Uno degli argomenti più spinosi giunto nel tavolo delle negoziazioni negli ultimi giorni è il prossimo bilancio europeo, meglio conosciuto come Quadro finanziario pluriennale (Qfp), che coprirà il periodo 2028-2034.
Che la questione finanziaria fosse uno dei temi più dirimenti era piuttosto scontato, soprattutto in un momento come quello attuale, dove l’Unione è chiamata ad affrontare sfide estremamente complesse, fra cui la questione Ucraina e il progressivo disimpegno degli Usa all’interno della Nato, e transizione ambientale.
I lavori sul nuovo bilancio stanno andando avanti ormai da mesi, celati dal più stretto riserbo, come sottolineato da molti giornalisti, in particolare dal metodo dettato dallo stesso capo di Gabinetto della Presidente, Bjoern Seibert, caratterizzato da riservatezza e compartimentazione del lavoro. Facendo trapelare solamente lo stretto necessario, durante le ultime fasi dei lavori[1].
Sicuramente gli elementi anticipati erano effettivamente gli elementi dirimenti dell’intera iniziativa e cioè un maggiore sforzo economico ed una struttura molto diversa rispetto al passato e soprattutto molto più flessibile. Infatti, dai primi documenti presentati pare che la struttura sia profondamente mutata, con 4 rubriche invece delle 7 presenti nella scora programmazione, fra cui si annoverano: Piani di Partenariato nazionali e regionali, il Fondo per la Competitività, il programma Global Europe, a cui si affianca l’iniziativa sulla capacità amministrativa.
A questo poi si aggiunge forse la novità più importante, la proposta di una capacità di bilancio rafforzata rispetto al passato e che dovrebbe aggirarsi intorno ai 2.000 miliardi, pari all’1,26% del Reddito nazionale lordo, ben superiore all’1,13% del RNL dell’attuale Qfp.
Come annunciato dalla stessa Presidente von der Leyen, un ruolo centrale sarà giocato dalla politica agricola e dalla coesione, che vedranno una messa a terra attraverso piani unificati a livello nazionale, che impatteranno ovviamene su agricoltura e pesca (rispettivamente 300 miliardi e 2 miliardi di stanziamenti annunciati), ma anche su inclusione sociale, occupazione e competenze.
Anche su quest’ultimo aspetto è stata fatta chiarezza, confermando che almeno il 14% delle dotazioni nazionali sarà vincolato a obiettivi sociali come inclusione e lotta alla povertà.
A questo poi si aggiunge un nuovo Fondo europeo per la competitività, che avrà come obiettivi proprio il rilancio dell’industria, l’innovazione e l’autonomia strategica in settori strategici come spazio, difesa, tecnologie pulite e digitali, con una dotazione di circa 400 miliardi e che dovrà affiancarsi al Programma Horizon Europe.
Un altro aspetto particolarmente interessante riguarda, infine, l’introduzione del Global Europe, programma strategico che disporrà di circa 200 miliardi ed includerà una riserva da 15 miliardi per reagire a crisi esterne, oltre che per scopi relativi alla diplomazia ed agli aiuti ai Paesi Terzi. A cui andrebbero, però, aggiunti circa 100 miliardi da destinare all’Ucraina, per promuovere il processo di ricostruzione[2].
Molte novità quindi, a cui hanno fatto seguito anche numerose critiche, in primo luogo la probabile reticenza di molti Governi a finanziare un impegno estremamente oneroso come quello proposto dalla Commissione; difficoltà che verranno riscontreranno sicuramente in sede di approvazione nel Consiglio dell’Unione Europea.
Ma non sarà sicuramente l’unico aspetto controverso, viste le perplessità sulla nuova gestione dei fondi di Coesione, in netta discontinuità rispetto al passato e la questione dell’introduzione di nuove misure che consentano di generare nuove entrate. Tutti temi estremamente sensibili e che potrebbero mettere ben presto in salita la proposta negoziale della Commissione[3].
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L'Autore
Tiziano Sini
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