La crescita dell'intelligenza artificiale sta aumentando la domanda di infrastrutture digitali e, con essa, quella di energia e acqua. La Commissione europea prepara un sistema comune di rating per rendere misurabile l'impatto dei data center.
Ogni richiesta inviata a un modello di intelligenza artificiale, ogni video in streaming, ogni transazione digitale o servizio cloud passa attraverso un'infrastruttura fisica. Dietro la dimensione apparentemente immateriale dell'economia digitale, ci sono edifici, server, sistemi di raffreddamento, apparecchiature di rete e impianti elettrici progettati per funzionare continuamente.
Sono i data center , infrastrutture ormai essenziali per l'economia digitale e per lo sviluppo di tecnologie come cloud computing, 5G, Internet of Things e intelligenza artificiale. Il loro funzionamento richiede, però, quantità rilevanti di energia e, in alcuni sistemi di raffreddamento, di acqua. La crescita della capacità di calcolo sta quindi portando una questione finora prevalentemente tecnica dentro il dibattito sulla politica energetica europea.
Secondo la Commissione europea, entro il 2030 i data center potrebbero arrivare a rappresentare oltre il 3% della domanda complessiva di elettricità dell’UE . Allo stesso tempo, l'Unione punta a rafforzare la propria capacità di calcolo e le infrastrutture digitali considerate strategiche per la competitività e la sovranità tecnologica europea. La questione diventa quindi come conciliare l'espansione dell'economia digitale con la disponibilità di energia, acqua e infrastrutture.
È su questo terreno che si inserisce il nuovo intervento della Commissione: rendere le prestazioni ambientali dei data center più misurabili, comparabili e trasparenti.
Dal monitoraggio al rating europeo
Il nuovo sistema di rating rappresenta l'evoluzione di un percorso già avviato dall'Unione. La Direttiva sull'efficienza energetica ha introdotto obblighi di raccolta e comunicazione di dati relativi alle prestazioni energetiche e alla sostenibilità dei data center. Nel 2024, la Commissione ha inoltre istituito un database europeo e definito indicatori e metodologie comuni di misurazione.
Il passaggio successivo consiste nell'utilizzare queste informazioni per costruire un sistema europeo di valutazione.
La proposta della Commissione riguarda i data center con una domanda di potenza informatica installata pari o superiore a 500 kW. Per le strutture al di sotto di questa soglia, la partecipazione potrà invece essere volontaria. Il rating dovrebbe essere generato automaticamente dal database europeo sulla base dei dati comunicati dagli operatori e aggiornato ogni anno. Le prime etichette dovrebbero essere emesse dal 15 agosto 2027 , una volta completato l'iter di esame del regolamento delegato da parte di Parlamento europeo e Consiglio.
Il sistema non sarà però un semplice “bollino verde”. La proposta prevede una scheda di trasparenza ambientale che utilizzerà, per alcuni indicatori, una scala dalla A alla G e affiancherà alla valutazione informazioni quantitative e qualitative sul funzionamento delle strutture.
Tra gli indicatori figura il Power Usage Effectiveness (PUE), che misura l'efficienza energetica dell'infrastruttura, insieme al Water Usage Effectiveness (WUE) , relativo all'utilizzo dell'acqua. La scheda dovrebbe inoltre riportare le fonti energetiche impiegate, comprese le rinnovabili prodotte in loco, i contratti di acquisto di energia rinnovabile, le garanzie di origine e l'energia nucleare.
Sarà considerata anche la partecipazione del data center alla flessibilità della rete e la capacità di recuperare il calore prodotto dai server.
Cos'è il PUE?
Il Power Usage Effectiveness misura quanta energia viene consumata complessivamente da un data center rispetto a quella utilizzata direttamente dalle apparecchiature informatiche. Più il valore si avvicina a 1, maggiore è l'efficienza dell'infrastruttura.
Quando l'efficienza diventa una questione territoriale
Misurare l'efficienza di un data center significa però guardare oltre il singolo edificio. I sistemi di calcolo avanzati richiedono infrastrutture ad alta capacità e sistemi di raffreddamento adeguati, mentre la continuità operativa impone sistemi di alimentazione e backup estremamente affidabili. In alcune strutture possono essere necessarie anche sottostazioni elettriche dedicate.
La domanda, quindi, non riguarda soltanto quanta energia consuma un data center, ma anche dove viene costruito, quale rete lo alimenta e come si inserisce nel sistema energetico locale.
Un rapporto realizzato dall'Università di Padova con il contributo di WWF Italia affronta proprio la crescita, presente e futura, della domanda elettrica dei data center in Italia, mettendola in relazione con la disponibilità di fonti rinnovabili e con altri fattori di sostenibilità, tra cui consumo di acqua, suolo ed emissioni.
È una questione particolarmente rilevante per l'Italia, che sta entrando nella nuova geografia europea dei data center. Secondo un'analisi pubblicata da CorCom , il Paese e altri Stati dell'Europa meridionale stanno attirando nuovi investimenti, mentre la disponibilità di potenza e di connessioni alla rete rappresenta una delle principali questioni infrastrutturali.
In questo scenario, emerge un elemento che rende complessa l'idea stessa di una metrica europea comune: le condizioni in cui i data center dovrebbero cambiare considerevolmente da un territorio all'altro .
Clima, disponibilità idrica, struttura della rete elettrica e presenza di infrastrutture per il teleriscaldamento possono essere molto diversi tra una regione e l'altra. Una stessa prestazione energetica o idrica può quindi assumere un significato differente a seconda del contesto nel quale viene ottenuta.
È una delle questioni emerse nel dibattito sul nuovo rating. Un'analisi di Latham & Watkins segnala le perplessità espresse da alcuni operatori sulla capacità degli indicatori di riflettere adeguatamente le differenze tra i diversi ambienti operativi, in particolare per quanto riguarda l'utilizzo dell'acqua. A tal proposito, la proposta europea prevede che ai dati siano associate informazioni di contesto relative alle condizioni climatiche nazionali.
L'obiettivo è quindi costruire criteri comuni senza ignorare le differenze territoriali.
Dall'acqua al calore: l'efficienza come economia circolare
La stessa logica riguarda il calore prodotto dai server. Il funzionamento continuo delle apparecchiature genera infatti calore che deve essere dissipato attraverso sistemi di raffreddamento. Recuperarlo e destinarlo al teleriscaldamento può trasformare un sottoprodotto dell'attività digitale in una risorsa.
La Commissione stima che, se fosse riutilizzata circa la metà del calore di scarto complessivamente prodotto dai data center europei, potrebbe essere soddisfatta una domanda di riscaldamento equivalente a quella di circa quattro milioni di abitazioni .
Anche in questo caso, tuttavia, l'efficienza dipende dal territorio. Per recuperare il calore servono infrastrutture capaci di trasportarlo e una domanda termica sufficiente. Un data center situato in una regione settentrionale, con una rete di teleriscaldamento sviluppata, presenta quindi condizioni molto diverse rispetto a uno collocato in un'area caratterizzata da temperatura più elevata e da una domanda di riscaldamento inferiore.
La sostenibilità di un'infrastruttura digitale diventa così una questione che coinvolge energia, acqua, reti e pianificazione territoriale.
Il problema dei data center che esistono già
Un ulteriore elemento riguarda la differenza tra le strutture nuove e quelle già operative.
I data center di nuova costruzione possono essere progettati integrando fin dall'inizio sistemi di raffreddamento, alimentazione e recupero energetico più efficienti. Adeguare le strutture esistenti può invece richiedere interventi più complessi.
Il retrofit può però rappresentare un'alternativa alla sostituzione integrale degli impianti. Oltre ai costi economici e tecnici di una nuova costruzione, infatti, occorre considerare anche il carbonio incorporato associato alla realizzazione di nuovi edifici e all'utilizzo dei materiali.
La questione dell'efficienza non coincide quindi necessariamente con quella della sostituzione: in alcuni casi, migliorare un'infrastruttura esistente può rappresentare una soluzione diversa dalla costruzione di un nuovo impianto.
Anche per questo la proposta europea prevede che il sistema di rating possa essere aggiornato nel tempo. È prevista una prima revisione entro la fine del 2028 e, successivamente, revisioni ogni tre anni, con la possibilità di introdurre ulteriori indicatori ambientali e aggiornare scale e soglie.
Dal rating agli standard minimi
La trasparenza, tuttavia, è soltanto il primo livello dell'intervento europeo.
Il 21 settembre 2026 la Commissione ha aperto una consultazione pubblica di dodici settimane sui possibili standard minimi di prestazione dei data center. La consultazione resterà aperta fino al 14 dicembre 2026 e contribuirà alla preparazione di una proposta legislativa prevista per il secondo trimestre del 2027.
È importante distinguere ciò che è già stato definito da ciò che è ancora in discussione. Le soglie definitive degli standard minimi non sono infatti ancora state stabilite.
L'obiettivo della consultazione è individuare requisiti capaci di migliorare le prestazioni del settore considerando diversi aspetti: consumo energetico, utilizzo dell'acqua, recupero del calore e integrazione con la rete.
Il percorso europeo si sviluppa quindi su due livelli distinti ma collegati: da un lato rendere visibili e comparabili le prestazioni dei data center, dall'altro valutare se e quali requisiti minimi rendono obbligatori.
La doppia transizione alla prova delle risorse
Il caso dei data center rende particolarmente evidente una delle questioni centrali della trasformazione europea: la transizione digitale e quella energetico-ambientale devono procedere nello stesso spazio fisico e dipendono, almeno in parte, dalle stesse risorse .
L'Unione considera l'espansione delle infrastrutture digitali importante per la propria competitività e sovranità tecnologica. Allo stesso tempo, la loro crescita può aumentare la domanda di elettricità e la pressione sulle risorse e sulle reti locali.
Il nuovo rating non risolve questo equilibrio e non è progettato per farlo. Il suo obiettivo immediato è più circoscritto: rendere misurabili e confrontabili prestazioni che finora sono rimaste prevalentemente all'interno della dimensione tecnica delle infrastrutture digitali.
È un passaggio rilevante anche sul piano della governance. Stabilire quali indicatori misurare, quali informazioni rendere pubbliche e quali standard eventualmente imporre significa, infatti, definire le condizioni alle quali la crescita dell'infrastruttura digitale potrà svilupparsi nel mercato europeo.
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L'Autore
Elisa Parisi
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