Domenica 25 ottobre, la lista degli studenti ha battuto il presidente uscente Aleksandar Vučić. Con un’affluenza record vicina al 70%, il Paese ha registrato una partecipazione di massa senza precedenti dalla dissoluzione della Jugoslavia nel 1992.
Secondo le proiezioni ancora in aggiornamento, la Studentska lista ha ottenuto il 52,7% dei voti, percentuale che dovrebbe fruttargli circa 140 seggi dei 250 di cui è composto il Parlamento, cioè la la maggioranza assoluta, contro il 39,2% di Serbia Unita, che avrebbe così 104 seggi.
“Studentska lista – Gli studenti vincono!”
Protagonisti indiscussi di questa vittoria sono stati gli studenti e le studentesse serbe, che con una mobilitazione a lungo termine hanno raggiunto un traguardo storico e inaspettato: il trionfo elettorale.
Come ogni transizione che si rispetti – e in Serbia la storia insegna –, non sono mancati momenti di attrito e scontro. Di fronte a una strategia governativa oscillante tra campagne denigratorie, con accuse di ingerenze esterne, e aperta repressione di piazza con relativi arresti, il movimento ha saputo restare unito e puntare all'obiettivo di mandare a casa il governo Vučić.
Pur presenti, i disordini sono rimasti episodici rispetto alla vastità della protesta, fallendo nel tentativo di frenare la mobilitazione o spaccare il fronte comune. Anche il pretesto di uno sterile dibattito sulla violenza, alimentato ad arte per delegittimare le istanze popolari, si è infranto contro la compattezza della base. Il conflitto ha così trovato altre forme di espressione: nei blocchi stradali, nelle università occupate, nella difesa collettiva delle piazze e nell’elaborazione di canali comunicativi e linguaggi alternativi a quelli del potere.
Il Labirinto degli anni '90
“Se vogliamo cambiare l'attuale sistema, dobbiamo tornare agli anni novanta, perché sono quelle stesse persone che ci governano”, dice la storica serba Dubravka Stojanović nella sala conferenze del Museo degli anni novanta, a Belgrado. È giugno 2026 quando visito questo centro, che raccoglie installazioni permanenti e mostre temporanee per ripercorrere il decennio più doloroso e controverso della storia della Serbia.
L'indirizzo è Via Kneza Miloša, 3: la distanza dal complesso istituzionale attorno al Pionirski Park (Parco dei Pionieri), il Novi dvor (sede della Presidenza) e Palazzo Vecchio (Stari dvor, sede dell'Assemblea della Città) è di poche centinaia di metri, appena 5 o 10 minuti a piedi. Anche la sede del Parlamento nazionale (Narodna skupština) è facilmente raggiungibile in pochi passi: il museo si trova nel cuore politico e amministrativo di Belgrado. A giugno, i palazzi del potere sono stati circondati da transenne per bloccare le manifestazioni che affollano le strade della capitale e delle principali città serbe dal 22 novembre 2024.
La mattina del 1° novembre del 2024, a Novi Sad, è crollata la pensilina della stazione centrale, causando 16 morti (tra cui bambini e giovani) e diversi feriti gravi. La ricostruzione della stazione ferroviaria, che avrebbe dovuto collegare Belgrado a Budapest, era un fiore all'occhiello della presidenza Vučić, realizzato grazie a finanziamenti cinesi. Il tragico episodio ha messo in luce l'endemica corruzione e la mancanza di controlli nei lavori effettuati.
Dal 22 novembre di due anni fa, i cittadini e gli studenti serbi non hanno mai smesso di protestare. Il movimento ha preso forma sin da subito sotto la guida dei giovani, espressione di una generazione che esige un ruolo centrale e rifiuta la rassegnazione, mobilitandosi in prima persona per trasformare la realtà. Una resistenza fatta di mesi di facoltà occupate, proteste quotidiane e assemblee permanenti, che trae la sua forza da un unico imperativo collettivo: rischiare tutto per ottenere tutto.
Lo Stari dvor (il Vecchio Palazzo), sede dell'Assemblea della Città di Belgrado, visto dalle transenne di Pionirski Park. Belgrado, Serbia (giugno 2026)
Trent'anni dopo: fuori dal labirinto
A Belgrado incontro anche due ricercatrici e attiviste dell'Humanitarian Law Center (HLC), un'organizzazione non governativa fondata nel 1992 da Nataša Kandić, con l'obiettivo di documentare le violazioni di massa dei diritti umani nell'ex Jugoslavia durante i conflitti armati in Croazia, Bosnia-Herzegovina e, successivamente, in Kosovo. “Tra chi ha organizzato e tratto profitto dai crimini di guerra, qualcuno ha fatto carriera politica”, dice Jelena Krstić. Da quell'ambiente proviene anche l'appena sconfitto Aleksandar Vučić, all'epoca un giovane politico ultranazionalista.
“Una società democratica non può funzionare se questi personaggi ricoprono cariche pubbliche, insegnano ai nostri figli. Troppe poche persone sono state consegnate alla giustizia”, spiega Jelena, responsabile del programma di formazione sulla giustizia di transizione dell'Humanitarian Law Center. Fin dalla sua creazione, l'HLC si è dedicato a documentare crimini di guerra e violazioni dei diritti umani, oltre a sostenere le vittime e le loro famiglie nel percorso verso la giustizia.
“È stata una guerra regionale – la disgregazione jugoslava –, perciò dev'essere risolta sistematicamente: serve una catarsi collettiva”, aggiunge Jovana Kolarić, ricercatrice dell'HLC. Oltre all'attività d'indagine e tutela dei diritti, l'Humanitarian Law Center promuove anche una scuola di giustizia transizionale, un progetto educativo regionale e nazionale concepito come spazio di scambio e dialogo interculturale, per promuovere la memoria e la riconciliazione nelle società post-conflitto. “Perché gli studenti sono il prodotto di un sistema politico, oltre che pedagogico”, conclude Jovana. E questa generazione ha giudicato quella al potere, che è la stessa che ha portato la Serbia alla guerra, come corrotta e inadeguata a governare il processo di transizione.
“In questo labirinto di guerra, violenza e nazionalismo, la Jugoslavia è entrata negli anni novanta. E non ne è ancora uscita”, ammoniva la storica Stojanović a giugno 2026. Forse, il 25 ottobre qualcosa è iniziato a cambiare.
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L'Autore
Giuliana Băruș
Studi in Giurisprudenza e Diritto Internazionale a Trieste.
Oltre che di Diritto (e di diritti), appassionata di geopolitica, giornalismo – quello lento, narrativo, che racconta storie ed esplora mondi – fotoreportage, musica underground e cinema indipendente.
Da sempre “permanently dislocated – un voyageur sur la terre” – abita i confini, fisici e metaforici, quelle patrie elettive di chi si sente a casa solo nell'intersezionalità di sovrapposizioni identitarie: la realtà in divenire si vede meglio agli estremi che dal centro. Viaggiare per scrivere – soprattutto di migrazioni, conflitti e diritti – e scrivere per viaggiare, alla ricerca di geografie interiori per esplorarne l’ambiguità e i punti d’ombra creati dalla luce.
Nel 2023, ha viaggiato e vissuto in quattro paesi diversi: Romania, sua terra d'origine, Albania, Georgia e Turchia.
Affascinata, quindi, dallo spazio post-sovietico dell'Europa centro-orientale; dalla cultura millenaria del Mediterraneo; e dalle sfaccettate complessità del Medio Oriente.
In Mondo Internazionale Post è autrice per la sezione “Organizzazioni Internazionali”.
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