Negli ultimi mesi l’universo della politica americana ha continuato a ruotare attorno a un solo nome: Donald Trump. La sua presenza mediatica resta dominante, rimbalzando di giornale in giornale e riempiendo i titoli dei maggiori quotidiani mondiali o le prime notizie dei principali network televisivi. Per definizione, ogni gesto o dichiarazione di cui si rende protagonista il Presidente degli Stati Uniti fa il giro del mondo - nel caso di Trump, questo principio vale ancora di più, vista la sua propensione a scioccare e ad assumere comportamenti fuori dall’ordinario. E quando, per un giorno, non è lui a occupare le prime pagine del New York Times o a dominare i titoli della CNN, ci pensano i suoi fedelissimi – da Marco Rubio a Elon Musk – a mantenere alta l’attenzione sul fronte conservatore.
Nel grande gioco della politica a stelle e strisce, tuttavia, la pedina opposta - il Partito Democratico — sembra essersi eclissata, almeno dai radar dei media e dell’opinione pubblica. L’assenza dei Dem si fa notare, sbilanciando l’intero scacchiere politico e facendo emergere una domanda sempre più pressante: che fine ha fatto il Partito Democratico?
COSA STA SUCCEDENDO AL PARTITO DEMOCRATICO
Dopo la pesante sconfitta del novembre 2024 e il conseguente addio alla scena di Kamala Harris e dell’intero entourage dell’amministrazione Biden, i democratici sembrano in evidente difficoltà. In sei mesi, nessuna figura è riuscita davvero a imporsi come nuovo leader del partito. Exempli gratia di ciò è il fatto che l’unica opposizione davvero decisa a Trump venga ora riconosciuta in un rettore di una scuole d'élite, un accademico che in passato si è trovato spesso a condividere le sue posizioni con il Presidente in carica. Secondo i sondaggi, il Partito Democratico si trova attualmente a livelli minimi storici di gradimento, complici il solito indirizzo politico poco chiaro che caratterizza i Dem ormai da anni e la difesa di battaglie poco popolari tra tanti elettori, ma anche in virtù della fase di transizione in cui il partito si trova oggi per ciò che concerne il rapporto verso i rivali repubblicani.
Se durante il primo mandato di Trump la grandissima parte dei democratici propendeva infatti verso un rapporto di matrice collaborativa con l’amministrazione repubblicana affinché anche la propria agenda potesse essere portata avanti, ad oggi meno della metà considera questa direzione quella giusta da prendere. Circa il 60% dei senatori e dei deputati democratici si è espresso favorevolmente all’ipotesi di lavorare nell’ottica di fermare la strategia politica di Trump attivamente, anche a costo di rallentare l’avanzamento della stessa linea democratica alle camere. Tra i motivi di questo cambio di approccio vi sono sicuramente le preoccupazioni date dalle ultime manovre di Trump, soprattutto quelle di stampo più illiberale come gli arresti degli studenti o le misure prese contro le università americane, che iniziano a spaventare veramente l’opposizione. La stessa opposizione, però, si vede nel frattempo impegnata in una lotta interna tra i sostenitori di questa nuova linea e chi invece opta comunque per un approccio più moderato, come quei dieci senatori che, per evitare uno shutdown governativo che avrebbe paralizzato il sistema pubblico statunitense, a marzo scorso hanno votato a favore del disegno di legge sulla spesa del GOP.
UN LEADER PER UN PARTITO
Un’altra grave lacuna del Partito Democratico è l’assenza di una leadership forte. Una figura capace di ispirare, aggregare e incarnare una visione chiara.
In un’epoca in cui le destre vincono spesso grazie al carisma del leader, le sinistre sembrano in difficoltà senza una figura altrettanto incisiva. Questo vale doppiamente negli Stati Uniti, dove la scena politica è dominata dalla polarizzazione e dal culto della personalità. In un paese in cui l’arena della politica è stata monopolizzata dall’ingombrante figura di Donald Trump, poi, chi gli si trova contro ha sicuramente bisogno di un grado ulteriore di appeal sulle masse per rappresentare davvero un ostacolo.
CHE GUIDE SI PROSPETTANO PER I DEM
Negli ultimi mesi, comunque, anche se in modo molto misurato, quasi impercettibile qualcosa all’interno del Partito Democratico si sta muovendo. Tra le fila dei Dem, infatti, l’ambizione, nonostante rimanga cautamente dissimulata per paura di trovarsi da soli in mezzo al fuoco incrociato di blu e i rossi, non è di certo scomparsa dopo la sconfitta dello scorso novembre. Sono molti i candidati che vengono presi in considerazione in vista delle primarie democratiche del 2028. Su tutti, chi emerge maggiormente sono due donne: una in rapido declino e l’altra in netta ascesa.
KAMALA HARRIS: anche se rimasta fuori dai grandi riflettori dopo l’insuccesso delle ultime elezioni, la Harris è rimasta particolarmente attiva nel dietro le quinte del partito. Molti democratici le sono ancora fedeli e si direbbero disposti a lasciarle spazio di manovra se le speculazioni su una sua candidatura a governatrice della California per il 2026 si rivelassero fondate. Finora, l’ex vicepresidente è stata elusiva al riguardo, limitandosi ad accennare a una decisione definitiva che dovrebbe arrivare entro la fine dell’estate. Nonostante il suo indice di gradimento sia rimasto basso dopo il fallimento di novembre, è chiaro che Harris non ha chiuso con la politica. Il governo di uno stato come la California, la quarta economia mondiale, potrebbe rappresentare per lei una perfetta seconda occasione verso Washington. Tuttavia, come molti casi precedenti insegnano, la corsa alla Casa Bianca è raramente clemente con i suoi protagonisti.
ALEXANDRA OCASIO-ORTEZ: la giovane deputata di New York milita da anni nei ranghi del partito. Sebbene sia considerata da molti, tra cui lo stesso Bernie Sanders, l’erede dell’ala più socialista e progressista dei democratici, ha dimostrato di avere ottime abilità strategiche riuscendo ad avvicinarsi alla leadership più moderata del partito negli ultimi anni. Ciononostante, Ocasio-Cortez non ha mai rinnegato la sua anima social-liberale, ed è attualmente impegnata insieme a Sanders in una serie di comizi in diverse città statunitensi denominata “Fighting Oligarchy Tour”. La sua giovane età e la sua forte presenza sui social media fanno breccia tra i più giovani, ma avendo ereditato il bacino d’utenza dell’ala di Sanders, anche nella classe operaia esercita una certa influenza. Se decidesse di correre per le presidenziali del 2028, Ocasio-Cortez potrebbe superare a sinistra tutte le amministrazioni democratiche precedenti e rappresentare una fortissima opposizione ideologica alla svolta sempre più conservatrice del Partito Repubblicano.
GAVIN NEWSOM: altro nome da tenere d’occhio è quello del californiano Gavin Newsom. Al governo dello stato dal 2019, quando il suo mandato finirà nel 2026 dovrà cercarsi un’altra poltrona. Politico capace e scaltro ma poco amato dagli elettori democratici, rappresenta la frangia più moderata del partito. Ha fatto discutere la sua scelta di lanciare un podcast in cui dibatte con figure pubbliche repubblicane, tra cui Charlie Kirk e Steve Bannon. Centrista convinto, e talvolta controverso perché troppo a destra per molti dem, Newsom si è sempre opposto con decisione a Trump, arrivando addirittura a denunciare la sua amministrazione per via dei dazi. Newsom, per ora, non ha espresso esplicitamente la volontà di correre per la Casa Bianca nel 2028, ma molti analisti ritengono che lo farà. Una sua eventuale candidatura potrebbe attrarre i voti dell’elettorato riformista, che pur non essendo maggioritario, si è spesso sentito trascurato o deluso dalle priorità scelte dal partito negli ultimi anni.
PETE BUTTIGIEG: segretario dei trasporti durante l’amministrazione Biden, Buttigieg è un grande sostenitore dell’aborto, della green energy ed è attento alle riforme sociali e ai diritti dei lavoratori. Si è dichiarato a favore della legalizzazione delle droghe leggere e di una soluzione a due stati tra Israele e Palestina. Secondo i sondaggi Buttigieg è tra i top contender alle primarie democratiche del 2028. La sua candidatura non è ancora definitivamente decisa, come detto da lui stesso, ma pare essere una delle più probabili. E’ plausibile pensare che Buttigieg cercherebbe di raccogliere i cocci di ciò che è rimasto dei quattro anni di Biden, dando comunque una svolta più progressista e giovane al suo approccio politico.
I nomi in campo per le prossime primarie democratiche sono ancora molti: dal miliardario governatore dell’Illinois JB Pritzker, a Tim Walz e Josh Shapiro – già protagonisti delle precedenti primarie per la vicepresidenza – la lista continua ad allungarsi in un clima di grande incertezza che avvolge il Partito Democratico. Molto dipenderà anche dall’effetto che Donald Trump eserciterà sugli elettori americani dell'opposizione: se il suo operato continuerà a dividere così fortemente gli americani allora è probabile che i democratici preferiscano uno dei candidati più progressisti nel partito. In caso contrario, anche l’ala moderata potrebbe avere buone chance di emergere.
RICOSTRUIRE IL PARTITO
Qualunque sia la vera causa della crisi dei Democratici - che si tratti di un indirizzo politico incerto, della mancanza di una leadership forte, o dell’indecisione dei vertici nel grande gioco di Washington - resta il fatto che il partito continua a perdere terreno.
Dal 2020 al 2024, il novanta percento delle oltre 3100 contee statunitensi si sono mosse verso i repubblicani. Tra l’altro, i democratici hanno sofferto il maggior numero di sconfitte tra le minoranze, dai musulmani, ai nativi americani, passando per gli afroamericani e gli asiatici. Un dato, quest’ultimo, che contraddice apertamente la convinzione di lungo corso secondo cui la crescita di una coalizione “non bianca” avrebbe assicurato al partito una solida maggioranza nel tempo. Si è trattato, in realtà, di una narrazione sbagliata in cui i Dem hanno creduto ciecamente, restando arroccati su un piedistallo ideologico senza mai interrogarsi seriamente sulle trasformazioni in atto nel Paese. Il rifiuto di confrontarsi con una realtà diversa da quella attesa - e in parte frutto delle loro stesse scelte - si è rivelato fatale nel novembre 2024, quando tre tra gli stati più progressisti (New Jersey, New York e California) hanno registrato il maggiore spostamento verso Trump rispetto al 2020. Questo ha permesso ai Repubblicani di guadagnare 2,5 milioni di voti in più, quanto bastava per conquistare il voto popolare.
Quando il Partito Democratico si è reso conto di essersi schiantato contro una realtà imprevista, la leadership è apparsa stordita e disorientata, risultando non solo responsabile del fallimento, ma anche politicamente vulnerabile. Ne è scaturita una lotta intestina che, se da un lato produrrà inevitabilmente nuovi leader, dall’altro rischia di indebolire chiunque emerga, minato dalle stesse dinamiche di partito.
Mentre analisti e strateghi si dividono tra chi invoca un ritorno al centro e chi chiede una svolta radicale, una cosa è certa: il Partito Democratico non può più permettersi di giocare alla politica del silenzio, sperando che Trump si autodistrugga. Gli ultimi mesi ci insegnano, infatti, che meno il Presidente si sente sfidato, e maggiore sarà la sua propensione ad attuare manovre illiberali ed espandere il proprio raggio d’azione.
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L'Autore
Giovanni Ferrazza
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