L’arresto dei parlamentari, il prezzo del dissenso politico
In Mauritania, il 4 maggio 2026, due parlamentari dell'opposizione, Marieme Cheikh Dieng e Ghamou Achour, sono stati condannati a quattro anni di carcere per aver pubblicato sui social media messaggi critici nei confronti del Presidente del Paese, Mohamed Ould Ghazouani, in cui chiedevano la sua rimozione e per aver avanzato accuse di pregiudizi razziali nei confronti del sistema giudiziario mauritano, a predominanza araba, accusandolo di trattare i cittadini neri e i discendenti degli schiavi come cittadini di seconda classe. La Mauritania spesso non compare nelle cronache ma è un Paese dell’Africa occidentale che da tempo è criticato dalle organizzazioni umanitarie per la persistenza della schiavitù, nonostante sia stata abolita formalmente nel 1981 e solo dal 2015 riconosciuta come crimine contro l’umanità. A tal proposito, Biram Dah Abeid, leader della coalizione “Iniziativa per la rinascita del movimento abolizionista”, ha accusato il governo di una vera e propria caccia alle streghe contro i parlamentari eletti discendenti da ex schiavi. La Mauritania, inoltre, è criticata per le violazioni dei diritti umani e per la negazione della libertà di espressione.
Blasfemia e fake news, la repressione del regime di Ghazouani
Il quadro legislativo in Mauritania sulla libertà di espressione è molto critico; per comprenderne la portata, è utile citare il rapporto del USCIRF (US Commission on International Religious Freedom) che riporta la legge sulla blasfemia del 2018 che ha modificato l’Articolo 306 del codice penale mauritano. Questo emendamento ha inasprito pesantemente le pene per i reati contro la religione islamica, includendo anche la pena di morte. Il cambiamento più severo introdotto dall’emendamento riguarda il reato di blasfemia che può portare fino alla condanna a morte senza nessuna possibilità di perdono, a differenza del passato, in cui la pena di morte poteva essere revocata in caso di pentimento.
In relazione a questo emendamento l’ONU il 14 maggio 2018, ha redatto una lettera d’urgenza indirizzata al governo della Mauritania in cui veniva espressa una profonda preoccupazione per la revisione dell’Articolo 306, affermando che viola il diritto internazionale perché indebolisce le tutele dei diritti umani, violando il diritto alla vita, la libertà di espressione, la libertà religiosa e i diritti culturali. I relatori speciali dell’ONU, a fine documento, chiedono espressamente al governo mauritano di fornire spiegazioni in merito a tale emendamento e di annullarlo il prima possibile.
La repressione contro la libertà di espressione venne rafforzata ancora di più il 24 giugno 2020, quando l’Assemblea nazionale mauritana approvò una legge mirata a colpire la diffusione di informazioni false sui social media. Tuttavia, gli attivisti per i diritti umani e parte dell’opposizione mauritana denunciano questa legge perché temono che possa essere utilizzata come strumento per reprimere ulteriormente il dissenso. Il governo mauritano sostiene che questa misura serva esclusivamente ad arginare le notizie false, senza che vi siano secondi fini. I timori degli attivisti però si rivelarono fondati anche perché tra giugno e luglio 2020 vi fu un’ondata di arresti e repressioni proprio legati alle pubblicazioni sui social media, come nel caso di Moustapha Ould Ahmedi El Meki, ex sindaco di Akjoujt, arrestato l’8 luglio 2020 per aver pubblicato un video su Facebook nel quale criticava e insultava il presidente mauritano. Il “movimento abolizionista” ha denunciato che si è di fronte a un chiaro atteggiamento autoritario del governo Ghazouani, anche la “Media Foundation for West Africa” considera gli arresti dei cittadini per commenti sui social media come inaccettabili in una democrazia. Inoltre, questa legge colpisce anche nei casi in cui l’individuo credesse genuinamente che l’informazione fosse vera oltre al fatto che le decisioni su cosa costituisca una notizia falsa non sono delegate a un'autorità giudiziaria indipendente, aprendo di fatto la possibilità a interferenze governative con la libertà di espressione.
Libertà di stampa a rischio e monopolio statale dei media
Nell’indice della libertà di stampa di “Reporters Without Borders” (RSF) del 2026, la Mauritania si posiziona al 61º posto su 180 con un punteggio di 63.36, peggiorando la sua posizione rispetto al 2025, anno in cui occupava il 50º posto. Secondo invece il rapporto di “Freedom House” del 2026, la Mauritania ha un punteggio di 38 su 100, venendo definito come Paese “parzialmente libero”; considerando che la scala di valutazione di “Freedom House” va da 0 (nessuna libertà) a 100 (massima libertà), il punteggio della Mauritania indica un livello di libertà medio-basso. In Mauritania la radio è il mezzo di informazione più popolare e le principali emittenti televisive e radiofoniche sono controllate proprio dallo Stato. I giornalisti, a causa di retribuzioni molto basse, sono particolarmente vulnerabili alle pressioni politiche e dunque molte testate giornalistiche non riescono a garantirsi indipendenza dal potere politico, esponendo i giornalisti alla pratica degli articoli “su commissione”.
Dalle intimidazioni contro i giornalisti ai blackout della rete
Nonostante in Mauritania i giornalisti siano raramente vittime di violenza fisica, spesso però sono oggetto di attacchi verbali e di campagne e molestie sui social media, come dimostrato dall’aggressione subita dal giornalista Hanefi Ould Dahah, avvenuta il 26 gennaio 2025, a causa di un’inchiesta sulla gestione di un appalto pubblico da parte di un uomo d'affari. Il giornalista è stato aggredito fuori dagli uffici della sua emittente a Tevragh Zeina, distretto della capitale Nouakchott. Come riportato da Amnesty International, la libertà di espressione è stata gravemente limitata da misure repressive. Durante le proteste nazionali per la morte di Oumar Diop, avvenuta il 28 maggio 2023 mentre si trovava in custodia della polizia, il governo ha interrotto l’accesso a internet mobile per diversi giorni; l’accesso è stato bloccato più volte anche durante gli esami di maturità per prevenire brogli, afferma il governo. Inoltre, il 26 luglio 2023, una studentessa di soli diciannove anni, Mariya Oubed, è stata arrestata e detenuta nel carcere della capitale, Nouakchott con l’accusa di blasfemia dopo aver scritto presunti commenti offensivi contro il Profeta durante il proprio esame di maturità.
Mauritania, bivio tra democrazia e autoritarismo
La violazione della libertà religiosa e il peggioramento della libertà di espressione restano elementi critici in Mauritania. I giornalisti hanno poche tutele economiche, salari troppo bassi, fattori che influiscono sulla qualità e sull'indipendenza dell’informazione, oltre al fatto che le principali emittenti televisive sono sotto il controllo dell’esecutivo di Ghazouani. La legge sulla blasfemia del 2018, unita alla legge del giugno 2020 che mira a colpire la diffusione delle notizie false sui social media, costituisce un peggioramento della libertà nel Paese, come dimostrano gli indici di “Freedom House” e di “Reporters Without Borders” oltre alle denunce delle organizzazioni internazionali. Il rischio è che la Mauritania possa consolidare un modello di autoritarismo legalizzato, nel quale la sicurezza, la religione e la lotta alla disinformazione diventano strumenti per reprimere il dissenso.
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L'Autore
Gabriele Bellono
Autore per l'area tematica "Diritti Umani" di MI POST
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Mauritania libertà di espressione political repression blasphemy law censorship