atto di genocidio dalla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) e dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia.
Balcani occidentali, questione irrisolta
In una terra ancora intrappolata “nel vortice del revisionismo storico”, i rischi più concreti sono rappresentati dalla negazione del genocidio e dal secessionismo: entrambi rientrano in una più ampia strategia volta ad alterare il futuro della regione ex jugoslava.
L’obiettivo sarebbe cancellare la responsabilità storica e capovolgere la narrazione sul passato.
Pronunciata a quasi trent'anni dal massacro, la decisione delle Nazioni Unite mira a stabilizzare la regione e a “promuovere l’unità nella diversità” della Bosnia Erzegovina: si spera offrirà un’occasione per avviare nuovi processi di riconciliazione e catarsi.
Non bisogna però sottovalutare il potere degli etnonazionalisti e la loro capacità di provocare conflitti armati: scenario nel quale verrebbero mobilitate le unità speciali di polizia, addestrate in Russia; oppure formazioni paramilitari, come quelle in azione in Kosovo.
Responsabilità collettiva dei serbi?
Le reazioni in Serbia
Le reazioni in Serbia
Opponendosi alla risoluzione su Srebrenica e all’adesione del Kosovo al Consiglio d’Europa, il Presidente serbo Aleksandar Vučić persegue un obiettivo politico (e propagandistico) preciso: quello di corteggiare la destra e silenziare l’opposizione per le prossime elezioni amministrative di giugno; nonché quello di presentarsi al suo elettorato come principale “protettore del popolo serbo”. Secondo Vučić, la pronuncia servirà a far aumentare le divisioni nei Balcani, anziché promuovere la riconciliazione.
La risoluzione ONU trova però fondamento non solo nelle sentenze del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia, ma anche in quelle della Corte della Bosnia Erzegovina. Le sentenze hanno stabilito che il genocidio fu commesso dai membri dell’Esercito e del Ministero dell’Interno della Republika Srpska e da alcune unità paramilitari, tra cui la formazione serba “Škorpioni”. Da ultimo, la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che la Serbia, pur non essendo direttamente responsabile del genocidio di Srebrenica, è responsabile di non averlo impedito.
Sia in Serbia che nella Republika Srpska, però, i processi contro i criminali di guerra stanno andando a rilento (con oltre 1.700 casi in cui le indagini non sono mai iniziate), e persone condannate per crimini di guerra continuano a ricoprire cariche pubbliche e a godere di visibilità. Nella ricerca di giustizia, verità e garanzie di non ripetizione, resta la responsabilità dei leader politici della regione a impegnarsi in un dialogo costruttivo per creare società pacifiche “dove le persone possano vivere in sicurezza e libertà, senza discriminazioni o paura di conflitti e violenze”. Aspirazioni purtroppo non supportate dalla incendiaria realtà della “polveriera balcanica”.
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L'Autore
Giuliana Băruș
Studi in Giurisprudenza e Diritto Internazionale a Trieste.
Oltre che di Diritto (e di diritti), appassionata di geopolitica, giornalismo – quello lento, narrativo, che racconta storie ed esplora mondi – fotoreportage, musica underground e cinema indipendente.
Da sempre “permanently dislocated – un voyageur sur la terre” – abita i confini, fisici e metaforici, quelle patrie elettive di chi si sente a casa solo nell'intersezionalità di sovrapposizioni identitarie: la realtà in divenire si vede meglio agli estremi che dal centro. Viaggiare per scrivere – soprattutto di migrazioni, conflitti e diritti – e scrivere per viaggiare, alla ricerca di geografie interiori per esplorarne l’ambiguità e i punti d’ombra creati dalla luce.
Nel 2023, ha viaggiato e vissuto in quattro paesi diversi: Romania, sua terra d'origine, Albania, Georgia e Turchia.
Affascinata, quindi, dallo spazio post-sovietico dell'Europa centro-orientale; dalla cultura millenaria del Mediterraneo; e dalle sfaccettate complessità del Medio Oriente.
In Mondo Internazionale Post è autrice per la sezione “Organizzazioni Internazionali”.
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