Nel terzo anno di guerra civile, il Sudan resta diviso tra due principali forze armate: le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF). In questo contesto, la città di El Fasher, ultima grande roccaforte governativa nel Darfur settentrionale, è al centro di un assedio prolungato che sta causando gravi carenze di beni essenziali e frequenti episodi di violenza.
Le forze in campo
Dal 15 aprile 2023, le SAF, guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, controllano gran parte del Nord, dell’Est e del Centro del paese, avendo riconquistato Khartoum nel marzo 2025. Le RSF, guidate da Mohamed Hamdan Dagalo (“Hemedti”), detengono invece il controllo dell’Ovest, compreso quasi tutto il Darfur. Nate come milizie Janjaweed sotto l’ex presidente Omar al-Bashir per reprimere rivolte locali, le RSF si sono evolute in una forza armata strutturata, finanziando le proprie operazioni attraverso il controllo di aree ricche di risorse minerarie e petrolifere.
Dopo la perdita di Khartoum, le RSF hanno concentrato le proprie operazioni nel Darfur occidentale, intensificando l’assedio di El Fasher. Nel luglio 2025, hanno annunciato la creazione di un governo parallelo guidato da Mohamed Hassan al-Ta’ishi, mettendo in discussione la legittimità delle autorità transitorie.
La situazione a El Fasher
L’assedio totale è iniziato nel maggio 2024. Le RSF hanno bloccato l’accesso alla città, impedendo l’arrivo di cibo, carburante e aiuti umanitari. La popolazione, inizialmente di circa 300.000 abitanti, è cresciuta fino a oltre 900.000 persone a causa dell’afflusso di sfollati, soprattutto dopo l’attacco dell’aprile 2025 al campo profughi di Zamzam, che ha spinto circa 400.000 persone a cercare rifugio in città. Nei mercati si registrano forti carenze di alimenti di base e la dieta di molte famiglie si è ridotta a prodotti di scarsa qualità nutrizionale, come i residui di arachidi e sesamo usati solitamente come mangime. Il prezzo del grano è quadruplicato rispetto alla media nazionale.
La crisi riguarda anche l’acqua: il 97% della popolazione non ha accesso sufficiente a fonti potabili. Strutture sanitarie, mercati e pozzi sono stati danneggiati o distrutti nel corso dei combattimenti. Organizzazioni umanitarie, come Medici Senza Frontiere, hanno sospeso le attività nel 2024 dopo i ripetuti attacchi. Nel gennaio 2025, un drone ha colpito l’ospedale materno saudita; tra le vittime degli scontri figurano anche operatori umanitari.
Dati della crisi umanitaria
Il bilancio complessivo del conflitto supera i 60.000 morti e 12 milioni di sfollati. Circa 30,4 milioni di persone necessitano assistenza umanitaria urgente e 25 milioni si trovano in grave insicurezza alimentare. Nel 2025, si stima che 3,2 milioni di bambini siano a rischio di malnutrizione acuta. L’ONU ha individuato 14 aree del Darfur settentrionale, tra cui il campo di Zamzam, come zone ad alto rischio di carestia.
Inoltre, nella regione si registrano episodi di violenza mirata contro comunità non arabe, in particolare Masalit e Zaghawa. Le RSF sono accusate di omicidi di massa, rapimenti e violenze sessuali, con un impatto significativo su donne, ragazze, uomini e ragazzi appartenenti a questi gruppi.
Il ruolo di EAU, Russia e Stati Uniti
Il conflitto ha acquisito una rilevanza geopolitica significativa. Le autorità sudanesi accusano gli Emirati Arabi Uniti di fornire supporto logistico alle RSF inclusi trasferimenti di armi e supporto a gruppi paramilitari, alimentando la capacità di queste milizie di mantenere il controllo su ampie aree del paese. Questa accusa ha determinato un forte deterioramento delle relazioni diplomatiche tra Sudan e UAE, con il Sudan che ha ufficialmente rotto i rapporti con gli Emirati.
Gli Stati Uniti, da parte loro, svolgono un ruolo ambivalente, imponendo sanzioni sia alle SAF che alle RSF per accuse di crimini di guerra e uso di armi chimiche, ma mantenendo comunque un interesse strategico nella stabilità dell’area, soprattutto per il contrasto a gruppi jihadisti legati ad Al Qaida e allo Stato Islamico. Washington è impegnata in tentativi di mediazione e mantiene una presenza militare limitata.
La Russia ha incrementato la propria influenza in Sudan, soprattutto tramite accordi strategici sul porto di Port Sudan sul Mar Rosso, un asset fondamentale per gli accessi navali e le rotte commerciali. Il trasferimento temporaneo della capitale a Port Sudan durante il conflitto evidenzia l’importanza geopolitica di questa regione, che la Russia cerca di consolidare anche sul piano militare.
Prospettive per la città
Con i combattimenti che proseguono soprattutto nel Darfur e un’epidemia di colera in diffusione, la situazione a El Fasher resta critica. Organizzazioni civili e politiche sollecitano l’apertura di corridoi umanitari per permettere l’ingresso di aiuti e ridurre il rischio di un aggravamento ulteriore della crisi.
El Fasher costituisce oggi uno dei principali centri di osservazione della crisi sudanese, riflettendo la complessità del conflitto e le difficoltà di protezione della popolazione civile in un contesto di guerra prolungata.