Non è un buon momento per il Partito Democratico americano

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  Giovanni Ferrazza
  28 May 2025
  9 minutes, 47 seconds

Negli ultimi mesi l’universo della politica americana ha continuato a ruotare attorno ad un solo nome: Donald Trump. La sua presenza mediatica resta dominante, rimbalzando di giornale in giornale riempiendo i titoli dei maggiori quotidiani mondiali o le prime notizie dei principali network televisivi. Per definizione, ogni gesto o dichiarazione di cui si rende protagonista il Presidente degli Stati Uniti fa il giro del mondo, nel caso di Trump, poi, questo è sempre un po’ più vero data la sua predisposizione a scioccare e ad assumere comportamenti fuori dall’ordinario. E se per un giorno, per qualsiasi motivo, non è lui a fare gli headlines del New York Times o della CNN, a tenere alta l’attenzione sul panorama conservatore ci pensa qualche suo fedelissimo come Rubio o Musk.

Nel grande gioco della politica a stelle e strisce, però, l’altra pedina fondamentale, quella rivale al Partito Repubblicano, sembra essersi eclissata, almeno dal radar dei media e del grande pubblico. L’assenza dei Dem, infatti, spicca e pesa nella scacchiera politica facendola apparire completamente sbilanciata, e una domanda sorge spontanea: che fine ha fatto il Partito Democratico?

COSA STA SUCCEDENDO AL PARTITO DEMOCRATICO

Dopo la devastante sconfitta del novembre 2024 e la conseguente uscita di scena di Kamala Harris e di tutto il vecchio entourage dell’amministrazione Biden, i democratici sembrano non essersi ripresi a tal punto che in sei mesi nessuno di loro è riuscito davvero ad emergere come prossimo leader del partito. Exempli gratia di ciò è il fatto che l’unica opposizione davvero decisa a Trump venga ora riconosciuta in un rettore di una scuole d'elite, un accademico che in passato si è trovato spesso a condividere le sue posizioni con il Presidente in carica. Secondo i sondaggisti, il Partito Democratico si trova attualmente a livelli minimi storici di apprezzamento, complici il solito indirizzo politico poco chiaro che caratterizza i Dem ormai da anni e la difesa di battaglie poco popolari tra tanti elettori, ma anche in virtù della fase di transizione in cui il partito si trova oggi per ciò che concerne il rapporto verso i rivali repubblicani.

Se durante il primo mandato di Trump la grandissima parte dei democratici propendeva infatti verso un rapporto di matrice collaborativa con l’amministrazione repubblicana affinché anche la propria agenda potesse essere portata avanti, ad oggi meno della metà considerano questa direzione quella giusta da prendere. Circa il 60% dei senatori e dei deputati democratici, si è espresso favorevolmente all’ipotesi di lavorare nell’ottica di fermare la strategia politica di Trump attivamente, anche a costo di rallentare l’avanzamento della stessa linea democratica alle camere. Tra i motivi di questo cambio di paradigma vi sono sicuramente le preoccupazioni date dalle ultime manovre di Trump, soprattutto quelle di stampo più illiberale come gli arresti degli studenti o le misure prese contro le università americane, che iniziano a spaventare davvero l’opposizione. La stessa opposizione, però, si vede nel frattempo impegnata in una lotta interna tra i sostenitori di questa nuova linea e chi invece opta comunque per un approccio più moderato, come quei dieci senatori che, per evitare uno shutdown governativo che avrebbe paralizzato il sistema pubblico statunitense, a marzo scorso hanno votato a favore del disegno di legge sulla spesa del GOP.

UN LEADER PER UN PARTITO

Come già accennato, un altro punto cruciale che mette a nudo le debolezze dei democratici, e contribuisce alla loro paralisi di fronte alla maggioranza repubblicana, è la mancanza di una leadership forte. Una figura capace di generare consenso e catalizzare un'opposizione compatta.

Se in tutto il mondo le destre salgono al potere anche grazie al carisma emanato da una guida decisa e sicura di sé, le sinistre hanno spesso bisogno di una controparte che riesca a tenere testa all’avversario per ottenere o conservare il potere.

Una verità che risulta ancora più evidente in un clima politico come quello statunitense, che già di per sé si presenta come teso ed estremamente polarizzato, caratterizzato da una forte componente esibizionista che spesso premia chi riesce a tenere meglio il palco, più che il politico capace. In un paese in cui l’arena della politica è stata monopolizzata dall’ingombrante figura di Donald Trump, poi, chi gli si trova contro ha sicuramente bisogno di un grado ulteriore di appeal sulle masse per rappresentare davvero un ostacolo.

CHE GUIDE SI PROSPETTANO PER I DEM

Negli ultimi mesi, comunque, anche se in modo molto misurato, quasi impercettibile qualcosa all’interno del Partito Democratico si sta muovendo. Tra le fila dei Dem, infatti, l’ambizione, nonostante rimanga cautamente dissimulata per paura di trovarsi da soli in mezzo al fuoco incrociato di blu e i rossi, non è di certo scomparsa dopo la sconfitta dello scorso novembre. Sono molti i candidati che vengono presi in considerazione in vista delle primarie democratiche del 2028. Su tutti, chi emerge maggiormente sono due donne: una in rapido declino e l’altra in netta ascesa.

KAMALA HARRIS: anche se rimasta fuori dai grandi riflettori dopo l’insuccesso delle ultime elezioni, la Harris è rimasta particolarmente attiva nel dietro le quinte del partito. Molti democratici le sono ancora fedeli e si direbbero disposti a lasciarle spazio di manovra se le speculazioni su una sua candidatura a governatrice della California per il 2026 si rivelassero fondate. Finora, l’ex vicepresidente è stata elusiva a riguardo, accennando ad una sua decisione definitiva che avverrà prima della fine dell’estate. Anche se il suo grado di popolarità è rimasto molto basso dal fallimento di novembre, ciò che è sicuro è che Kamala non ha chiuso con la politica. Il governo di uno stato come la California, la quarta economia mondiale, potrebbe rappresentare per lei una perfetta seconda occasione verso Washington, anche se come molti casi prima di lei ci insegnano, la corsa alla Casa Bianca, politicamente parlando, difficilmente fa prigionieri.

ALEXANDRA OCASIO-ORTEZ: la giovane deputata di New York bazzica da anni nei ranghi del partito. Sebbene sia considerata da molti, tra cui lo stesso Bernie Sanders, l’erede dell’ala più socialista e progressista dei democratici, ha dimostrato di avere ottime doti strategiche avvicinandosi e ottenendo fiducia dalla leadership più moderata del partito negli ultimi anni. Nonostante ciò, la Ocasio-Cortez non ha mai tradito il suo animo social-liberale, ed è attualmente impegnata in una serie di comizi in diverse città americane insieme a Sanders denominata “Fighting Oligarchy Tour”. La sua giovane età e la sua forte presenza sui social media fanno breccia tra i più giovani, ma avendo ereditato il bacino d’utenza dell’ala di Sanders, anche nella classe operaia esercita una certa influenza. Se decidesse di correre per le presidenziali del 2028, Ocasio-Cortez potrebbe superare a sinistra tutte le amministrazioni democratiche precedenti e rappresentare una fortissima opposizione ideologica alla svolta sempre più conservatrice del Partito Repubblicano.

GAVIN NEWSOM: altro nome da tenere d’occhio è quello del californiano Gavin Newsom. Al governo dello stato dal 2019, quando il suo mandato finirà nel 2026 dovrà cercarsi un’altra poltrona. Politico capace e scaltro ma poco amato dagli elettori democratici, rappresenta la frangia più moderata del partito. Ha fatto molto discutere la sua decisione di aprire un podcast dove si lancia in dibattiti con politici e personalità pubbliche repubblicane tra cui Charlie Kirk e Steve Bannon. Centrista convinto, e talvolta controverso perché troppo a destra per molti dem, Newsom si è sempre fermamente opposto a Trump arrivando addirittura a denunciare la sua amministrazione per via dei dazi. Newsom, per ora, non ha espresso esplicitamente la volontà di correre per la Casa Bianca nel 2028, ma molti analisti ritengono che lo farà. Una sua eventuale candidatura raccoglierebbe molti voti riformisti, che, anche se non rappresentanti della maggior parte dell’elettorato dem, si sono sentiti spesso confusi e traditi dalle battaglie scelte dal partito negli ultimi anni.

PETE BUTTIGIEG: segretario dei trasporti durante l’amministrazione Biden, Buttigieg è un grande sostenitore dell’aborto, della green energy ed è attento alle riforme sociali e ai diritti dei lavoratori. Si è dichiarato a favore della legalizzazione delle droghe leggere e di una soluzione a due stati tra Israele e Palestina. Secondo i sondaggi Buttigieg è tra i top contender alle primarie democratiche del 2028. La sua candidatura non è ancora definitivamente decisa, come detto da lui stesso, ma pare essere una delle più probabili. E’ plausibile pensare che Buttigieg cercherebbe di raccogliere i cocci di ciò che è rimasto dei quattro anni di Biden, dando comunque una svolta più progressista e giovane al suo approccio politico.

I nomi papabili per una candidatura alle prossime primarie democratiche sono ancora molti, da JB Pritzker, il miliardario governatore dell’Illinois a Tim Walz e Josh Shapiro, che nelle scorse primarie erano avversari per la vicepresidenza, e continuano a proliferare nella confusione che avvolge in questi mesi il Partito Democratico. Molto dipenderà anche dall’effetto che Donald Trump eserciterà sugli elettori americani dell'opposizione: se il suo operato continuerà a dividere così fortemente gli americani allora è probabile che i democratici preferiscano uno dei candidati più progressisti nel partito, altrimenti anche l’ala moderata avrà le sue buone occasioni di emergere.

RICOSTRUIRE IL PARTITO

Qualunque sia il vero problema dei democratici, da un indirizzo politico insicuro, alla mancanza di un vero leader forte, all’indecisione dei suoi vertici nel grande gioco di Washington, rimane comunque il fatto che essi continuano a perdere terreno.

Dal 2020 al 2024, il novanta percento delle oltre 3100 contee statunitensi si sono mosse verso i repubblicani. Tra l’altro, i democratici hanno sofferto il maggior numero di sconfitte tra le minoranze, dai musulmani, ai nativi americani, passando per gli afroamericani e gli asiatici. Quest’ultimo dato contraddice direttamente la convinzione di lunga data del partito che l’emergere sempre maggiore di una coalizione di elettori “non bianchi” avrebbe garantito una solida maggioranza blu nel tempo, dimostrando palesemente come i dem si siano affidati ciecamente a dei filoni narrativi sbagliati per anni senza mai decidersi a scendere dal loro piedistallo. Questo rifiuto a confrontarsi con una realtà che è ciò che è anche come conseguenza delle scelte degli stessi democratici, e che è molto diversa da quella prevista, si è rivelata fatale a novembre 2024 quando tre tra gli stati più progressisti (New Jersey, New York e California) hanno registrato il maggiore shift verso Trump se comparato al 2020, consentendo ai repubblicani di reclutare quei 2 milioni e mezzo di elettori che gli hanno permesso di vincere il voto popolare. Quando poi il Partito Democratico si è accorto di essersi schiantato contro una realtà imprevista, la leadership è rimasta frastornata a tal punto da risultare non solo colpevole del fallimento, ma anche fortemente vulnerabile, dando il via ad un polverone interno da cui sicuramente qualcuno uscirà vincitore, ma anche indebolito dai suoi stessi compagni di partito.

Mentre molti analisti e consulenti si interrogano sulla direzione migliore per i democratici, tra chi consiglia un approccio moderato e chi invece chiede manovre che diano un messaggio forte, la cosa certa è che il Partito Democratico non può continuare a fare il gioco del silenzio ad oltranza aspettando l’incerta eventualità che Trump si autodistrugga. Gli ultimi mesi ci insegnano, infatti, che meno il Presidente si sente sfidato, e maggiore sarà la sua propensione ad attuare manovre illiberali ed espandere il proprio raggio d’azione.

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Giovanni Ferrazza

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