Riconoscere la “Palestina”: motivazioni aspettative e implicazioni

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  Redazione
  30 settembre 2025
  8 minuti, 6 secondi

A cura del Dott. Pierpaolo Piras, studioso di Geopolitica e componente del Comitato per lo Sviluppo di Mondo Internazionale APS

Sono numerose le carenze relative al riconoscimento come “Stato della Palestina” (che oggi giuridicamente ancora non esiste) tra cui la sua persistente incapacità di affrontare i legittimi timori israeliani e di promuovere le riforme necessarie a questo scopo da parte dell'Autorità Nazionale Palestinese.

Le recenti decisioni di alcuni governi occidentali di riconoscere lo Stato palestinese dovrebbero essere viste come un rimprovero a Israele ma in prevalenza per le politiche agenti all’interno di questi paesi, non come uno sforzo virtuoso e costruttivo per sfruttare un processo ponderato di riconoscimento al fine di promuovere un cambiamento significativo e duraturo tra israeliani e palestinesi. Queste decisioni sono state finora performative e controproducenti e più che altro al servizio esclusivo di un "fare bella figura" in patria, magari a fini elettorali, piuttosto che la finalità unica di "fare del bene". È scontato che gli israeliani di tutto lo spettro politico interno considerino dal lato pratico le iniziative per riconoscere la "Palestina" come una vittoria sostanziale per Hamas, specie considerando che tale riconoscimento non risolverebbe alcunché per la liberazione degli ostaggi israeliani ancora detenuti in condizioni spaventose da Hamas nei tunnel di Gaza.

I sostenitori...

Alcuni commentatori cercano di propagandare che Hamas si opponga alla creazione di uno Stato palestinese, ma che dovremmo seguire gli stessi leader di Hamas, i quali hanno accolto con gioia gli annunci di riconoscimento come un successo facilitato, essi dicono, dall'attacco del 7 ottobre. In effetti, Hamas potrebbe opporsi al riconoscimento se fosse collegato a un processo di riconciliazione e pace, ma questi annunci di disponibilità al riconoscimento dello Stato non sono mai accompagnati ad alcuna condizione virtuosa: né dal rilascio degli ostaggi, né al disarmo di Hamas, né ad alcun processo di riconoscimento reciproco, né ad alcuna forma di garanzia e controllo.

Inoltre, la "Dichiarazione di New York" sulla “soluzione a due stati”, approvata recentemente anche dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si basa sulle ripetute promesse profferite dall'Autorità Nazionale Palestinese (ANP) in materia di riforme, tra le quali l'impegno a indire libere elezioni nel prossimo anno.

Dal punto di vista di Israele, quest’ultimo è visto come un metodo retrogrado, concedendo il riconoscimento di uno stato palestinese oggi in cambio di qualcosa (elezioni) che il leader dell'ANP promette di fare in futuro. Il che appare come una promessa già fatta ma anche infranta costantemente pure in passato. L'ordine inverso - nel quale il riconoscimento internazionale verrebbe concesso a seguito dell'attuazione di tali misure - disincentiverebbe più efficacemente Hamas e incentiverebbe l'ANP a onorare i propri obblighi di buona governance.

In teoria, una dichiarazione di riconoscimento avrebbe potuto affermare sia l'identità del popolo palestinese che quella del popolo israeliano insieme al loro diritto a rappresentare degnamente un’entità statuale. Che però avrebbe potuto minare sia l'agenda massimalista e totalitaria di Hamas sia il pensiero di quella fazione nutrita di israeliani che vogliono la piena annessione dei territori palestinesi. Ma nemmeno questa formulazione è stata utilizzata. In definitiva, quando si tratta di riconoscere lo Stato palestinese, conta solo un gruppo abbastanza fragile dei protagonisti: il popolo israeliano, e la sfida di convincere gli israeliani che uno Stato del genere non rappresenterebbe una minaccia per la loro sicurezza è oggi molto più grande di quanto non fosse prima del 7 ottobre.

Non riuscendo ad affrontare le paure fondamentali del popolo israeliano – soprattutto non facendo nulla per liberare gli ostaggi o rimuovere Hamas dal potere – queste mosse della comunità internazionale per il riconoscimento dello Stato palestinese non fanno che rendere tale processo più difficile. Ironicamente, l'unico gruppo di persone all'interno di Israele che potrebbe accogliere con favore queste dichiarazioni di riconoscimento dello Stato palestinese sono gli “annessionisti”, che le useranno certamente come copertura politica per portare avanti i propri programmi.

Il parere di altri...

Le dichiarazioni dei paesi europei che riconoscono la "Palestina" riguardano molto più la politica interna che Hamas in sé o la guerra in corso. Le strade in Europa sono in fermento e il riconoscimento dello Stato palestinese è un'azione che i leader possono intraprendere giusto per placare gli elettori senza ricorrere a misure più dure e difficili da applicare come adottare sanzionare verso Israele. Da un punto di vista pratico, tale riconoscimento avrà scarso impatto reale né sugli israeliani né sui palestinesi: dopotutto, l'unico Stato di cui i palestinesi hanno effettivo bisogno è Israele.

La domanda chiave rimane: come sarà possibile convincere gli israeliani che hanno un vero partner tra i palestinesi e che lavorare insieme porterebbe entrambi verso un futuro sicuro e stabile? Soprattutto dalla tragica data del 7 ottobre, la maggior parte degli israeliani si oppone alla creazione di uno Stato palestinese non tanto per ragioni ideologiche ma per mera paura che possa accadere un’altra volta. Pertanto, i palestinesi devono affrontare e soddisfare con criteri oggettivabili le legittime preoccupazioni di Israele in materia di sicurezza. Va da sé che la eventuale pressione internazionale non avrà il potere di smuovere il popolo israeliano, né lo farà il teatro politico che avverrà in seguito al riconoscimento pieno di uno Stato palestinese.

La migliore prassi

Per costruire una pace credibile, è necessario avviare un processo che coinvolga entrambi, israeliani e palestinesi, e per questo dobbiamo iniziare con un netto cambio della leadership attuale. Le decisioni di riconoscere la Palestina delle quali stiamo discutendo si basano principalmente su una lettera inviata dal Presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas, al Principe Ereditario Saudita, Muhammad bin Salman, e al Presidente francese, Emmanuel Macron, nella quale si promettevano regolari elezioni presidenziali e legislative palestinesi, alle quali ad Hamas sarebbe stato vietato partecipare, entro un anno.

È inoltre essenziale che queste elezioni si svolgano prima delle prossime elezioni israeliane, in guisa che gli elettori israeliani possano vedere la possibilità di far emergere una nuova leadership palestinese popolare, in grado di assumere le migliori decisioni, alcune delle quali impopolari ma necessarie per la pace. Una volta che gli israeliani vedranno che i palestinesi comuni hanno scelto una nuova leadership, si spera che saranno incoraggiati a votare per una nuova coalizione impegnata pure per un processo di pace e la riconciliazione. Il presidente Abbas ha convinto i leader europei di voler riformare l'Autorità Nazionale Palestinese, ma finora non c'è stata alcuna riforma significativa in questo senso. Al contrario, l’ANP gestisce tuttora uno stato di polizia nel quale attivisti del tutto pacifici vengono prelevati arbitrariamente per essere interrogati e poi scompaiono. Nonostante ciò, il leader Abu Abbas, si reca annualmente a New York, per tenere un discorso all’ONU di fronte alle maggiori potenze mondiali. Va da sé che questa non può definirsi come una vera leadership nazionale né che questa prassi politica possa considerarsi in senso realmente riformistico.

Il profilo internazionale

Cronologicamente, la Repubblica Francese ha assunto un ruolo guida – dimostrando scarsa considerazione per un’azione comunitaria - nello sforzo internazionale per il riconoscimento di uno Stato palestinese, riconoscendo tre motivi fondamentali : (1) il Presidente Macron è frustrato dal Primo Ministro Netanyahu, che ritiene stia svolgendo un ruolo determinante nell'escalation del conflitto di Gaza; (2) Macron è seriamente colpito dalla crisi umanitaria venutasi a creare Gaza; (3) è una questione interna per la quale Macron sta utilizzando questa argomentazione per mettere a tacere le critiche della sinistra politica francese, compresa quella più estrema.

Secondo il Ministro degli Esteri francese, Macron ha deciso di riconoscere uno Stato palestinese il giorno di giugno nel quale Israele ha iniziato i bombardamenti sull'Iran. Per quanto riguarda il formato, l'organizzazione di conferenze internazionali è uno degli strumenti di politica estera preferiti da Macron. È importante sottolineare che Macron sta lottando a livello nazionale con una crisi sia politica che economica e ha risposto, come previsto, raddoppiando gli sforzi per svolgere un ruolo di leadership sulla scena internazionale. A partire dal movimento dei "gilet gialli" del 2018, ha dovuto affrontare scioperi e accese proteste di sinistra, che hanno rappresentato una sfida importante per la sua amministrazione.

Riconoscere uno Stato palestinese lo aiuterebbe a superare l'opposizione di sinistra, che considera questo un problema fondamentale. A lungo termine, tuttavia, è improbabile che questa strategia sia sufficiente a riconquistare o neutralizzare la sinistra, nella quale l'antisemitismo è oggi dilagante. La Francia considera il successo della Dichiarazione di New York e lo sforzo di ampliare il sostegno alla statualità palestinese come una grande vittoria diplomatica.

Senza alcuna evidenza apparente, Parigi ritiene addirittura, forse anche presuntuosamente, che gli Stati Uniti alla fine sosterranno l'iniziativa francese sull’affermazione della statualità palestinese, dato che la situazione prevede che gli stati arabi lavorino anch’essi per la normalizzazione dei rapporti con Israele, un principio centrale della politica estera del presidente Trump sin dalla firma degli Accordi di Abramo nel 2020.

Al momento attuale, la Francia nutre grande fiducia nell'impegno del presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese Abbas a indire elezioni e accetta acriticamente le affermazioni secondo cui avrebbe già avviato un significativo processo di riforma.

Macron descrive la sua politica nei confronti del Medio Oriente come una politica di "equilibrio", volta a trovare un equilibrio nelle relazioni con israeliani e palestinesi per promuovere l'obiettivo della pace.

Riflessione finale

Poiché Israele considera il riconoscimento dello Stato palestinese alla stregua di un mero vantaggio a sue spese per Hamas, questo approccio rischia di suscitare l'effetto opposto, ovvero spingere Israele a reagire annettendo i territori della Cisgiordania....che finirebbe per ostacolare la causa dello Stato palestinese.

Le parti devono chiarire meglio la propria volontà esibendo fatti e non parole...

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