Palma d'Oro a Jafar Panahi

Tra arte, dissidenza e speranza

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  Jacopo Cantoni
  30 maggio 2025
  2 minuti, 47 secondi

Appena insignito della Palma d’Oro a Cannes per Un Simple Accident, il ritorno a Teheran di Jafar Panahi ha avuto il sapore di un momento storico. Non si è trattato soltanto di un trionfo cinematografico – il primo per un regista iraniano dai tempi de Il sapore della ciliegia di Abbas Kiarostami nel 1997 – ma di un gesto carico di significato politico e umano.

Panahi, da anni sotto pressione da parte del regime iraniano, è ormai molto più di un cineasta: è il volto di un’arte che non si piega, simbolo vivente della resistenza culturale, della libertà di espressione e della dignità contro ogni forma di repressione.

Scortato dai cori di “Donna, vita, libertà” al suo arrivo all’aeroporto Imam Khomeini, Panahi è stato accolto con fiori e abbracci da una folla di cinefili e sostenitori. Un gesto di affetto, certo, ma anche una dichiarazione collettiva. Il regista, dopo anni di arresti, censure e divieti di lasciare il Paese, aveva promesso che sarebbe tornato “vittorioso o no”. E lo ha fatto davvero, presentandosi come simbolo di una speranza che resiste.

Il film Un Simple Accident – girato in segreto come molte delle sue opere precedenti (Taxi Teheran, per esempio) – racconta la storia di cinque iraniani che si confrontano con un uomo che credono responsabile delle torture subite in prigione. Una narrazione fortemente ispirata alla storia personale del regista, una denuncia senza filtri della brutalità del sistema repressivo iraniano.

Non a caso, il film ha subito scatenato un caso diplomatico: il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha definito la vittoria del film “un gesto di resistenza contro l’oppressione del regime iraniano”, provocando l’ira di Teheran, che ha convocato l’incaricato d’affari francese per protestare contro l’“ingerenza”.

Ma è proprio in questa tensione tra arte e potere che si colloca l’opera di Panahi. La sua produzione cinematografica, profondamente radicata nella realtà iraniana, ha sempre saputo parlare al mondo. Leone d’Oro a Venezia nel 2000 con Il cerchio, Orso d’Oro a Berlino nel 2015 con il già citato Taxi Teheran, Panahi ha fatto della sua vita e del suo corpo il campo di battaglia di una resistenza artistica, girando film con mezzi di fortuna, spesso in clandestinità, e trovando canali sotterranei per portarli all’estero.

Dopo l’ultimo arresto nel 2022, insieme ai colleghi Mohammad Rasoulof e Mostafa Al-Ahmad, Panahi aveva dichiarato uno sciopero della fame che aveva scosso la comunità internazionale e portato alla sua liberazione. Le sue parole dopo la vittoria a Cannes suonano oggi come un manifesto politico e umano:

“Mettiamo da parte le differenze. Ciò che conta ora è il nostro Paese e la sua libertà.”

Il cinema di Panahi è sangue nelle vene del cinema indipendente iraniano, come ha scritto il regista Mehdi Naderi. È anche, e ancora una volta, una testimonianza viva di come l’arte possa farsi gesto di resistenza, voce di chi non può parlare, e visione di un futuro possibile, lontano dall’oppressione.


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L'Autore

Jacopo Cantoni

Laureato in Cinema presso l'Alma mater Studiorum di Bologna, mi cimento nella scrittura di articoli inerenti a questo bellissimo campo, la Settima Arte. Attualmente frequento il corso Methods and Topics in Arts Management offerto dall'università Cattolica del Sacro Cuore.

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