Perché il Mecca Joint Agreement non è la nuova NATO

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  Beatrice Parisi
  23 agosto 2026
  4 minuti, 24 secondi

Il recente patto di difesa collettiva, firmato a La Mecca il 7 agosto dall'Arabia Saudita, dalla Turchia e dal Pakistan, si inserisce in un contesto regionale di crescente instabilità, caratterizzato da un vero e proprio mosaico di minacce. Il perno dell’accordo è la difesa collettiva: la clausola secondo cui un attacco contro uno dei tre Paesi equivale a un attacco contro tutti richiama, apparentemente, l’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica. È proprio questa apparente analogia a rendere necessario un confronto più approfondito. Sono quattro gli assi argomentativi che permettono di comprendere perché il Mecca Joint Defence Agreement costituisca un’architettura di sicurezza profondamente diversa dalla NATO: l’incertezza sul grado di istituzionalizzazione, l’assenza di un nemico comune, la divergenza delle percezioni di sicurezza e l’ambiguità della dimensione nucleare. Il fatto che i tre Paesi considerino un’aggressione contro uno di essi come un’aggressione contro tutti è certamente un indicatore importante, ma l’impegno politico dovrebbe essere accompagnato da un’architettura istituzionale al fine di renderlo operativo. Infatti, la credibilità dell’accordo deriverà dalla capacità dei tre Paesi di giungere ad esercitazioni congiunte, al coordinamento dell’intelligence e soprattutto alla capacità di gestire un’eventuale crisi futura. Se siano stati pensati specifici strumenti a tal fine non è possibile saperlo, dato che il testo dell’accordo non è stato reso noto. Seppur non siano stati individuati minacce e attori specifici da contrastare, l’Iran costituisce uno dei principali fattori di sicurezza che spiegano il momento e la rilevanza dell’accordo, ma nonostante questo non si può affermare che i tre attori condividano le stesse urgenze securitarie, per questo il reciproco impegno di intervento potrebbe rappresentare un deterrente o al contrario l’input per l’allargamento delle ostilità su scala più ampia. L’accordo arriva in un momento particolarmente incerto e instabile in cui ogni attore coinvolto nell’accordo è minacciato da diversi fronti e attori; dunque, il paragone con la NATO risulta fallace in quanto il sistema dell’Alleanza Atlantica nasce sull’onda della paura di un espansionismo sovietico: il nemico da contrastare era ben identificato e la provenienza della minaccia risultava relativamente prevedibile. Al contrario, le priorità securitarie dei tre Paesi sono ampiamente diversificate. La Turchia tenta di superare il tradizionale ruolo di cerniera tra Europa e Asia, trasformando la propria posizione geografica in una capacità di proiezione strategica transregionale. La partecipazione congiunta alla NATO e al Mecca Joint Defence Agreement rappresenta un’espressione concreta di questa ambizione di proiezione transregionale, che Israele interpreta invece come una crescente minaccia da contrastare. Tali timori si sono manifestati nel recente attacco israeliano alla base siriana di Abu al-Duhur, giustificato da Tel Aviv con la necessità di impedire un possibile dispiegamento militare turco nell’area.

Se la Turchia guarda dunque al patto come a un ulteriore strumento attraverso cui consolidare la propria proiezione strategica, il Pakistan vi porta una preoccupazione di natura profondamente diversa: la rivalità con l’India. I rapporti tra i due Paesi restano ancora molto tesi; il Kashmir resta un nodo irrisolto nei rapporti tra Pakistan e India, a cui si aggiungono le crescenti controversie sulla gestione delle risorse idriche. In linea teorica, la presenza del Pakistan introduce nel patto una dimensione di deterrenza nucleare. Non è tuttavia chiaro se e in quale misura la deterrenza pakistana possa essere estesa agli altri due firmatari, siccome il testo non chiarisce gli obblighi concreti derivanti dall’impegno di mutua difesa. La questione assume particolare rilevanza alla luce del precedente rappresentato dal nuclear sharing in ambito NATO. Tuttavia, è difficile immaginare un’applicazione analoga senza conseguenze nel contesto del patto di La Mecca. La Turchia ospita già armi tattiche nucleari statunitensi, mentre un eventuale dispiegamento di capacità nucleari pakistane in Arabia Saudita introdurrebbe un elemento del tutto nuovo negli equilibri strategici regionali, già caratterizzati da profonde tensioni e da una crescente competizione nucleare latente. È proprio questa ambiguità a evidenziare quanto il patto sia ancora lontano dall’architettura integrata e istituzionalizzata della NATO. È tuttavia la posizione dell’Arabia Saudita a offrire la chiave di lettura più ampia del significato dell’accordo. Le più recenti evoluzioni dei rapporti tra Riyadh e Washington mettono in luce la necessità di fare affidamento su ulteriori garanzie di sicurezza dinanzi a minacce multiple e all’incertezza sulla volontà degli Stati Uniti di assumere un ruolo attivo in ogni crisi regionale. Riyadh non sembra infatti intenzionata a sostituire la propria storica partnership strategica con Washington, quanto piuttosto ad affiancarle ulteriori garanzie di sicurezza. In definitiva, più che la nascita di una nuova NATO, il patto sembra rispondere alla necessità dei suoi firmatari di ampliare i propri margini di manovra in un ambiente strategico sempre più incerto: la proiezione transregionale della Turchia, la deterrenza del Pakistan e la ricerca saudita di una maggiore diversificazione securitaria convergono così in una nuova forma di cooperazione che nella sua fase embrionale non può ancora essere paragonata ad alcuna struttura esistente.

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Beatrice Parisi

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