L’operazione militare lanciata negli ultimi giorni a Gaza, denominata “Carri di Gedeone”, che dovrebbe culminare con un’occupazione stabile della Striscia, sembra essere stata la goccia che ha definitivamente fatto traboccare il vaso nei rapporti fra l'UE e lo Stato di Israele[1].
Gli innumerevoli episodi di violenza, non ultimo il blocco degli aiuti umanitari diretti a Gaza per undici settimane consecutive da parte del governo guidato da Netanyahu, non sembrano più tollerabili nemmeno agli occhi dei partner storici del Paese mediorientale. È proprio di fronte a una situazione di crescente orrore e frustrazione che, nelle sedi istituzionali europee, è maturata la consapevolezza che l’unica soluzione percorribile per porre fine a questa spirale di violenza sia l'adozione di misure sanzionatorie nei confronti di Israele.
Come riferito dall'Alta rappresentante dell'UE per gli affari esteri, Kaja Kallas, un numero elevato di Paesi europei, diciassette per la precisione, si è detto favorevole a una revisione dell’articolo 2 dell’Accordo di associazione tra Israele e UE, il quale prevede che il rapporto fra le parti si basi sul rispetto dei diritti umani.
L’Accordo in questione, firmato nel 1995 ma entrato in vigore nel 2000, assume una valenza centrale nei rapporti fra Bruxelles e Tel Aviv, sia dal punto di vista politico sia, in particolare, dal punto di vista della cooperazione economica, aprendo le porte a un interscambio di merci che ha un valore di circa 36 miliardi di euro ogni anno, garantito grazie a tariffe di accesso estremamente vantaggiose ai mercati europei[2].
Un percorso che appare piuttosto tortuoso, ma che segue la volontà del precedente Alto rappresentante, Josep Borrell, il quale per primo aveva palesato la possibilità di procedere su questo terreno, con la consapevolezza delle difficoltà che ciò avrebbe potuto generare, come dimostrano le resistenze di alcuni Paesi, alleati di ferro di Israele, come l’Ungheria[3].
Le implicazioni sono comunemente evidenti durante qualsiasi tipo di dibattito all’interno degli organismi europei, soprattutto riguardo all’adozione di sanzioni, ad esempio nei confronti di coloni israeliani responsabili di violenze contro i cittadini palestinesi della Cisgiordania, che ciclicamente non trovano alcuna possibilità di approvazione a causa del costante veto da parte di Budapest. Tuttavia, di recente queste iniziative sembrano essere sostenute da una maggioranza sempre più ampia, che ha evidenziato la volontà di estendere tali misure anche a figure di spicco del governo israeliano.
È evidente che l’approccio a livello europeo sia cambiato nelle ultime settimane, a partire proprio dal cambio di postura della stessa Olanda, Paese da sempre molto vicino a Tel Aviv, e dal capo della diplomazia olandese, Caspar Veldkamp, che di fatto ha modificato la dinamica all’interno del Consiglio europeo.
Allo stesso tempo, un altro evento estremamente grave, avvenuto negli ultimi giorni, ha ulteriormente aggravato i rapporti fra le parti, come dimostra l’episodio di violenza verificatosi durante la visita di una delegazione diplomatica, composta anche da un nutrito gruppo europeo a Jenin, in Cisgiordania. La missione è stata infatti vittima di un attacco a fuoco da parte di un contingente dell’esercito israeliano (IDF), presente nella zona.
Un episodio che, fortunatamente, non ha causato feriti, ma che è stato interpretato a tutti gli effetti come un atto intimidatorio, tanto da spingere alcuni degli Stati coinvolti nella missione a convocare gli ambasciatori israeliani presenti nei rispettivi Paesi.[4]
È chiaro, quindi, che le relazioni tra l'UE e Israele si stiano progressivamente deteriorando, analogamente a quanto sta accadendo con altri Paesi non più disposti a giustificare episodi di violenza contro il popolo palestinese, come la Gran Bretagna.
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L'Autore
Tiziano Sini
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