La guerra di invasione dell’Ucraina iniziata dalla Russia ha certamente sconvolto l’ordine geopolitico mondiale e soprattutto europeo, influenzando i rapporti tra i vari Paesi e mettendo in discussione molte delle loro certezze, sia in termini politici che economici.
Una delle conseguenze della guerra è stata la rinnovata attenzione che l’Unione europea e i suoi Stati membri hanno iniziato a rivolgere a Paesi fino ad allora quasi assenti dai loro discorsi e dalle pagine dei giornali. Si tratta di quei Paesi – come l’Azerbaijan o il Kazakhistan – a cui l’Europa si è rivolta per diversificare il suo approvvigionamento di gas, fino a quel momento di quasi esclusivo appannaggio russo.
In generale, negli ultimi tempi l’Unione europea sembra guardare con grande interesse agli ex membri dell’Unione Sovietica in Asia Centrale, come dimostrato dal primo vertice tra Asia Centrale e Bruxelles tenutosi in Uzbekistan, a Samarcanda, lo scorso aprile. Al vertice, focalizzato su risorse naturali, energia e commercio, hanno partecipato anche gli altri quattro Paesi della regione: Kazakhistan, Tajikistan, Turkmenistan e Kirghizistan.
La guerra in Ucraina non ha portato solo a un aumento dell’interesse politico ed economico nei confronti di questi Paesi, ma indirettamente ha anche avuto delle conseguenze su un fenomeno che sembra geograficamente lontanissimo e senza alcuna connessione con essa: le rotte migratorie marittime che arrivano sulle coste del Sud Italia, in particolare Sicilia e Calabria. Viene giustamente da chiedersi come sia possibile che un conflitto in Est Europa influenzi il viaggio di coloro che provengono da Medio Oriente e Africa, e che si imbarcano sulle coste della Turchia per raggiungere l’Italia attraversando il Mediterraneo.
Com’è noto agli esperti di migrazioni, le rotte migratorie cambiano continuamente. Fino a qualche anno fa, ad esempio, erano particolarmente attive la rotta egiziana o la rotta balcanica via terra. Quest’ultima, articolata in realtà in più rotte con percorsi diversi, ha perso via via rilevanza e sempre meno persone hanno deciso di intraprenderla per vari motivi. Innanzitutto, la rotta balcanica richiede anni per percorrerla ed è piuttosto pericolosa a causa delle condizioni naturali delle regioni attraversate, caratterizzate perlopiù da foreste. Inoltre, la costruzione del muro tra Serbia e Ungheria voluto da Orban e i respingimenti illegali della polizia croata e slovena (i cosiddetti pushback) hanno reso sempre più difficile portarla a termine.
Per quanto riguarda invece le rotte via mare, oltre alla rotta libica sempre molto attiva, emerge un’alternativa alle rotte del Mediterraneo centrale, ovvero la rotta che dalla Turchia attraversa il Mar Ionio e la Grecia. Si tratta di una rotta da sempre molto utilizzata, ma che trova meno spazio nella narrazione dei media. Questa rotta, definita la rotta orientale, vede gli scafisti partire dalle coste turche di Izmir o Bodrum, passare attraverso le acque greche – a volte per caricare passeggeri – e approdare sulle coste calabresi e siciliane orientali.
Come evidenziato dal report “Dal mare al carcere” di Arci Porco Rosso e Borderline Europe (2021), questa rotta è “la porta più costante per l’accesso marittimo dei migranti provenienti dal medio oriente e dall’Asia centrale all’Italia”. La rotta orientale si caratterizza per la presenza di scafisti provenienti dall’Europa orientale, che possono facilmente raggiungere la Turchia e mettersi alla guida delle imbarcazioni che trasportano perlopiù siriani, iracheni e afghani. Fino al 2022, la maggior parte di questi scafisti era di origine ucraina o russa, con alcune eccezioni di persone provenienti da altri Paesi dell’Europa dell’est come Moldavia, Serbia e Georgia. Si trattava di comandanti russi e ucraini con una vera esperienza di navigazione e ben retribuiti dai trafficanti.
A causa della guerra in Ucraina, quindi, i trafficanti di esseri umani che organizzano questi viaggi si sono trovati ad affrontare un problema inaspettato: la mancanza di scafisti ucraini o russi, impegnati a combattere al fronte o in generale impossibilitati a lasciare il loro Paese. Inoltre, si è diffusa in Ucraina e Russia la notizia che, se arrestati con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, si può essere condannati a diversi anni di carcere, e sempre meno persone sono disposte a correre questo rischio.
Di conseguenza, le organizzazioni non governative e diversi avvocati fanno notare che nel 2023 sono stati pochi gli arresti di scafisti provenienti dall’Europa orientale, mentre sono aumentati notevolmente gli scafisti arrestati provenienti dall’Asia Centrale. Nel report del 2023 pubblicato da Arci Porco Rosso e Borderline Europe, si legge che su 68 scafisti arrestati su questa rotta, almeno 18 sono originari del Kirghizistan, Uzbekistan, Kazakhistan, Turkmenistan, Azerbaijan and Tajikistan. I trafficanti hanno iniziato a reclutare gli scafisti in Asia Centrale, attirandoli in Turchia e ponendoli alla guida di queste imbarcazioni, offrendo loro un compenso come se fosse un normale lavoro. Queste persone, però, spesso a loro volta vittime di raggiri e inganni o addirittura essi stessi vittime di tratta, non conoscono le rotte migratorie verso l’Europa e l’ordinamento giuridico italiano. Chi guida le imbarcazioni, infatti, spesso non sa che quello che per lui rappresenta un lavoro come un altro, è in realtà considerato reato in Italia.
Come detto precedentemente, le rotte migratorie mutano di continuo, e con esse anche la nazionalità dei loro protagonisti. Si tratta di un fenomeno che dimostra chiaramente come tutto sia interconnesso, e come ogni evento abbia conseguenze anche su persone e luoghi geograficamente molto distanti. La guerra in Ucraina è stata infatti capace di influenzare un fenomeno apparentemente e completamente scollegato, ed è la principale spiegazione per cui scafisti provenienti da Paesi senza alcuno sbocco sul mare vengono arrestati sulle coste del Sud Italia.
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L'Autore
Silvia Pasetto
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Asia Centrale Ucraina Migrazioni scafisti Mediterraneo