Il Sudan si avvicina al terzo anniversario della guerra civile iniziata nell’aprile del 2023, un conflitto che ha devastato il Paese, distrutto infrastrutture fondamentali e generato una delle più gravi crisi umanitarie contemporanee. Quella che inizialmente appariva come una lotta di potere interna alle élite militari si è progressivamente trasformata in una guerra complessa, alimentata da rivalità storiche, interessi economici e interferenze regionali. Oggi il Sudan si trova in una situazione di profonda frammentazione politica e territoriale, mentre milioni di civili continuano a subire le conseguenze di una guerra che sembra ancora lontana da una conclusione.
Per comprendere la portata della crisi attuale è necessario ripercorrere il contesto storico e politico che ha portato allo scoppio delle ostilità. Sin dalla sua indipendenza dal dominio coloniale britannico nel 1956, il Sudan ha vissuto una storia politica segnata da profonde instabilità. Nel corso di circa settant’anni il Paese ha attraversato numerosi colpi di Stato militari, periodi di governo autoritario e lunghi conflitti armati interni. Gran parte di queste guerre si sono sviluppate nelle regioni periferiche dello Stato, spesso lontane dalla capitale Khartoum. Le tensioni tra il potere centrale e le regioni marginalizzate hanno alimentato conflitti che hanno coinvolto soprattutto il Sud del Paese e la regione occidentale del Darfur.
Parallelamente, nel corso dei decenni si è consolidato un sistema politico fortemente influenzato dall’apparato militare. L’esercito e le strutture di sicurezza hanno progressivamente acquisito un ruolo centrale non soltanto nella gestione del potere politico, ma anche nel controllo di ampi settori dell’economia nazionale. Questo sistema, caratterizzato da una forte concentrazione di risorse nelle mani dell’élite militare e da una diffusa rete di clientelismo politico, ha contribuito a creare le condizioni strutturali che avrebbero favorito lo scoppio della crisi attuale.
Uno degli snodi fondamentali per comprendere il conflitto contemporaneo risale ai primi anni Duemila, durante la guerra nella regione del Darfur. In quel periodo il governo guidato dal presidente Omar al-Bashir si affidò a milizie irregolari conosciute come janjaweed per combattere gruppi ribelli attivi nella regione occidentale del Paese. Queste milizie furono accusate da organizzazioni internazionali e osservatori indipendenti, di gravi violazioni dei diritti umani, tra cui massacri di civili, espulsioni forzate e violenze sistematiche contro le popolazioni locali.
Nel corso degli anni successivi, queste milizie vennero progressivamente integrate nelle strutture statali e riorganizzate in una nuova formazione paramilitare conosciuta come Rapid Support Forces, o RSF. Sebbene formalmente inserite nel sistema di sicurezza dello Stato, le RSF mantennero una struttura di comando autonoma e svilupparono una significativa capacità militare ed economica. A guidare questa forza emerse Mohamed Hamdan Dagalo, noto con il soprannome di Hemedti, originario del Darfur e inizialmente attivo nel commercio di cammelli. Nel tempo Dagalo riuscì a trasformarsi in uno degli uomini più potenti del Paese, accumulando ricchezza e influenza attraverso il controllo delle RSF e delle attività economiche a esse collegate.
Il presidente Omar al-Bashir rafforzò il ruolo delle RSF proprio per bilanciare il potere dell’esercito regolare. La milizia paramilitare fu utilizzata come una sorta di guardia pretoriana del regime, capace di garantire la sicurezza del presidente anche di fronte a possibili sfide interne provenienti dall’apparato militare. Questa strategia contribuì a rafforzare il potere di Dagalo, ma allo stesso tempo creò le basi per future rivalità all’interno dello Stato.
Un punto di svolta nella storia recente del Sudan si verificò nel 2019, quando il Paese fu attraversato da un’ondata di proteste popolari senza precedenti. Le manifestazioni iniziarono come proteste contro la grave crisi economica e l’aumento del costo della vita, ma nel giro di pochi mesi si trasformarono in un movimento politico molto più ampio che chiedeva la fine del regime di Bashir.
Di fronte alla crescente pressione popolare, nell’aprile del 2019 l’esercito decise di intervenire deponendo il presidente e ponendo fine a quasi trent’anni di governo. Dopo la caduta di Bashir venne istituito un Consiglio Sovrano guidato dai militari, incaricato di gestire una fase di transizione politica con l’obiettivo dichiarato di accompagnare il Paese verso un sistema di governo civile.
All’interno di questo nuovo equilibrio di potere emersero due figure centrali. Da un lato il generale Abdel Fattah al-Burhan, comandante delle forze armate sudanesi e presidente del Consiglio Sovrano. Dall’altro Mohamed Hamdan Dagalo, che grazie al controllo delle RSF era diventato uno degli attori più influenti del Paese. In un primo momento i due leader apparvero alleati nella gestione della transizione politica, ma nel corso degli anni successivi le tensioni tra l’esercito e la milizia paramilitare cominciarono ad aumentare.
La questione principale riguardava la riforma del settore della sicurezza e il futuro delle Rapid Support Forces. Diversi attori politici e civili sostenevano la necessità di integrare completamente le RSF all’interno delle forze armate regolari. Per Dagalo e i suoi sostenitori, tuttavia, questa integrazione avrebbe comportato la perdita dell’autonomia militare ed economica costruita negli anni precedenti. Le trattative su questo punto si protrassero a lungo senza risultati concreti, mentre la rivalità tra i due centri di potere militare continuava ad aggravarsi.
Nell’aprile del 2023 la tensione esplose definitivamente. Scontri armati tra le forze armate sudanesi e le Rapid Support Forces scoppiarono nella capitale Khartoum e si diffusero rapidamente in altre città del Paese. Nel giro di pochi giorni la capitale si trasformò in un campo di battaglia. A differenza delle guerre precedenti, spesso combattute nelle regioni periferiche del Sudan, questa volta il conflitto colpì direttamente il cuore politico ed economico dello Stato.
Gli scontri provocarono la distruzione di numerosi edifici governativi, banche e infrastrutture civili. Interi quartieri residenziali furono colpiti da bombardamenti e combattimenti urbani. Il governo fu costretto a trasferire temporaneamente molte delle proprie attività nella città portuale di Port Sudan, sul Mar Rosso, considerata più sicura rispetto alla capitale.
Con il passare dei mesi la devastazione di Khartoum divenne sempre più evidente. Quando giornalisti internazionali riuscirono a visitare alcune aree della capitale dopo la riconquista di determinate zone da parte dell’esercito, trovarono una città profondamente segnata dalla guerra. Le piste dell’aeroporto internazionale erano disseminate di munizioni inesplose e i terminal passeggeri risultavano gravemente danneggiati. Numerosi edifici governativi apparivano anneriti dalle fiamme, mentre molte sedi istituzionali erano state saccheggiate o distrutte.
Anche il palazzo presidenziale risultava troppo danneggiato per essere utilizzato, e diverse sedi diplomatiche straniere mostravano segni evidenti dei combattimenti. In alcuni casi i vetri blindati degli edifici erano stati perforati dai proiettili durante gli scontri tra le due forze armate rivali.
Parallelamente alla distruzione delle infrastrutture statali, la guerra ha generato una crisi umanitaria di proporzioni enormi. Milioni di civili sono stati costretti a fuggire dalle proprie abitazioni, dando origine a una delle più grandi crisi di sfollati al mondo. In molte aree del Paese l’accesso a cibo, acqua potabile e servizi sanitari è diventato estremamente difficile, mentre organizzazioni umanitarie hanno denunciato gravi ostacoli nella distribuzione degli aiuti.
Con il proseguire del conflitto, gli scontri si sono estesi anche alla regione occidentale del Darfur. In quest’area la città di El Fasher è diventata uno dei principali obiettivi militari delle Rapid Support Forces. Dopo mesi di assedio, nell’ottobre del 2025 la città è stata conquistata dalle milizie paramilitari. Nei giorni successivi alla caduta della città sono emerse numerose testimonianze di violenze su larga scala contro la popolazione civile.
Secondo un rapporto della missione indipendente delle Nazioni Unite, gli eventi avvenuti a El Fasher presentano quelli che sono stati definiti i “segni distintivi del genocidio”. Il documento parla di uccisioni di massa, violenze sessuali sistematiche e campagne di pulizia etnica contro comunità non arabe presenti nella regione.
L’assalto alla città non ha colto di sorpresa la comunità internazionale. Organizzazioni umanitarie, giornalisti investigativi e centri di ricerca avevano già lanciato ripetuti allarmi riguardo alla possibilità di un massacro imminente. Anche alcune agenzie governative occidentali avevano ricevuto informazioni sull’accumulo di forze delle RSF attorno alla città. Nel 2024 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva persino adottato una risoluzione che chiedeva la fine dell’assedio. Tuttavia tali iniziative non sono riuscite a impedire la caduta della città e le violenze che ne sono seguite.
Il conflitto sudanese ha assunto nel tempo anche una dimensione geopolitica sempre più marcata. Diversi rapporti di esperti delle Nazioni Unite e indagini giornalistiche hanno sollevato dubbi riguardo al sostegno esterno ricevuto dalle Rapid Support Forces. In particolare, gli Emirati Arabi Uniti sono stati accusati da più parti di fornire armi, supporto logistico e finanziamenti alla milizia paramilitare.
Secondo alcune indagini, le reti di approvvigionamento delle RSF avrebbero utilizzato diversi corridoi di transito regionali, tra cui rotte che attraversano Libia, Ciad, Somalia ed Etiopia. La possibilità che combattenti delle RSF vengano addestrati in campi situati vicino al confine etiope è stata citata in alcune inchieste giornalistiche.
Il governo sudanese ha denunciato anche l’ingresso di droni provenienti dal territorio etiope nello spazio aereo nazionale, definendolo una violazione della sovranità dello Stato. Allo stesso tempo, il Sudan è diventato uno dei teatri indiretti della competizione geopolitica nel Mar Rosso, una delle rotte commerciali più importanti del mondo.
Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, due attori centrali nella regione, hanno sviluppato negli ultimi anni strategie differenti nel Corno d’Africa. Mentre Riyadh tende a privilegiare il rafforzamento delle istituzioni statali e la stabilità politica, Abu Dhabi ha adottato una politica più assertiva basata sul controllo di porti strategici, risorse minerarie e relazioni con attori militari locali.
All’inizio del 2026 il governo sudanese ha cercato di trasmettere alcuni segnali di ritorno alla normalità. Il primo ministro Kamil Idris ha dichiarato che il 2026 potrebbe diventare “l’anno della pace”, annunciando il progressivo ritorno delle istituzioni governative nella capitale Khartoum.
Un episodio simbolico di questo tentativo di normalizzazione si è verificato il primo febbraio, quando un aereo della compagnia Sudan Airways è atterrato all’aeroporto internazionale della capitale con circa 160 passeggeri a bordo. Si è trattato soltanto del secondo volo commerciale arrivato nella città dal 2023. I passeggeri sono stati accolti tra abbracci e fotografie, in un momento che molti hanno interpretato come un segnale di speranza.
Tuttavia, nonostante questi simboli di normalità, la guerra continua a imperversare in diverse regioni del Paese. Secondo fonti militari, l’esercito sudanese si starebbe preparando a lanciare una nuova offensiva su larga scala contro le Rapid Support Forces. Alcuni analisti ritengono che questa strategia potrebbe essere favorita da un possibile indebolimento del sostegno esterno alle RSF, legato alle tensioni geopolitiche nel Golfo.
In questo contesto si inserisce la recente operazione militare annunciata dalle forze armate sudanesi nella regione del Kordofan settentrionale. Secondo fonti militari, l’esercito avrebbe riconquistato la città di Bara, la seconda più grande dello Stato, dopo una serie di intensi bombardamenti aerei contro le posizioni delle Rapid Support Forces all’interno della città.
Se confermata, la riconquista di Bara rappresenterebbe un importante sviluppo sul piano militare. Tuttavia, molti osservatori ritengono che episodi come questo difficilmente saranno sufficienti a porre fine alla guerra. Le cause profonde del conflitto — rivalità politiche, competizione per il controllo delle risorse economiche, divisioni regionali e interferenze esterne — restano infatti sostanzialmente irrisolte. Finché queste dinamiche continueranno a influenzare la politica sudanese, il rischio è che il Paese rimanga intrappolato in un conflitto destinato a protrarsi ancora a lungo.
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L'Autore
Angelo Salzano
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