Sudan, il genocidio dimenticato del Darfur

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  Virginia Giacomin
  24 agosto 2025
  3 minuti, 46 secondi

Per comprendere il genocidio dei Masalit bisogna partire da un contesto più ampio ovvero il conflitto in Sudan, dove nell’aprile 2023 è scoppiata una nuova guerra civile tra l’esercito regolare sudanese (SAF), guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan, e le Rapid Support Forces (RSF), un gruppo paramilitare nato dalle milizie Janjaweed. Proprio i Janjaweed, all’inizio degli anni Duemila, furono accusati di genocidio in Darfur: villaggi non arabi furono rasi al suolo, decine di migliaia di persone uccise e milioni costrette a fuggire. A distanza di vent’anni, la storia sembra ripetersi. Con un nuovo nome e dei nuovi comandanti quelle stesse forze hanno messo nel mirino ancora una volta le comunità non arabe della regione. Tra queste, i Masalit sono diventati il bersaglio principale.

Chi sono i Masalit

I Masalit sono un gruppo etnico di agricoltori e allevatori, stanziato storicamente nel Darfur Occidentale e in alcune aree limitrofe del Ciad. Durante la nuova guerra civile sono stati percepiti come alleati dell’esercito regolare. Questa percezione è bastata a trasformarli in un obiettivo diretto delle RSF. Le violenze che ne sono derivate non hanno colpito solo presunti combattenti, ma intere comunità civili. Organizzazioni come Human Rights Watch e Medici senza frontiere parlano di una campagna di “pulizia etnica” e di crimini contro l’umanità.

Il genocidio

Gli attacchi contro i Masalit sono iniziati subito dopo lo scoppio della guerra, nell’aprile 2023. La città di El Geneina, capitale del Darfur Occidentale, è stata il principale epicentro delle violenze. Secondo un rapporto di Human Rights Watch, tra aprile e giugno 2023 sono stati uccisi tra 10.000 e 15.000 civili Masalit.

Le testimonianze descrivono esecuzioni sommarie, incendi sistematici e violenze sessuali. Un sopravvissuto intervistato da VOA ha raccontato: “Ho visto con i miei occhi soldati RSF che separavano gli uomini dalle famiglie. Li portavano via e poco dopo si sentivano spari. Non li ho mai più rivisti”.

Il 27 e 28 maggio 2023, nel villaggio di Misterei, vicino al confine con il Ciad, le RSF hanno ucciso almeno 97 civili. I sopravvissuti ricordano i miliziani urlare insulti etnici come “uccidete gli schiavi” mentre davano fuoco alle case.

La violenza è continuata nei mesi successivi. In novembre, il quartiere di Ardamata, sempre a El Geneina, è stato teatro di un nuovo massacro. Le RSF hanno circondato l’area e passato le abitazioni una ad una. Le stime parlano di 800–2.000 morti in pochi giorni e oltre 20.000 persone costrette a fuggire verso il Ciad.

Oltre alle esecuzioni, la violenza sessuale è stata usata come arma deliberata. Rapporto dopo rapporto, emergono storie di donne stuprate in pubblico, spesso davanti ai familiari, per infliggere umiliazione collettiva. Un giovane testimone ha raccontato al New Humanitarian: “Ho visto uomini armati sparare a bambini davanti alle madri. Poi hanno violentato le donne rimaste vive, ridendo e insultandole”.

I dati raccolti da Medici Senza Frontiere tra i rifugiati in Ciad confermano la portata della tragedia. Secondo un’indagine del 2023, oltre il 10% delle famiglie ha perso almeno un membro durante la fuga. Tra gli uomini maschi di età compresa tra i 15 e i 44 anni, uno su venti risulta scomparso.

Le reazioni internazionali

Il dramma dei Masalit non è rimasto inosservato. Nell’aprile 2025, gli Stati Uniti hanno dichiarato ufficialmente che la RSF sta commettendo un genocidio contro i Masalit e altre comunità non arabe in Darfur, annunciando nuove sanzioni contro i comandanti responsabili.

La Corte Penale Internazionale ha avviato indagini e sta raccogliendo prove per procedere penalmente contro i responsabili delle stragi di El Geneina e Ardamata. Parallelamente, il governo sudanese ha accusato gli Emirati Arabi Uniti di fornire armi alle RSF e ha portato il caso davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, che però ha respinto il ricorso per mancanza di giurisdizione.

Anche le Nazioni Unite hanno preso posizione, imponendo sanzioni contro diversi comandanti delle RSF e denunciando le violenze in Darfur come una campagna organizzata di pulizia etnica.

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Virginia Giacomin

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Diritti Umani

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