UNIVERSITÀ DI GENOVA: MOBILITAZIONI PER UN CENTRO ANTIVIOLENZA
Giovedì 7 novembre 2024, studentesse e studenti dell’università di Genova si sono riuniti in un presidio, organizzato dal collettivo Cambiare Rotta, davanti al rettorato dell’università, chiedendo di poter incontrare il rettore Federico Delfino per discutere dell’apertura di un Centro Antiviolenza universitario, che qui, a differenza di molti altri atenei, non è ancora presente.
Questa richiesta scaturisce da un recente episodio di violenza accaduto alla Facoltà di Architettura: a inizio ottobre è emerso che un professore associato ha utilizzato le fotografie di alcune studentesse, prese dai loro profili social, per renderle di tipo pornografico, modificandole tramite intelligenza artificiale (si tratta del fenomeno chiamato deep fake: è la creazione o la modifica di immagini, video e audio tramite Intelligenza Artificiale, per generare “media sintetici”, non reali); il professore ha poi diffuso le foto su una chat di Telegram.
A seguito delle denunce di almeno sei studentesse coinvolte, il 1° ottobre 2024 sono state avviate le indagini, e il professore è stato intanto sospeso dall’incarico: l’accusa sarebbe di diffamazione a mezzo internet, ma potrebbe aggravarsi in pornografia virtuale e in detenzione di materiale pedopornografico virtuale (poiché una delle foto sembra ritraesse una studentessa quando era ancora minorenne).
Una delegazione di studenti del presidio ha ottenuto un incontro con la prorettrice Nicoletta Dacrema, ma il confronto non ha soddisfatto i ragazzi, che hanno percepito scarso interesse verso l’esigenza e urgenza di aprire un CAV.
Per questo la protesta sta continuando in un’altra forma: da lunedì alcune componenti di Cambiare Rotta si sono incatenate prima nell’atrio del rettorato, poi nel corridoio davanti all’ufficio del rettore, aspettando di essere ricevute proprio da Delfino. Chiedono una risposta scritta e una calendarizzazione certa per l’apertura di un Centro Antiviolenza pubblico, accessibile a tutta la componente universitaria e gestito da personale competente.
A distanza di una settimana, mercoledì scorso la prorettrice ha fatto avere agli studenti in protesta una lettera, firmata anche dal rettore, comunicando la decisione di incontrarli, e parlando del progetto – già avviato – di un punto d’ascolto che “farà da centro di riferimento delle istanze presentate” e che a seconda dei comportamenti segnalati “valuterà il successivo percorso, indirizzando tempestivamente la persona interessata ai Centri antiviolenza e ai Centri per i maltrattanti”.
Nel frattempo, le studentesse colpite dai deep fake creati e diffusi dal professore hanno voluto prendere le distanze dalle proteste, o meglio dai metodi del collettivo, perché ritengono che si rischi di fare disinformazione e che le proteste possano essere deleterie per le indagini. Hanno diffuso la loro posizione con la distribuzione di volantini, rimanendo nell’anonimato.
Oltre il singolo caso
L’Università di Genova ha all’attivo alcuni strumenti di tutela degli studenti e dei lavoratori, come il Consulente di fiducia: si tratta di “una figura super partes chiamata a prevenire, gestire e aiutare a risolvere i casi di mobbing e di molestie che hanno luogo nell’ambiente di lavoro o di studio dell’Ateneo”, ma è giudicato insufficiente ed inefficiente da alcuni.
Per ascoltare direttamente le voci degli studenti, il collettivo ha diffuso nella facoltà di Architettura un questionario anonimo, che avrebbe raccolto diverse altre esperienze di molestie e comportamenti non professionali da parte dei docenti verso gli studenti e le studentesse. In reazione a questi risultati, e alle assemblee pubbliche che sono seguite, il collettivo ha scritto una lettera al rettore, dove si afferma che “l’università non [ha] alcun mezzo efficiente per la tutela delle studentesse e degli studenti” e si aggiunge, rispetto all’ultimo episodio, che “la sospensione del professore coinvolto non è sufficiente”.
Il progetto accantonato
L’università di Genova aveva avviato nel 2023 un progetto per la realizzazione di uno sportello antiviolenza, coordinato dalla sociologa e ricercatrice Mariella Popolla e basato sul confronto e il coordinamento con le esperienze di altri atenei, in particolare quello di Valencia, a fare da modello di riferimento. In un’intervista a Repubblica Popolla afferma che “il nostro progetto era il frutto di una coprogettazione con i centri antiviolenza del territorio genovese e aveva un punto per noi irrinunciabile: che fossero i centri accreditati a prendere in carico le persone”.
Tuttavia, quel progetto non ha mai avuto seguito. In questi giorni però la prorettrice Dacrema, anche in reazione alle proteste, ha replicato parlando dell’apertura, prevista per gennaio 2025, di un punto d’ascoltogestito da uno/a psicologo/a e aperto all’intera comunità universitaria.
È il progetto di cui scrive nella lettera di mercoledì scorso agli studenti in protesta, e si inserisce in un più articolato piano presentato alla Prefettura, al Tavolo di Monitoraggio istituito dal Protocollo inRete, volto a contrastare la violenza di genere: in questo si propongono anche 200 ore di laboratori di formazione sul tema e lo sviluppo di progetti di ricerca.
Il collettivo però resta insoddisfatto, ritenendo che questo sportello non incontri le esigenze e le richieste attuali, perché si pone “solo nell’ottica di ascolto e non di intervento strutturale”; critica poi le modalità di azione, che non hanno coinvolto prima la comunità accademica e studentesca; inoltre, uno sportello così progettato eviterebbe all’istituzione di prendere diretta responsabilità.
Le altre università
I Centri Antiviolenza negli atenei sono realtà già diffusa in molte università italiane: il primo è stato istituito all’università di Torino, nel 2019, ha una gestione indipendente dall’ateneo e collabora con i centri antiviolenza E.M.M.A.
A Torino hanno fatto seguito, nel 2020, le università di Bari e di Perugia, poi l’università della Calabria e di Pisa nel 2022.
Gli atenei di Roma hanno avuto esperienze diverse: alla Sapienza, dove il centro è stato aperto nel 2022, si è registrato un centinaio di accessi in un anno e le segnalazioni hanno riguardato molestie subite dai colleghi universitari; il centro di Roma Tre invece, aperto nel 2023, ha visto segnalazioni di molestie anche da parte di docenti o tutor.
L’università di Bologna ha uno sportello antiviolenza attivo dal 2022, e ha registrato un picco di accessi dopo il femminicidio della studentessa padovana Giulia Cecchettin, avvenuto un anno fa proprio lunedì scorso: questo caso ha alzato molto l’attenzione verso il tema e ha permesso di far conoscere di più il centro.
A Palermo il CAV universitario è stato aperto nel 2023, e più recente è l’inaugurazione dello sportello Ad alta voce alla Statale di Milano. A Venezia e, appunto, a Genova, si sta lavorando a diversi progetti.
La Ca’ Foscari di Venezia collabora con quello del comune ma non ne ha uno proprio. L’università di Padova, nonostante le molte richieste da parte degli studenti, non ne ha ancora uno, così come quelle dell’Aquila e di Napoli.
Mondo Internazionale APS - Riproduzione Riservata ® 2024