Si chiude con la condanna alla pena capitale il processo a Sheikh Hasina, ex premier bangladese riconosciuta colpevole di crimini contro l’umanità in relazione alla repressione delle manifestazioni studentesche avvenuta nell’estate del 2024, costata la vita a 1400 civili, con migliaia di feriti e almeno 11.000 arresti. La sentenza, pronunciata lo scorso lunedì dal tribunale speciale istituito a Dacca, è stata accolta con fervente entusiasmo sia dentro che fuori dall’aula, dove si sono raccolte centinaia di persone in attesa del verdetto.
A livello nazionale, la sentenza, lunga ben 453 pagine, segna una vittoria per il governo ad interim presidiato da Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace nel 2006, realizzando la promessa di rendere giustizia alle vittime del massacro e alle loro famiglie, fatta immediatamente dopo l’insediamento. Per quanto la condanna risulti impugnabile in Appello presso la Corte Suprema, nonché di difficile esecuzione visto che Hasina ad oggi vive in esilio in territorio indiano, dov’è fuggita in seguito alla caduta del suo governo, questo verdetto è stato percepito come un passaggio “necessario” per un esecutivo nato con lo scopo di “ricostruire il Bangladesh”.
Diverse ONG che si battono per la difesa dei diritti umani hanno commentato negativamente le modalità con cui nel Paese si è cercato di fare i conti col passato, giudicando il processo “non equo”, vista la mancanza d’imparzialità dell’organo giudiziario e l’irregolarità delle procedure. Agnés Callamard, segretaria generale di Amnesty International, ha sottolineato l’inadeguatezza del tempo assegnato ad Hasina per preparare la propria difesa e la scorretta nomina di un avvocato scelto dal tribunale per assisterla, concludendo che “le vittime meritavano di meglio […], non la commissione di ulteriori violazioni dei diritti umani, come la pena di morte”.
La condanna alla pena capitale è stata comminata anche all’ex ministro dell’Interno Asaduzzaman Khan Kamal e al capo delle Forze di polizia Abdullah al Mamun, unico dei tre a essere fisicamente presente in aula. L’accusa è stata la medesima, ossia di aver autorizzato l’uso della forza contro cittadini disarmati, riversatisi nelle strade della capitale per manifestare pacificamente contro le modalità di assegnazione degli incarichi pubblici, ritenute discriminatorie a causa di un sistema quote elitario, e contro il progressivo profilo autoritario che il governo di Hasina stava assumendo.
La chiusura di questo capitolo arriva a pochi mesi dalle elezioni nazionali, indette per febbraio, alle quali con ogni probabilità l’associazione politica di Hasina, l’Awami League, non potrà prendere parte. Infatti, la Commissione elettorale bangladese ha rimosso il movimento politico dall’elenco ufficiale dei partiti registrati, vietandone qualsivoglia attività all’interno dei confini del Paese, in virtù delle leggi antiterrorismo in vigore sul territorio. Come riporta il New York Times, Hasina ha risposto respingendo “totalmente” le accuse mosse dal tribunale, da lei ritenuto “inadeguato” e finalizzato unicamente a fare dell’Awami League un “capro espiatorio”.
Il destino dell’ex primo ministro resta appeso alle volontà del governo indiano, il quale si è detto “impegnato a tutelare gli interessi dei bangladesi”, e pronto a lavorare in modo “costruttivo con tutte le parti coinvolte”. Al momento, alla richiesta ufficiale di estradizione di Hasina inviata da Dacca a Nuova Delhi il dicembre scorso, prima dell’inizio del procedimento giudiziario, non è ancora giunta risposta.
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L'Autore
Francesco Oppio
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