Origini
Per decenni, nella Repubblica Democratica del Congo si è svolta una delle crisi umanitarie più mortali del mondo, un conflitto che prosegue causando sfollamenti, disastri naturali, fame e focolai di malattie sulle orme della seconda guerra del Congo, una delle peggiori guerre della storia africana.
Tra il 1996 e il 1997 si svolse la prima guerra del Congo, la cui miccia fu il genocidio ruandese del 1994 nei confronti delle minoranze etniche Tutsi e Hutu moderati e una cui conseguenza furono i 2 milioni di persone, che trovarono rifugio nei campi profughi del Congo.
Tra essi, emerse un gruppo di estremisti Hutu che iniziarono a scontrarsi con le milizie Tutsi, il Fronte Patriottico Ruandese.
Al contempo, in Ruanda vinceva il RPF a discapito del governo genocida, dando origine a un nuovo governo Tutsi guidato dal presidente Paul Kagame che iniziò l’invasione della Repubblica Democratica del Congo, ai tempi conosciuta come Repubblica dello Zaire e governata dal dittatore Mobutu Sese Seko.
Questo primo assalto avvenne con l'aiuto di altri stati africani tra cui l’Uganda e l’Angola, sebbene il sostegno maggiore a Kagame giunse dal leader dell'opposizione dello Zaire Laurent Kabila, che coordinò l’invasione delle milizie.
La prima guerra del Congo terminò con la vittoria della coalizione Kabila-Kagame e la fuga di Mobutu nel 1997, legittimando l'insediamento di Kabila come presidente dello Zaire, il quale nello stesso anno divenne ufficialmente Repubblica Democratica del Congo.
La tregua durò solo un anno perché già nel 1998 scoppiò la seconda guerra congolese, considerata la più mortale della storia dalla seconda guerra mondiale e causata dal deterioramento dei rapporti tra i due: il Presidente del Congo negò la responsabilità di Kagame nella liberazione del Paese in modo tale da mettere a tacere le voci che implicavano un'influenza ruandese sul governo congolese.
Non solo: Kabila ordinò a tutte le truppe militare ruandesi e straniere di uscire dalla RDC e rimosse dal suo governo la presenza dei Tutsi, permettendo invece ai gruppi armati Hutu di organizzarsi al confine.
La risposta ruandese arrivò prontamente nel 1998 invadendo il Paese con l'obiettivo di creare una zona controllata dalle sue truppe nelle terre di confine tra RDC e Ruanda.
Negli anni successivi, tra il 2002 e il 2003, Ruanda e RDC iniziarono a firmare accordi di pace, che nonostante la presenza di una forza di pace delle Nazioni Unite, non riuscirono a fermare gli scontri.
Uno dei gruppi armati più importanti che iniziò a emergere negli anni 2000 fu il Movimento del 23 marzo (M23), composto principalmente da Tutsi, che negli anni successivi è diventato una presenza importante della RDC orientale.
Nel 2013, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha autorizzato il mandato della Missione di stabilizzazione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite nella RDC (MONUSCO) per sostenere l'esercito congolese nella sua lotta contro M23.
Negli anni, un ulteriore punto di scontro sono state le grandissime riserve nel territorio congolese di metalli e minerali utilizzati nell’elettronica, che hanno portato al coinvolgimento di gruppi armati locali ed esterni.
Sono quindi le risorse minerarie del Paese ad avere globalizzato il conflitto: attualmente le società cinesi possiedono la maggior parte delle miniere di uranio, rame e cobalto nel Paese, e per la sicurezza delle risorse stesse hanno schierato l’esercito congolese nei siti minerari.
Sviluppi recenti
I combattimenti tra le Forze di Sicurezza Congolesi e i gruppi militari guidati da M23 si sono intensificati nel 2025 quando questi ultimi hanno raggiunto Goma, la capitale della provincia orientale del Nord Kivu, con il Ruanda che continua a essere uno dei maggiori sostenitori politici del gruppo armato.
Kinshasa e le Nazioni Unite hanno accusato Kigali di finanziare la rinascita di M23 e in risposta, Kigali accusa Kinshasa di sostenere le milizie estremiste Hutu tra le quali risaltano le Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR), gruppo che include alcuni dei responsabili del genocidio ruandese.
Nonostante il governo ruandese definisca le FDLR come ‘’minaccia genocida", esso stesso è accusato da diversi rapporti delle Nazioni Unite di "utilizzare il conflitto come un modo per saccheggio dei minerali congolesi’’, accuse che Kagame ha sempre negato.
L'ultimo di questi rapporti ONU risale al 30 dicembre scorso: di fronte all'aggravarsi della situazione, il confine sottile tra ribellione interna e aggressione esterna sembra essere ormai invisibile, lasciando invece spazio a un conflitto regionale che minaccia la stabilità dell’intera Africa centrale.
Come sottolineano gli esperti, M23 non è più una semplice milizia interna, ma una vera e propria forza che governa sulle regioni occupate rendendo tale occupazione ‘’normalizzata’’.
Il rapporto ONU riporta anche prove del coinvolgimento delle Forze di Difesa Ruandesi (RDF) nella RDC in sostegno del gruppo M23, tra cui l’identificazione di alti ufficiali e l’impiego di armamenti sofisticati.
Ciò che va sottolineato è invece che la collaborazione delle Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo (FARDC) con le FDLR è un pretesto a cui il Ruanda si appella come casus belli per giustificare i propri interventi.
L’attuale presidente della Regione dei Grandi Laghi Félix Tshisekedi per far fronte agli attacchi di M23 sta ricorrendo anche all'appoggio dei Wazalendo, i patrioti congolesi accusati di violenze sistematiche contro i civili che cooperano con le milizie locali, rischiando così un'ulteriore frammentazione della sicurezza del Paese e della popolazione.
Il motore economico del conflitto rimane lo sfruttamento delle risorse naturali di cui il Paese è ricco, come oro e coltan. Il rapporto ONU traccia le rotte dell’oro che una volta estratto dai siti minerari controllati dai gruppi armati fluisce verso Ruanda e Uganda, per poi essere “ripulito” e immesso sui mercati internazionali, soprattutto negli Emirati.
La guerra, dunque, non è solo uno scontro tra poteri, ma un business più che redditizio.
Crisi umanitaria
Nonostante i tentativi di pace, gli esperti dichiarano che: “Le violazioni del diritto internazionale umanitario sono sistematiche”, e che “il numero di sfollati interni ha raggiunto cifre record, aggravando una crisi umanitaria già catastrofica”.
È il Burundi il principale Paese che ospita attualmente circa 200.000 rifugiati richiedenti asilo che fuggono dal conflitto in RDC e che secondo l’UNHCR vivono in rifugi di fortuna esposti alle intemperie e senza cibo o cure sufficienti.
La situazione umanitaria è peggiorata in modo significativo e l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) stima che nel 2026 circa 14,9 milioni di persone avranno bisogno di assistenza sanitaria e tra questi rientrano anche i 513.000 congolesi rifugiati in Paesi limitrofi.
Da qui a giugno, nel Paese considerato tra i più poveri del mondo (il 75% di congolesi vivono al di sotto la soglia della povertà), 26,6 milioni di persone affronteranno una crisi della fame, mettendo a rischio di malnutrizione acuta circa 4,18 milioni di bambini di età inferiore ai 5 anni.
Inoltre, anche l’assistenza sanitaria, i servizi igienico-sanitari e l'acqua pulita sono gravemente minacciati: l’insieme di fattori dato da disastri naturali, conflitti e sfollamenti porta a un aumento di focolai di malattie che in una normale condizione igienica sarebbero prevenibili e curabili, quali il morbillo, la malaria, l’ebola e il colera, focolai che si diffondono soprattutto in quelle aree sovraffollate e scarsamente fornite di farmaci e vaccinazioni.
Infine, il rapporto ONU avverte l’intera comunità internazionale che il modo per porre fine a questo conflitto mortale è spostare il mirino sul vero carburante di questa guerra: i flussi finanziari e i flussi di armi.
Il rapporto S/2025/858 segna quindi un’importante svolta, sostenendo che per fermare la crisi decennale non siano più sufficienti i cessate il fuoco, ma che occorra colpire il motore economico che si cela dietro lo stesso.
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