Madagascar: un nuovo governo per rispondere al popolo insorto

La ribellione chiude l'isola dell'Oceano Indiano in una morsa, i manifestanti chiedono acqua e luce, il Presidente rinnova l'esecutivo

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  Francesco Oppio
  09 ottobre 2025
  3 minuti, 18 secondi

Al culmine della seconda settimana di forti proteste, il popolo malgascio ha un nuovo primo ministro. Si tratta del generale dell'esercito Ruphin Fortunat Zafisambo, nominato dal presidente Andry Rajoelina nella giornata del 6 settembre, a pochi giorni di distanza dallo scioglimento del precedente esecutivo. Un uomo “integro, efficiente e disponibile all’ascolto”, queste le parole del Presidente che hanno accompagnato l’investitura del nuovo Capo di governo, cui hanno fatto seguito dichiarazioni finalizzate a placare i tumulti delle piazze, come la volontà di concentrarsi maggiormente sui problemi della popolazione, a partire dalla moltiplicazione degli incontri presidenziali coi rappresentanti della società civile: sindacati, amministrazioni locali e aziende. Tuttavia, la contestazione non sembra aver esaurito la sua spinta ed ha prodotto un ultimatum indirizzato al Capo di Stato, intimandogli di rispondere al più presto alle rivendicazioni dei manifestanti.

Il cuore del dissenso è rappresentato dal movimento “Gen Z Madagascar” che, sulla scia di quanto avvenuto in Nepal e Indonesia nei mesi precedenti, ha mobilitato attraverso i social network migliaia di giovani nell’espressione del malcontento contro condizioni di vita ritenute insostenibili. Al centro del moto di protesta antigovernativo risiede la mancanza cronica di acqua ed elettricità, che in svariate parti dell’isola possono arrivare a mancare per più di 12 ore al giorno. A partire dal 25 settembre sono state decine di migliaia le persone riversatesi nelle strade della capitale Antananarivo, una ribellione che ha generato una violenta risposta delle forze dell’ordine, costata almeno 22 vittime secondo le Nazioni Unite. “Tra i morti ci sono manifestanti e passanti uccisi dalle forze di sicurezza, ma anche persone rimaste vittime delle violenze e deisaccheggi che hanno accompagnato le manifestazioni, perpetrati da bande e individui che non avevano però a che fare con le proteste”, ha sottolineato l’alto commissario ONU per i Diritti Umani Volker Türk. Il Ministero degli Esteri malgascio ha risposto contestando quanto formulato dall’OHCHR e sostenendo che “non esistono cifre ufficiali che corroborino questo bilancio”.

Dopo giorni di tumulti crescenti, il 30 settembre Rajoelina ha deciso di esautorare il governo guidato da Christian Ntsay, in carica dal 2018, scusandosi in un discorso alla Nazione per l’incapacità dimostrata dal premier e i suoi ministri nello svolgimento dei compiti a loro assegnati. Posto anch’egli sotto i fari della critica, il Presidente non ha rassegnato le proprie dimissioni, come richiesto dai manifestanti, proseguendo il mandato iniziato nel 2023, dopo un risultato elettorale molto discusso nel Paese, e riponendo piena fiducia nella figura militare di Zafisambo.

Nelle ore e nei giorni immediatamente successivi alla designazione del nuovo primo ministro, la mobilitazione è rimasta particolarmente forte, oltre che nelle vie della capitale, anche nel nord dell’isola, ad Antsiranana, e in alcune località del centro e del Madagascar meridionale, come Fianarantsoa, Toamasina e Toliara. Il filo conduttore che lega le manifestazioni di dissenso esplose in tutto il Paese è la giovane età dei manifestanti (nati tra il 1999 e il 2010) che, mossi inizialmente dagli innumerevoli tagli dell’acqua e dell’elettricità, spingono ora ben oltre le proprie richieste, pretendendo una nazione in cui “vivere e non sopravvivere”, citando uno slogan emblematico del movimento.

I dati della Banca Mondiale risalenti al 2022 parlano chiaro: nonostante siano notevoli le ricchezze naturali di cui gode il Madagascar, quest'ultimo risulta uno dei Paesi più poveri al mondo, con una percentuale superiore al 75% di cittadini che vivono al di sotto della soglia di povertà. Inoltre, nell’indice di percezione della corruzione di Transparency international, il Paese si piazza al 140° posto su 180.

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Francesco Oppio

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