Patto per il Mediterraneo: quali prospettive per il futuro dell'area

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  Tiziano Sini
  30 agosto 2025
  2 minuti, 54 secondi

Dalle prime indiscrezioni che sono emerse negli ultimi giorni, dopo mesi di intensi lavori da parte della Direzione Generale per il Medio Oriente, il Nord Africa e il Golfo (DG MENA), la Commissione il prossimo autunno, probabilmente a ottobre e salvo imprevisti, presenterà una proposta relativa a un nuovo Patto per il Mediterraneo.

Come dice il nome stesso, lo sforzo congiunto sotto la spinta di diversi Stati europei, ha come obiettivo la creazione e il rafforzamento di un nuovo spazio strategico nell’area del Mediterraneo, prospettiva non più rimandabile viste le crisi in corso, in primo luogo con Cina e Russia, ma anche con il progressivo deterioramento dei rapporti con un partner storico come gli Stati Uniti.

Ovviamente una crescente cooperazione diventa dirimente per rafforzare i rapporti commerciali e le catene del valore, scongiurando potenziali nuove crisi e garantendo maggiore stabilità e resilienza nella regione. Obiettivi raggiungibili attraverso la costruzione di partenariati strategici in settori come occupazione, energia, trasporti, sicurezza, migrazione, investimenti e altri settori di reciproco interesse[1].

Secondo le prime discrezioni emerse, il Patto dovrebbe includere per il momento Marocco, Palestina, Tunisia, Siria, Giordania, Israele, Libano, Libia, Egitto e Algeria, con la prospettiva di coinvolgere anche i Paesi del Golfo e la Turchia, che, come è noto, rivestono un ruolo strategico nell’area.

In questa delicata fase di negoziazione si è delineata in maniera abbastanza chiara la volontà da parte di diversi Stati europei di superare le barriere commerciali attualmente in vigore, modernizzando gli accordi esistenti e allineando i partner alle regole del mercato unico, in modo da creare una maggiore sinergia e convergenza in quei settori ritenuti strategici.

A onore della cronaca, questo non è assolutamente il primo tentativo volto a valorizzare una maggiore integrazione commerciale tra i Paesi del Mediterraneo: già nel ’95 con la Dichiarazione di Barcellona, era stata messa in cantiere la creazione di un’area di libero scambio euromediterranea (Emfta), che di fatto mai ha trovato realizzazione[2].

Alcuni anni dopo è stata, tuttavia, trovata una soluzione compromissoria, che ha posto le basi per l’istituzionalizzazione di un accordo commerciale preferenziale con i Paesi del Mediterraneo, delineato nelle Regole di origine preferenziale paneuromediterranea, meglio conosciuta come Convenzione Pem. Accordo commerciale multilaterale, che comprendeva, oltre i sopracitati membri dell’Emfta, alcuni Paesi dei Balcani occidentali, l’Ucraina, la Georgia e la Repubblica di Moldova, era finalizzato ad armonizzare le regole di origine[3].

Un punto quest’ultimo, che evidenzia la vera sfida dell’iniziativa: il difficile processo di armonizzazione normativa di contesti tutt’ora molto diversi, finalizzato all’integrazione dei mercati e alla costruzione di nuove catene di valore.

Uno scoglio che all’interno del documento trova alcuni spunti importanti e introduce alcune proposte, come l’utilizzo di strumenti di e-government ispirati al Regolamento generale sulla protezione dei dati[4].

Spunti importanti che fanno emergere, in primo luogo, la volontà da parte delle Istituzioni europee di affrontare le sfide del nostro tempo attraverso l’apertura a soluzioni, che fino a pochi anni fa sembravano davvero difficili da negoziare, ma che le contingenze attuali hanno tramutato in strategiche e necessarie.


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Tiziano Sini

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UE Patto per il Mediterraneo nord africa Medio Oriente Commissione Europea single market