L’Unione e il suo mare dimenticato: storia e attualità di una frattura mediterranea

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  Eleonora Strano
  27 luglio 2025
  4 minuti, 37 secondi

Mentre l’attenzione dell’Unione Europea è concentrata sul futuro allargamento orientale e sulla gestione della guerra in Ucraina, la regione mediterranea torna a imporsi come uno snodo strategico fondamentale ma trascurato. Le crescenti instabilità nel Sahel, le tensioni nel Mar Rosso, la crisi democratica tunisina e la perdurante frammentazione libica rivelano l’assenza di una politica euromediterranea coerente e integrata. 

Per comprendere l’origine di questa lacuna, è necessario ripercorrere le dinamiche storiche dell’integrazione europea, rileggendole da una prospettiva sud-europea e geopolitica. L’architettura istituzionale e politica dell’UE nasce da una matrice atlantica e continentale: la CECA (1951) e i Trattati di Roma (1957) fondano il progetto europeo sull’asse franco-tedesco, con un orientamento industriale e ricostruttivo rivolto al Nord-Ovest del continente. Il Mediterraneo, pur presente grazie alla partecipazione dell’Italia, è trattato fin dall’inizio come periferia funzionale da stabilizzare piuttosto che come asse strategico. L’ingresso negli anni Ottanta di Grecia, Spagna e Portogallo modifica la composizione geografica ma non l’impianto strategico, che continua a marginalizzare la dimensione sud del continente. Il tentativo di costruire un partenariato strutturato con la sponda sud culmina nel Processo di Barcellona del 1995, che introduce un’agenda fondata su cooperazione politica, dialogo culturale e sviluppo economico. Tuttavia, il partenariato euromediterraneo si scontra fin da subito con profonde asimmetrie economiche, divari normativi e il prevalere di una logica securitaria, che compromette l’effettività dell’approccio multilivello. 

L’allargamento a Est (2004–2007) accelera la marginalizzazione strategica del Mediterraneo: l’attenzione dell’UE si sposta sull’Ucraina, la Bielorussia, il Caucaso e l’Asia Centrale, mentre i paesi nordafricani vengono inglobati nella Politica Europea di Vicinato: un quadro generale che non distingue tra le specificità mediterranee e quelle orientali, contribuendo alla depoliticizzazione della regione sud. 

Le Primavere arabe del 2011 segnano un punto di frattura, infatti l’UE si dimostra incapace di sviluppare una risposta coordinata e lungimirante, oscillando tra retorica pro-democratica e immobilismo diplomatico. 

L’intervento militare in Libia, promosso dalla Francia con il supporto del Regno Unito e osteggiato dall’Italia, mette in luce la mancanza di una politica estera comune e la debolezza del Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) come attore strategico. 

La gestione delle crisi migratorie successive, in particolare nel 2015, approfondisce ulteriormente le fratture interne. Di fronte all’aumento dei flussi attraverso il Mediterraneo centrale e la rotta balcanica, l’UE adotta un approccio emergenziale fondato sull’esternalizzazione delle frontiere, stringendo accordi con Turchia, Libia e successivamente Tunisia. Il piano di ricollocamento obbligatorio incontra la resistenza di numerosi Stati membri, generando una contrapposizione tra Sud e Est Europa che compromette la costruzione di una politica migratoria comune. Il Mediterraneo assume così la funzione di frontiera mobile, spazio liminale da contenere più che da integrare, mentre la sua centralità strategica viene sistematicamente rimossa dall’agenda politico-istituzionale dell’Unione. I casi di Tunisia e Libia sono emblematici. La Tunisia, per anni considerata il modello virtuoso della transizione democratica post-2011, ha conosciuto una deriva autoritaria sotto la presidenza Saied, con la progressiva erosione dello stato di diritto e una retorica anti-migranti che l’UE ha di fatto ignorato, preferendo concludere con Tunisi un memorandum sull’immigrazione (2023) finalizzato alla deterrenza e alla gestione operativa dei flussi. In Libia, la frammentazione istituzionale e la presenza di attori armati irregolari, acuita da influenze esterne (Turchia, Russia, Egitto), ha trasformato il paese in uno snodo instabile, ma l’Unione ha scelto una strategia di contenimento piuttosto che una politica proattiva di ricostruzione istituzionale. 

A partire dal 2022, la combinazione tra la guerra in Ucraina, la crisi energetica e le tensioni globali ha riportato il Mediterraneo al centro delle preoccupazioni europee. L’instabilità del Sahel, con i colpi di Stato in Mali, Burkina Faso e Niger, ha compromesso le missioni europee (EUTM, EUCAP), rafforzando la presenza russa e riducendo il margine di manovra europeo nel controllo delle rotte migratorie e terroristiche. Parallelamente, la crisi nel Mar Rosso legata agli attacchi Houthi contro le rotte commerciali internazionali ha messo a rischio le catene di approvvigionamento e confermato la vulnerabilità marittima dell’UE. In risposta, l’Unione ha intensificato gli sforzi per diversificare le fonti energetiche, rafforzando le partnership con Algeria, Egitto e Israele per l’importazione di gas naturale, ma senza una strategia unitaria di lungo termine, né un coordinamento integrato tra politica energetica, sicurezza e sviluppo regionale. Questa riscoperta del Mediterraneo avviene dunque in chiave funzionale ed emergenziale, priva di una visione politica coerente. La disconnessione tra valori dichiarati e pratiche operative si traduce in una fragilità sistemica: si proclama il rispetto dei diritti, ma si finanziano regimi autoritari per bloccare i flussi. Si parla di partenariato, ma si impongono condizioni unilaterali, si evoca l’autonomia strategica, ma si delegano le politiche di sicurezza a potenze regionali. Il Mediterraneo, da spazio condiviso, diventa spazio conteso e opaco

In conclusione, la storia dell’Unione Europea racconta un percorso di integrazione fondato sull’equilibrio interno, ma strutturalmente privo di una prospettiva mediterranea. Oggi il contesto globale impone un cambio di paradigma: il Mediterraneo non può più essere pensato come semplice frontiera da controllare, ma come teatro geopolitico in cui l’Europa gioca la propria legittimità strategica. La ridefinizione delle priorità esterne dell’UE passerà necessariamente da una ricostruzione politica del suo “mare dimenticato”.


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Eleonora Strano

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