L’UE alza le difese sull’industria: stretta sugli investimenti cinesi e nuova spinta alla competitività

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  Tiziano Sini
  12 settembre 2026
  2 minuti, 48 secondi

L’Unione europea accelera sulla costruzione di una propria politica industriale strategica, con l’obiettivo di rafforzare la competitività delle imprese europee e ridurre le dipendenze da Paesi terzi. Al centro del dibattito c’è l’Industrial Accelerator Act (IAA), la proposta presentata dalla Commissione europea lo scorso marzo per sostenere la capacità industriale e la decarbonizzazione nei settori strategici[1].

La discussione assume ora una dimensione particolarmente rilevante nei rapporti con la Cina. I relatori del Parlamento europeo hanno infatti proposto di irrigidire le condizioni per gli investimenti esteri diretti nei comparti in cui Pechino detiene una posizione dominante a livello globale, come veicoli elettrici, batterie, pannelli solari e materie prime critiche. La soglia per sottoporre gli investimenti a controlli verrebbe abbassata da 100 a 50 milioni di euro.

Per gli investitori provenienti da Paesi che detengono oltre il 40% del mercato globale di un determinato settore, il Parlamento propone inoltre condizioni particolarmente stringenti: una partecipazione massima del 49%, l'obbligo di creare una joint venture con un partner europeo, il trasferimento tecnologico e l'impiego nell’UE di almeno il 60% della forza lavoro. A queste condizioni si aggiungono l’obbligo di destinare almeno l’1% dei ricavi alla ricerca e sviluppo in Europa e di acquistare almeno il 30% dei componenti manifatturieri da fornitori dell’Unione.

La proposta parlamentare amplia inoltre il perimetro dell’intervento a comparti come energia eolica, elettrolizzatori e pompe di calore, mentre introduce criteri più rigorosi per l’accesso ai bandi pubblici e ai programmi di sostegno. L’obiettivo è privilegiare i prodotti realizzati nell’Unione e subordinare l’eventuale apertura a Paesi terzi a condizioni di reciprocità[2].

L’IAA rappresenta, in questo quadro, molto più di uno strumento difensivo. La Commissione punta infatti a rafforzare la base industriale europea, accelerare la transizione verso produzioni a basse emissioni e favorire la nascita di mercati guida per tecnologie e prodotti sostenibili. Particolare attenzione è rivolta a settori come acciaio, alluminio, cemento, batterie, solare e chimica sostenibile.

La partita riguarda anche l’Italia, che potrebbe beneficiare di un quadro europeo capace di valorizzare produzioni industriali a minore intensità emissiva. È il caso, ad esempio, della siderurgia nazionale, dove una quota molto elevata dell’acciaio viene prodotta attraverso forni elettrici alimentati da rottame. L’adozione di criteri europei che premino la sostenibilità potrebbe quindi rafforzare la posizione competitiva delle imprese italiane.

Resta tuttavia il nodo delle risorse finanziarie. Per competere con Stati Uniti e Cina, l’Europa dovrà accompagnare le nuove regole con investimenti adeguati. Secondo le prime analisi, le risorse attualmente previste appaiono ancora limitate rispetto alla dimensione della sfida[3].

La stretta sugli investimenti cinesi segna dunque un possibile cambio di paradigma: dalla tradizionale apertura del mercato unico a una politica orientata alla sovranità tecnologica, alla sicurezza delle catene di approvvigionamento e all'autonomia strategica. Il testo dovrà ora essere votato dal Parlamento europeo e successivamente negoziato con gli Stati membri. Sullo sfondo, il messaggio a Pechino è chiaro: l’Europa intende difendere il proprio mercato, ma soprattutto tornare a costruire capacità industriale dentro i propri confini.

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Tiziano Sini

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