L’ombra della pace sulla guerra ucraina: Washington, Mosca e Kiev al tavolo

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  Luca Baldazzi
  27 gennaio 2026
  4 minuti, 25 secondi

Nel gennaio 2026 la diplomazia internazionale torna a muoversi attorno al conflitto ucraino, mentre la guerra entra nel suo quarto anno e il sistema di sicurezza globale appare sempre più fragile e frammentato. La notizia che Stati Uniti, Ucraina e Russia si incontreranno ad Abu Dhabi per colloqui trilaterali rappresenta un evento senza precedenti dall’inizio dell’invasione russa del febbraio 2022 e segnala un cambio di passo, almeno sul piano formale, nella gestione del conflitto. Secondo fonti diplomatiche, l’apertura di questo canale negoziale è stata resa possibile da una serie di contatti riservati, culminati in un incontro notturno al Cremlino, tra il presidente russo Vladimir Putin e due emissari chiave dell’amministrazione statunitense, Steve Witkoff e Jared Kushner, inviati personali del presidente Donald Trump. Mosca ha descritto il colloquio come “utile e costruttivo”, confermando la disponibilità a partecipare a discussioni di sicurezza in formato trilaterale negli Emirati Arabi Uniti, un contesto ritenuto neutrale e già sperimentato in precedenti mediazioni regionali. L’iniziativa arriva in un momento di stallo militare relativo sul terreno, ma anche di crescente pressione interna su tutte le parti coinvolte, con l’Ucraina alle prese con una grave crisi energetica e umanitaria dovuta agli attacchi russi alle infrastrutture civili e la Russia sottoposta a un regime sanzionatorio che, pur non avendo piegato la sua economia, ne limita le prospettive di crescita a lungo termine.

I nodi sul tavolo restano tuttavia profondi e strutturali, a partire dalla questione territoriale: il Cremlino continua a pretendere il riconoscimento de facto del controllo russo su ampie porzioni delle regioni orientali ucraine e la rinuncia di Kiev a qualsiasi tentativo di recuperarle con la forza, mentre l’Ucraina considera inaccettabile qualsiasi accordo che sancisca la perdita permanente di territori sovrani. A questo si aggiunge il tema centrale delle garanzie di sicurezza, con Mosca che insiste su una neutralità ucraina formalizzata e sull’esclusione dell’ingresso di Kiev nella NATO, una richiesta che tocca il cuore della strategia di sicurezza ucraina e che il presidente Volodymyr Zelenskyj ha più volte definito una linea rossa. Intervenendo a margine del World Economic Forum di Davos, Zelenskyj ha dichiarato che alcune proposte di pace sono ormai “quasi pronte”, ma ha ammesso che la definizione dei confini e delle garanzie internazionali rimane il punto più difficile, sottolineando al contempo una certa frustrazione nei confronti degli alleati europei, accusati di eccessiva prudenza e di dipendere ancora in modo sproporzionato dalla leadership statunitense. Proprio Washington gioca in questa fase un ruolo determinante, con Donald Trump che ha rivendicato la propria capacità di “fare accordi” e ha esercitato una pressione pubblica sia su Putin sia su Zelenskyj affinché accettino compromessi, arrivando a definire “irrazionale” il rifiuto di una soluzione negoziata. Dietro le quinte, l’amministrazione statunitense sta lavorando a bozze di accordo che includerebbero elementi controversi come una moratoria sull’allargamento della NATO, meccanismi di sicurezza multilaterali alternativi e l’utilizzo parziale di asset russi congelati per finanziare la ricostruzione ucraina, proposte che incontrano resistenze sia a Kiev sia in diverse capitali europee. Sullo sfondo di questi tentativi diplomatici, la guerra continua a produrre effetti devastanti sulla popolazione civile ucraina, con milioni di persone esposte a blackout prolungati, temperature rigide e un sistema economico fortemente dipendente dall’assistenza internazionale, una situazione che aumenta l’urgenza di una soluzione ma al tempo stesso riduce il margine negoziale del governo di Kiev.

Parallelamente, le trattative di Abu Dhabi si inseriscono in un contesto geopolitico più ampio segnato da nuove tensioni tra Stati Uniti ed Europa, in particolare attorno alla sicurezza dell’Artico e alla questione della Groenlandia, tornata al centro del dibattito dopo dichiarazioni dell’amministrazione Trump che hanno riacceso timori su un approccio unilaterale americano nella regione. Le reazioni di Danimarca, Unione Europea e NATO hanno evidenziato un inedito livello di coordinamento europeo, con l’obiettivo di riaffermare il principio di sovranità territoriale e rafforzare la cooperazione strategica nel Nord, anche in funzione di contenimento dell’influenza russa e cinese. Questo intreccio tra il dossier ucraino e le nuove frizioni transatlantiche mostra come il conflitto non sia più soltanto una guerra regionale, ma un elemento strutturale di ridefinizione degli equilibri globali, in cui si sovrappongono sicurezza europea, competizione tra grandi potenze e crisi della governance multilaterale. I colloqui di Abu Dhabi, pur caricati di un forte valore simbolico, restano quindi un passaggio preliminare, fragile e carico di incognite, più indicativo della volontà delle parti di testare nuove opzioni che di una reale svolta imminente. La possibilità di una pace negoziata dipenderà dalla capacità di conciliare esigenze di sicurezza inconciliabili, dal grado di pressione politica interna su leader come Putin, Zelenskyj e Trump e dalla tenuta dell’unità occidentale in un momento in cui le crisi globali si moltiplicano e il sistema internazionale appare sempre più privo di punti di riferimento stabili. In questo scenario, la diplomazia torna a essere centrale, ma resta sospesa tra la necessità di fermare una guerra logorante e il rischio di sancire nuovi equilibri di forza destinati a produrre instabilità nel lungo periodo.

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Luca Baldazzi

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