Oggi, 24 settembre, è in programma a Washington l’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping. L’intelligenza artificiale è tra i dossier che accompagnano il vertice ed è già entrata nei colloqui preparatori: il 20 settembre, a New York, il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent e il vicepremier cinese He Lifeng hanno discusso di una proposta americana per creare un meccanismo bilaterale di notifica dei rischi legati all’IA. In generale, il confronto tecnologico tra Washington e Pechino viene spesso raccontato come una gara per stabilire chi sia più avanti; tuttavia, la questione non riguarda soltanto chi stia “vincendo”: un progresso dell’altra parte può tradursi anche in un vantaggio economico, militare o strategico e, proprio per questo, spingere il concorrente ad accelerare a sua volta gli investimenti, rafforzare le proprie capacità o introdurre nuove restrizioni. Si crea così una dinamica in cui le mosse di una potenza alimentano le reazioni dell’altra. Allo stesso tempo, quanto più questa competizione aumenta l’incertezza e i rischi di escalation, tanto più emerge l’interesse a mantenere aperti alcuni canali di cooperazione.
Che la competizione riguardi molto più del semplice vantaggio tecnico emerge anche dal modo in cui Washington e Pechino definiscono la leadership nell’IA: da un lato, il piano statunitense sull’intelligenza artificiale esplicita una corsa per la leadership globale, collegando il primato americano a competitività economica, sicurezza nazionale, infrastrutture e diffusione internazionale di hardware, modelli e software; dall’altro, sul versante cinese, il Global AI Governance Action Plan del luglio 2025 adotta un linguaggio orientato all’apertura, alla cooperazione tecnologica, alle infrastrutture condivise e a un maggiore accesso all’intelligenza artificiale per i paesi del Sud globale. Sebbene i due documenti abbiano natura istituzionale differente, entrambi mostrano come la leadership comporti anche la capacità di incidere sullo sviluppo, sulla distribuzione e sulla governance della tecnologia.
Definire questa dinamica come una semplice nuova corsa agli armamenti risulta riduttivo, perché l’intelligenza artificiale attraversa contemporaneamente ricerca scientifica, industria, mercati e difesa, coinvolgendo Stati, imprese e università. Da qui l’idea di una “corsa geopolitica all’innovazione”, nella quale sicurezza, interessi economici e status convivono con forme di collaborazione che una tradizionale corsa agli armamenti spiegherebbe con maggiore difficoltà. È proprio questa sovrapposizione a complicare la lettura delle mosse dell’altra parte, dal momento che una tecnologia sviluppata per finalità commerciali può acquisire anche applicazioni strategiche.
Nelle relazioni internazionali questo meccanismo è noto come dilemma della sicurezza e si verifica quando le misure adottate da uno Stato per aumentare la propria sicurezza finiscono per accrescere l’insicurezza percepita dagli altri, generando nuove contromisure anche in assenza di un intento aggressivo iniziale. Nel caso dell’intelligenza artificiale, la natura a duplice uso della tecnologia complica ulteriormente il problema, perché capacità sviluppate per finalità civili o commerciali possono produrre anche vantaggi strategici. Diventa quindi più difficile distinguere un avanzamento volto ad accrescere la propria capacità tecnologica da uno capace di modificare anche gli equilibri di sicurezza.
Un esempio viene dalla competizione sull’intelligenza artificiale generativa. Il successo di ChatGPT ha reso più evidente, nelle fonti cinesi analizzate, il vantaggio tecnologico statunitense, alimentando al tempo stesso preoccupazioni legate alla dipendenza da un ecosistema sviluppato negli Stati Uniti, ai flussi informativi e alla sicurezza interna. A queste preoccupazioni la Cina ha risposto combinando una maggiore regolamentazione dell’intelligenza artificiale generativa con il rafforzamento delle proprie capacità tecnologiche. L’avanzamento dei modelli cinesi ha però modificato a sua volta la percezione americana della competizione: con l’emergere di DeepSeek sono cresciuti i timori per un possibile restringimento del vantaggio tecnologico statunitense e per le implicazioni strategiche dei progressi cinesi. Il punto, quindi, non è che ogni innovazione venga automaticamente percepita come una minaccia, ma che il progresso di una parte possa modificare il modo in cui l’altra valuta la propria posizione e, di conseguenza, generare nuove risposte competitive.
Una dinamica analoga emerge anche nella riflessione cinese sull’impiego militare dell’IA, dove l’analisi di 140 pubblicazioni apparse tra il 1988 e il 2022 mostra come gli sviluppi statunitensi abbiano costituito un termine di confronto costante per valutare le capacità cinesi. In diversi contributi, infatti, il vantaggio americano alimenta la percezione di un ritardo da colmare e rafforza l’urgenza di accelerare lo sviluppo delle proprie capacità, facendo degli Stati Uniti non solo il principale concorrente, ma anche il parametro rispetto al quale misurare la propria posizione e calibrare il ritmo della competizione.
È proprio questa dinamica, in cui i progressi di una potenza modificano il modo in cui l’altra valuta la propria posizione, a rendere utile il richiamo a Tucidide. Nel racconto della guerra del Peloponneso, lo storico ateniese non riconduce infatti il comportamento delle potenze al solo equilibrio delle loro capacità, ma richiama anche paura, interesse e onore come motivazioni dell’azione politica. Trasposte con cautela nel presente, queste categorie permettono di spostare l’attenzione da una domanda puramente quantitativa — chi è più avanti nella competizione tecnologica — a un problema più ampio, legato al significato che ciascuna potenza attribuisce ai progressi dell’altra.
È anche per questo che il riferimento di Xi Jinping alla “trappola di Tucidide”, durante l’incontro con Trump a Pechino dello scorso maggio, è rilevante ma non sufficiente a spiegare la relazione tra Stati Uniti e Cina. La formula viene oggi utilizzata per descrivere il rischio di conflitto tra una potenza emergente e una dominante, ma tende a concentrare l’attenzione soprattutto sul cambiamento nei rapporti di forza. Nel caso dell’intelligenza artificiale, invece, conta anche il modo in cui quel cambiamento viene interpretato. La paura riguarda l’incertezza sulle capacità dell’altro e il timore di perdere terreno; l’interesse passa attraverso risorse concrete come capacità di calcolo, semiconduttori, infrastrutture, mercati e standard, mentre l’“onore”, riletto nel presente attraverso la dimensione dello status, riguarda anche la posizione che la leadership tecnologica consente di rivendicare sul piano internazionale. Il vantaggio nell’IA assume così un valore materiale, strategico e simbolico, contribuendo a spiegare perché ogni cambiamento nella posizione relativa possa produrre effetti che vanno oltre la tecnologia stessa.
La competizione non esclude, però, la possibilità di cooperare su alcuni rischi specifici. Proprio perché le capacità dell’altra parte sono difficili da valutare e alcune applicazioni dell’intelligenza artificiale possono avere conseguenze anche sul piano militare, ridurre l’incertezza diventa un interesse condiviso. Questa convergenza rimane tuttavia limitata alla gestione dei rischi: Washington e Pechino possono avere interesse a migliorare la comunicazione e prevenire incomprensioni senza per questo rinunciare ai vantaggi associati alla leadership tecnologica.
L’intesa raggiunta nei colloqui del 20 settembre sulla formalizzazione di un dialogo bilaterale sull’IA non segna quindi un arretramento del confronto tra Stati Uniti e Cina; mostra piuttosto come rivalità e strumenti di contenimento possano svilupparsi parallelamente. Entrambe le potenze continuano infatti ad avere forti incentivi a perseguire la leadership tecnologica, ma proprio la possibilità che l’incertezza produca conseguenze indesiderate crea anche un interesse a costruire strumenti capaci di contenerne almeno alcuni effetti.
È alla luce di questa tensione che il richiamo a Tucidide conserva la sua utilità, perché la competizione tecnologica non conduce necessariamente al conflitto ma può alimentare nuove risposte competitive ogni volta che cresce l’incertezza sulle capacità dell’altra parte, anche quando entrambe riconoscono l’esistenza di rischi comuni. L’incontro di oggi va letto dentro questa ambivalenza, e un eventuale avanzamento sul meccanismo di notifica non segnerebbe una tregua nella competizione sull’intelligenza artificiale, quanto piuttosto la possibilità di costruire strumenti minimi di gestione del rischio mentre la rivalità prosegue. Il punto, quindi, non è se Stati Uniti e Cina continueranno a competere, ma se riusciranno a evitare che l’incertezza generata da questa competizione diventi essa stessa una fonte di escalation.
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L'Autore
Tommaso Ravizza
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intelligenza artificiale Stati Uniti Cina Tucidide competizione tecnologica