Nell’arco di pochi mesi Cuba si è ritrovata a dover affrontare una crisi energetica senza precedenti che ha impattato notevolmente sulla situazione economica già storicamente precaria dell’isola. Una serie di blackout quotidiani durati talvolta per giornate intere sono diventati la norma nella capitale L'Avana, per non parlare di supermercati quasi vuoti, ospedali costretti a rinviare interventi chirurgici non urgenti e università che hanno rimandato a casa gli studenti. Alla radice di questa drammatica situazione c'è la quasi totale assenza di carburante con l’aggravio di una pressione statunitense che ha raggiunto livelli senza precedenti nella storia recente delle relazioni tra i due paesi.
La fine del petrolio venezuelano
Le cause più profonde che hanno portato all’attuale crisi economica e umanitaria sull’isola sono da ricercarsi nella lunga e travagliata storia del paese caraibico che per anni ha sopportato leader e politiche economiche fallimentari oltre che giochi di potere, sanzioni commerciali, conflitti politici e militari perpetrati dalle più grandi nazioni del mondo. Per comprendere la natura del recente peggioramento della crisi è fondamentale sapere che, storicamente, Cuba è in grado di produrre autonomamente solo il 40% del proprio fabbisogno energetico necessitando di circa centomila barili di petrolio al giorno per alimentare il paese. Negli ultimi decenni l'isola si è affidata principalmente al Venezuela che garantiva tra i 20.000 e i 70.000 barili giornalieri essenziali per colmare il divario. Questo equilibrio, però, si è rotto improvvisamente all’inizio del 2026 quando gli Stati Uniti hanno condotto un’operazione militare che ha portato alla cattura del leader venezuelano Maduro e all’insediamento di un governo più allineato con Washington che ha deciso di chiudere i flussi di petrolio in uscita verso L'Avana. L’improvvisa interruzione degli approvvigionamenti energetici in combinazione con lo storico embargo – il cosiddetto el bloqueo – imposto dal presidente Kennedy nel 1962, tutt’ora in vigore, ha portato ad un immediato peggioramento della situazione, ormai critica, sull’isola.
La Dottrina Monroe e il blocco americano
L’interesse statunitense nei confronti di Cuba trova origine in una vecchia dottrina di politica estera nata per la prima volta nel 1800 con il Presidente USA Monroe e che Washington, ancora oggi, applica nei continenti americani. Il concetto essenziale che si pone alla base di questa politica è il fatto che nessuna potenza estera deve interferire con gli equilibri del continente americano, solo gli Stati Uniti si riservano il diritto di intervenire per garantire la stabilità della regione secondo i propri interessi. Dall’inizio del secondo mandato di Trump la situazione di Cuba è stata un pensiero fisso per l’amministrazione statunitense che in più occasioni ha rilasciato dichiarazioni pubbliche di interesse per il destino dell’isola. Il Presidente Trump, infatti, ha deciso di affidare il dossier dell’isola al Segretario di Stato Marco Rubio, vicino alla causa perché figlio di esuli cubani, e ha dichiarato che se ne sarebbe occupato personalmente dopo la fine del conflitto con l’Iran. Nel frattempo, però, Washington ha scelto di alzare ulteriormente il livello della pressione economica e sociale sull’isola minacciando dazi su qualsiasi paese avesse inviato carburante a Cuba. L'obiettivo esplicito di Trump è dunque quello di bloccare l'economia cubana sperando di provocare la caduta del regime che la governa dal 1959 e successivamente offrire un'apertura economica all'isola subordinata a un cambiamento politico.
La petroliera russa e gli scenari probabili
Il 30 marzo 2026 la petroliera russa Anatoly Kolodkin con 730.000 barili di greggio a bordo è arrivata a Cuba dopo quasi tre mesi di blocco di tutte le spedizioni di approvvigionamento. Nonostante il blocco navale americano impedisse a qualsiasi imbarcazione commerciale di avvicinarsi alle coste dell’isola, per questa volta l'amministrazione Trump ha scelto deliberatamente di non intervenire consentendo lo sbarco del carico. Lo stesso Trump ha liquidato la questione definendo il caso specifico come un gesto umanitario per alleggerire momentaneamente la crisi e aggiungendo di non avere "niente in contrario" all’iniziativa di altri paesi che volessero inviare petrolio a Cuba. Il punto di vista di Trump, infatti, è che "Cuba è finita. Hanno un regime pessimo. Hanno una leadership corrotta e pessima, e che riescano o meno a trovare una nave carica di petrolio, non farà alcuna differenza”.
Pertanto, come ha chiarito anche la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, non si tratta di un cambio di linea politica da parte dell’amministrazione statunitense. Così Washington continua con la sua idea di mettere pressione su Cuba per spingerla verso un’apertura economica, allo stesso tempo però vuole scongiurare un collasso totale dell’isola per non ritrovarsi uno stato fallito a poca distanza dalle proprie coste.
Un altro fattore che potrebbe aver spinto gli Stati Uniti a rendere più flessibile il blocco è la volontà di tutelare l’ambasciata USA che si trova a L’Avana. L’edificio americano, infatti, ha subito le conseguenze dell’interruzione dei rifornimenti al pari del resto dell’isola. Da alcune fonti del Washington Post, infatti, si apprende che l’ambasciata aveva comunicato la necessità di ricevere rifornimenti di carburante per mantenere l’operatività della struttura avanzando richiesta, poi respinta, al governo cubano di importare gasolio sufficiente per i propri generatori.
A queste motivazioni se ne aggiunge una terza, legata alla guerra in corso in Medio Oriente, infatti, in più occasioni il Presidente Trump ha dichiarato che si sarebbe occupato di Cuba solo dopo aver risolto il conflitto in Iran. Il protrarsi dello stallo economico e militare nello stretto di Hormuz lascia supporre che gli sforzi armati nella regione abbiano rallentato i tempi previsti dall'amministrazione per la questione cubana.
Fare previsioni affidabili sull’evoluzione della questione cubana è estremamente difficile per vie delle infinite variabili che potrebbero influire nella vicenda. Tuttavia, è abbastanza prevedibile che l’amministrazione Trump voglia scongiurare un possibile scenario in cui, a seguito del collasso totale delle infrastrutture energetiche e del sistema politico dell’isola, una grande parte della popolazione cubana decida di lasciare l’isola riversandosi sui confini statunitensi. Lo scenario migliore per gli USA sarebbe quello di raggiungere un accordo politico-economico con l’isola aprendo, di fatto, la porta al ritorno delle aziende americane sul territorio cubano e, presumibilmente, portando anche ad un aumento dell’indice di gradimento del Presidente Trump, ora ai minimi storici, in ottica delle midterm elections di novembre 2026.
Mondo Internazionale APS - Riproduzione Riservata ® 2026
Condividi il post
L'Autore
Jacopo Biagi
Categorie
Tag
Cuba L'Avana America Latina e Caraibi America Stati Uniti USA Russia Cina Embargo Economia Petrolio elettricità crisi economica crisi sociale crisi politica crisi umanitaria